La diaspora del Terzo Polo
Il centro politico italiano non conosce la noia, e soprattutto non conosce la stabilità.
Quando sembrava che la frammentazione post-Terzo Polo avesse trovato una sua geografia, un nuovo terremoto scuote l’area moderata e liberale.
Al centro del ciclone c’è Luigi Marattin, i cui movimenti politici in direzione di Forza Italia hanno fatto saltare gli ultimi argini della convivenza verbale nel campo riformista, scatenando la reazione furiosa di Carlo Calenda
La stoccata del leader di Azione è di quelle che lasciano il segno e restituiscono il clima da resa dei conti: “Va a fare il cespuglio con Salvini”. Una definizione al vetriolo che fotografa non solo l’astio personale tra i due ex compagni di partito, ma la crisi d’identità profonda che attraversa tutto lo spazio politico situato tra la destra di governo e il centrosinistra a guida dem.
Il caso Marattin-Forza Italia cambia di fatto gli equilibri della politica italiana. La notizia dell’avvicinamento tra Luigi Marattin e il partito fondato da Silvio Berlusconi non arriva del tutto inaspettata per gli osservatori più attenti, ma colpisce per la rapidità con cui si consuma il distacco definitivo dalle vecchie ambizioni del “terzo polo autonomo”
Marattin, economista e parlamentare di lungo corso, da tempo andava predicando la necessità di un pragmatismo riformista capace di incidere sui processi decisionali concreti, anziché inseguire la testimonianza sterile o l’opposizione a prescindere.
Tuttavia, l’approdo con una forza organica al centrodestra come Forza Italia pone un problema politico non secondario
Che fine fa il progetto liberale alternativo ai due grandi blocchi?
Per i critici, e per Calenda in primis, si tratta di una “resa senza condizioni” che trasforma i liberal-democratici in meri anelli di congiunzione di una coalizione a egemonia sovranista e conservatrice
Dall’altra sponda, chi guarda con favore a questa transizione sostiene che l’area moderata debba pesare dentro le istituzioni e all’interno di una maggioranza di governo, arginando le derive populiste piuttosto che recitare la parte del “terzo incomodo” destinato all’irrilevanza numerica.
La reazione di Carlo Calenda non si è fatta attendere
Con il piglio polemico che lo contraddistingue, il leader di Azione ha bollato la scelta come l’ennesimo fallimento di una classe dirigente incapace di mantenere la barra dritta sulla Terza Via.
L’accusa di volersi ridurre a “cespuglio” di Matteo Salvini e della coalizione di centrodestra racchiude il timore che i piccoli partiti centristi, quando scelgono di accasarsi nel perimetro della destra o della sinistra senza un vero peso contrattuale, finiscano per smarrire ogni identità politica autonoma, riducendosi a raccoglitori di preferenze personali buoni soltanto per la conta dei voti in Parlamento.
Calenda rivendica invece la bontà della scelta di Azione di mantenere un profilo indipendente, critico nei confronti del populismo grillino e della sinistra massimalista, ma altrettanto distante dalle scelte economiche e istituzionali del governo Meloni-Salvini
Ma la realtà dei fatti racconta di un elettorato moderato fortemente disorientato, scettico e stanco delle continue scissioni, dei veti incrociati e dei cambi di casacca.
Il caos di questi giorni non è che il sintomo di una patologia cronica che comporta una vera e propria incompatibilità genetica tra i vari leaders dello spazio centrista. Ogni tentativo di aggregazione, dal Montismo in poi, passando per Italia Viva, Azione, i vari cartelli liberaldemocratici e i tentativi di federazione, si è regolarmente infranto contro personalismi esasperati e agende politiche divergenti al primo banco di prova elettorale.
Mentre il sistema politico italiano si avvia verso una polarizzazione sempre più marcata tra i due poli maggiori, lo spazio del centro rischia di ridursi a una serie di frammenti sparsi, buoni solo a determinare piccoli spostamenti di equilibri interni ai blocchi principali
La mossa di Marattin e le urla di Calenda dimostrano che, anziché costruire una casa comune attrattiva per i milioni di italiani che non si riconoscono né nel sovranismo identitario né nel populismo progressista, i riformisti nostrani continuano a preferire la guerra di bande
da cortile.
E mentre la politica discute di “cespugli” e collocamenti tattici, il vero rischio è che l’intero elettorato moderato decida semplicemente di non votare più, stanco di assistere a una diaspora infinita che produce solo poltrone e polemiche.
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