Quando il malcontento non ha colore politico

Minneapolis

foto IPP/zumapress Minneapolis 28-05-2020 manifestazioni e scontri in USA dopo l'uccisione di un uomo di colore George Floyd da parte di un agente di polizia nella foto un commissariato di polizia distrutto e poi bruciato WARNING AVAILABLE ONLY FOR ITALIAN MARKET

Quando il malcontento non ha colore politico

Francia, Italia, Germania, Grecia, Spagna. A un primo sguardo superficiale, la mappa politica dell’Europa contemporanea appare divisa e frammentata.

Da una parte governi di centro-destra o conservatori, dall’altra esecutivi progressisti o di centro-sinistra

Eppure, osservando la cartina attraverso il termometro della piazza, emerge un denominatore comune che spiazza le tradizionali categorie ideologiche. La popolazione scende regolarmente in protesta indipendentemente dal colore politico del governo in carica. Che si tratti di contestare le riforme previdenziali a Parigi, le politiche fiscali a Roma, la stangata energetica a Berlino o il costo della vita ad Atene e Madrid, il bersaglio del dissenso popolare sembra spostarsi dai singoli partiti verso dinamiche ben più ampie.

Ma allora, contro chi protesta davvero il cittadino europeo?

Per comprendere le ragioni di questa insofferenza diffusa, occorre superare la vecchia contrapposizione tra schieramenti contrapposti. Da anni, le famiglie e le piccole e medie imprese europee fanno i conti con una compressione sistematica del potere d’acquisto, un’inflazione che ha eroso i risparmi e bollette energetiche che pesano come un macigno sui bilanci domestici. L’aumento del costo della vita, unito a una pressione fiscale percepita come asfissiante e a salari che non tengono il passo con i mercati globali, crea un terreno fertile per una frustrazione profonda.

Il cittadino che manifesta non percepisce più la politica nazionale come l’effettivo centro decisionale della propria esistenza

La sensazione prevalente è che i governi nazionali, siano essi di orientamento liberale, socialista o conservatore, si muovano all’interno di un perimetro obbligato, vincolati da trattati macroeconomici, direttive comunitarie e rigidi parametri di bilancio. Questo scollamento alimenta il sospetto, o la convinzione , che il voto alle urne si sia ridotto a un esercizio di facciata, incapace di incidere realmente sulle grandi scelte strategiche che plasmano il destino economico e sociale del continente.

Un altro fattore cruciale che alimenta la protesta è la distanza siderale tra le priorità percepite nei palazzi del potere e le urgenze vissute nei territori

Le grandi transizioni, da quella ecologica a quella digitale, vengono spesso vissute dai ceti medi e popolari come imposizioni calate dall’alto, i cui costi ricadono interamente sui cittadini, chiamati a finanziarne gli obiettivi senza disporre degli ammortizzatori sociali adeguati.
La digitalizzazione forzata, i vincoli stringenti sulla produzione industriale, la gestione dei flussi migratori e il progressivo ridimensionamento dei servizi pubblici essenziali, come scuola e sanita’, compongono un mosaico di insicurezza.

Quando il cittadino avverte che le istituzioni non proteggono il suo lavoro, il suo territorio e il suo futuro, la risposta istintiva è la delegittimazione del sistema politico nel suo complesso

Non si contesta soltanto una legge finanziaria o un provvedimento contingente, ma l’intero impianto di una governance percepita come sorda, tecnocratica e autoreferenziale. Il grande interrogativo che emerge da questa stagione di agitazioni riguarda il futuro stesso della democrazia rappresentativa in Europa. Se la percezione diffusa è che i governi nazionali siano meri esecutori di agende formulate altrove, il sistema perde la principale ancora di legittimazione di fiducia verso i governati.

Il malcontento che attraversa le piazze europee non è dunque un fenomeno estemporaneo o riconducibile a strumentalizzazioni di parte, bensì il sintomo di una crisi strutturale profonda

Per dare risposte credibili, la politica non può limitarsi alla gestione amministrativa dell’esistente o alla repressione del dissenso attraverso la retorica del “pensiero unico”.

È necessaria una riflessione radicale sulla sovranità, sui modelli economici e sulla capacità delle istituzioni di tornare a essere espressione autentica dei bisogni popolari

Senza un cambio di passo che restituisca centralità al lavoro, alla coesione sociale e alla dignità dei cittadini, il divario tra Europa reale ed Europa legale continuerà ad allargarsi, trasformando la protesta in permanente.

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