Soleimani è stato ucciso. Le reazioni sono state molteplici e colorite: “Trump gioca alla guerra” “ha tirato un fiammifero in una polveriera”, ” pericolosa escalation mediorientale” ” la polveriera rischia di esplodere” “ora il mondo ha paura”.

Quando parla la paura

Posizioni rispettabili ed in qualche modo anche veritiere, ma accomunate tutte da un dato inconfutabile.

Il comune denominatore di esse è uno solo: l’odore di vigliaccheria e vilta’ che condisce ogni affermazione della sinistra mondialista e della nostra stampa, i cui soloni sono appiattiti in una pavida posizione prona di pan filo arabismo in salsa antisemita e anti israeliana, tesa spesso a rassicurare le proprie angosce che si possa anche in casa nostra assaporare la ferocia del terrorismo di matrice fondamentalista islamica.

Chi si diverte ad evocare scenari di terrore e terza guerra mondiale, è lo stesso che accusa i populisti di alimentare la paura, di parlare alla pancia dell’elettorato, ad esempio in tema di immigrazione.

Paura che essi stessi commentatori alimentano quando evocano scenari apocalittici di emigrazione di massa, immigrazione ancora più incontrollata e eventi terroristici o bellici globali, come reazione all’azione militare Usa ai danni del Generale iraniano.

L’impreparazione alla determinazione e la atavica propensione al cerchiobottismo tutta italica traspare dalle reazioni atterite ed isteriche di casa nostra, magari velate e celate come quella del Premier Giuseppi Conte che si trincera dietro un generico invito all’Europa ad intervenire, vero refugium peccatoris comodo e gratuito di chi non sa che pesci prendere.

Solo Matteo Salvini ha ringraziato Trump dell’uccisione con un Drone di Soleimani, da vero outsider della politica italiana.

Qasem Soleimani di fatto è stato il principale nemico della politica estera Usa in quella parte del mondo; la sua missione principale infatti è sempre stata quella di bloccare le mire espansionistiche e di controllo di Stati Uniti-Israele ed Arabia Saudita negli ultimi 20-30 anni. Ma non solo. Soleimani infatti è stato l’uomo che ha gestito, anzi, combattuto e sconfitto le avanzate dell’Isis e delle altre forze terroristiche a matrice islamica in Iran e Siria. E’ stato lui in prima persona con la sua unità speciale “Al Quds” (o “Brigata Gerusalemme”) a evitare la caduta nelle mani del Califfato di Teheran e di Damasco.

Che piaccia o no Trump ha affrontato l’attacco alla ambasciata di Baghdad con fermezza e risoluzione.

In 13 minuti i militari Usa erano boots on ground a difesa dei propri diplomatici e poche ore dopo il presunto responsabile periva in un attacco chirurgico che sa di avvertimento alle Forze che agli Usa si contrappongono.

Trump, quello dell’isolazionismo, del “riportiamo i nostri ragazzi a casa”, ha rotto gli indugi, e quale che sia l’idea che abbiamo sul Medioriente, lo ha fatto con estrema efficacia.

Il Pentagono ha anche iniziato il dispiegamento di altri 2800 soldati in Medio Oriente. Secondo quanto ha confermato il Pentagono alla Cnn, le truppe mobilitate fanno parte della Forza di risposta immediata dell’82esima divisione aerotrasportata di stanza Fort Bragg, in Carolina del Nord. I soldati sono diretti in Kuwait. Successivamente i vertici militari decideranno dove vi sarà bisogno di loro. Dopo l’assalto all’ambasciata americana a Baghdad, gli Stati Uniti avevano già inviato sul posto 750 soldati, che si aggiungevano alle 5mila truppe presenti nel paese. Secondo fonti citate dalla Cnn, non sono previsti raid americani contro gruppi filoiraniani in Iraq o in altri luoghi, a meno che non siano attaccati obiettivi statunitensi.

L’intelligence di Washington sta intanto cercando di capire se l’Iran intende reagire a breve termine all’uccisione di Soleimani o se preferisce aspettare più a lungo.

All’epoca di Obama  l’atteggiamento era sicuramente diverso e più in linea con l’idea pavida ed untuosa del sapersi tirare indietro.

Nel 2012 l’amministrazione di Obama e di Hillary Clinton come Segretario di Stato dovette fronteggiare un analogo attacco al consolato statunitense in Libia che a inizio settembre causò la morte dell’ambasciatore Chris Stevens, evidenziando una palese incapacità di gestire la crisi ed il ritardo nella risposta alle implorazioni di aiuto del personale coinvolto che dovette attendere 13 ore prima che arrivassero gli aiuti richiesti. Quando era troppo tardi.

La stessa Cia, nella persona del suo direttore David H. Petraeus (un ex generale dell’esercito dalla lunghissima carriera) ha negato a lungo di avere agenti coinvolti nei fatti di Bengasi fino a che un funzionario della CIA ha finalmente ammesso che i due ex membri delle forze speciali della Marina uccisi insieme all’ambasciatore e a un altro diplomatico erano in realtà sotto contratto per la CIA, che occupava anche uno degli edifici attaccati.

Molti rapporti dei servizi di sicurezza nei mesi precedenti all’attacco riferivano che in Libia, e in particolare a Bengasi, la situazione stava diventando più pericolosa. Durante l’estate l’ambasciata del Regno Unito e gli uffici della Croce Rossa a Bengasi furono chiusi, mentre a giugno una bomba esplose davanti al consolato americano senza ferire nessuno. In quei mesi, secondo un cablogramma segreto pubblicato da Fox News, Chris Stevens avrebbe fatto richieste di un aumento del personale alla sicurezza dell’ambasciata, ma questa richiesta sarebbe stata respinta.

All’esito dell’attacco, durato sei ore, gli Usa furono incapaci di far intervenire forze speciali, droni o aerei da guerra. In realtà un drone, cioè un aereo senza pilota, venne diretto su Bengasi all’inizio dell’assalto, ma fu impossibile per gli operatori distinguere tra gli assalitori del consolato e le milizie libiche che erano intervenute per aiutare gli americani. La possibilità di usare aerei o elicotteri per colpire gli assalitori venne esclusa a causa del numero elevato di morti tra i civili che avrebbero causato attacchi del genere.

Qualunque opinione si abbia in merito alla questione iraniana, è indubbio che Trump ha seguito le regole auree di ogni superpotenza di salvaguardia dei propri interessi e di forza in uno scacchiere delicato come quello iraniano e mediorientale: lo ha fatto con fermezza, come Ronald Reagan fece con Gheddafi ai tempi del bombardamento di Tripoli.

E la politica estera, soprattutto con Stati fondamentalisti che paventano sviluppo ed uso della atomica non si fa con inerzia ed inconcludenza, ma senza paura.

Senza paura, quella che invece pare attanagliare i commentatori di casa nostra, e che non fanno nulla per nasconderla.

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