Protestare non significa distruggere: il futuro non si difende devastando le scuole
C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nelle immagini che arrivano dalle scuole occupate in questi giorni: ragazzi che denunciano edifici fatiscenti, aule inadeguate e carenze strutturali, e che poi, in alcuni casi, quelle stesse aule le devastano, lanciano petardi nei cortili, interrompono le lezioni e impediscono ad altri studenti di esercitare il proprio diritto allo studio.
Viene spontaneo domandarsi: ma davvero non ci accorgiamo dell’assurdità di tutto questo?
Sia chiaro: il diritto di manifestare è sacrosanto. I giovani hanno tutto il diritto di contestare le decisioni del governo, criticare il ministro Valditara, denunciare i problemi della scuola italiana e chiedere interventi concreti. Nessuno pretende studenti silenziosi, obbedienti e incapaci di mettere in discussione le scelte di chi governa. Una democrazia ha bisogno di cittadini critici, soprattutto giovani.
Ma c’è una differenza sostanziale tra protestare e distruggere, tra rivendicare un diritto e calpestare quello degli altri, tra esprimere dissenso e trasformarlo in un pretesto per sospendere la legalità
Chi devasta un’aula non colpisce il ministro, non danneggia il governo e non cambia una legge. Danneggia una scuola pubblica, un bene collettivo pagato dai contribuenti, e soprattutto colpisce altri studenti, insegnanti e personale scolastico. E quando una protesta impedisce le lezioni, a perdere un’opportunità sono anche quei ragazzi che vorrebbero semplicemente studiare.
La scuola non si difende distruggendola. Il diritto allo studio non si tutela impedendo agli altri di studiare
In queste manifestazioni si mescolano slogan contro la guerra, solidarietà alla Palestina, contestazioni al governo e rivendicazioni sulla scuola. Temi diversi, alcuni dei quali meritano certamente un confronto serio e approfondito. Ma viene da chiedersi quanti dei ragazzi che scendono in piazza conoscano davvero i provvedimenti che contestano, quanti abbiano letto il decreto Valditara, quanti sappiano ricostruire la complessità storica e politica del conflitto israelo-palestinese.
Non si tratta di accusare un’intera generazione di ignoranza. Sarebbe ingiusto e sbagliato. Si tratta, piuttosto, di ricordare che una convinzione non diventa consapevolezza soltanto perché viene ripetuta in coro, e uno slogan non sostituisce la conoscenza.
Dire «abbasso la guerra» esprime un sentimento comprensibile, ma non basta a spiegare le cause di un conflitto, le responsabilità dei suoi protagonisti o le possibili soluzioni. Dire «Palestina libera» può rappresentare una legittima posizione politica, ma dovrebbe essere accompagnato dalla capacità di argomentarla, di conoscere la storia e di confrontarsi con opinioni differenti
Lo stesso vale per le questioni italiane. Contestare una riforma è legittimo, ma conoscere il testo che si contesta è il minimo indispensabile per formulare una critica credibile. Altrimenti si rischia di diventare strumenti di battaglie decise da altri, convinti di esercitare il proprio pensiero critico mentre ci si limita a ripetere parole d’ordine.
Anche lo slogan «Qui nessuno è straniero» merita una riflessione. L’integrazione, il rispetto e le pari opportunità sono obiettivi importanti. Ma la parola «straniero», di per sé, non è un insulto: indica una persona proveniente da un altro Paese. La questione vera è garantire a tutti il rispetto della dignità e dei diritti, senza trasformare ogni differenza in una contrapposizione ideologica.
E soprattutto, bisogna comprendere che la solidarietà non autorizza la prevaricazione e che nessuna causa, per quanto nobile possa apparire a chi la sostiene, giustifica automaticamente la violenza o la distruzione
C’è poi un aspetto che sembra sfuggire a molti: la scuola di oggi, pur con tutte le sue criticità, offre opportunità che le generazioni precedenti spesso non avevano. Questo non significa negare i problemi attuali, né sostenere che tutto funzioni. Significa ricordare quanto sia costato conquistare l’accesso all’istruzione e quanto sia importante non sprecare ciò che è stato ottenuto.
Ci sono genitori che hanno percorso chilometri in bicicletta, anche d’inverno, per raggiungere una classe. Ci sono madri che, ancora bambine, hanno lasciato il proprio Paese per trasferirsi all’estero, imparando una lingua nuova e integrandosi in un ambiente sconosciuto. Storie di sacrificio, adattamento e determinazione che ricordano una verità semplice: le opportunità non sono mai scontate e il futuro si costruisce anche attraverso l’impegno personale
Naturalmente, il passato non deve diventare una giustificazione per ignorare le difficoltà del presente. Se gli edifici scolastici sono insicuri, se mancano strumenti adeguati, se gli insegnanti lavorano in condizioni difficili, occorre intervenire. Ma proprio per questo distruggere ciò che già manca di risorse è un controsenso. Ogni danno comporta riparazioni, spese e risorse sottratte ad altre necessità.
E mentre cresce la preoccupazione per possibili episodi di violenza, non possiamo liquidare tutto con la frase «sono soltanto vetrine rotte». Dietro una vetrina distrutta c’è il lavoro di qualcuno, un’attività economica, un investimento e spesso il sacrificio di una famiglia. Dietro un’aggressione ci sono persone che possono riportare conseguenze fisiche e psicologiche. La protesta non può diventare una zona franca nella quale tutto è permesso purché venga compiuto in nome di una causa politica.
Per questo è necessario respingere con fermezza ogni tentativo di confondere il diritto al dissenso con l’impunità. Le responsabilità individuali vanno accertate, senza criminalizzare indiscriminatamente gli studenti che manifestano pacificamente. Ma la libertà di manifestazione non cancella le conseguenze delle azioni illegali.
E allora, se davvero i giovani vogliono cambiare le cose, perché non utilizzare fino in fondo gli strumenti che hanno a disposizione?
Scrivere, documentarsi, pubblicare analisi, raccogliere testimonianze, denunciare le condizioni degli edifici scolastici con fotografie e dati verificabili, interrogare gli amministratori, promuovere petizioni, organizzare dibattiti e confronti pubblici. I social network possono diventare strumenti potentissimi per dare visibilità ai problemi, mobilitare le persone e costringere le istituzioni a rispondere.
Non basta pubblicare uno slogan o condividere un video indignato. Bisogna imparare a costruire un’argomentazione, distinguere i fatti dalle opinioni, verificare le fonti e sostenere le proprie idee con ragionamenti comprensibili. È così che si forma una coscienza civile. È così che si mette davvero in difficoltà chi governa e non risponde alle domande dei cittadini.
Perché il futuro che questi ragazzi rivendicano non sarà costruito soltanto da chi saprà gridare più forte in una piazza. Sarà costruito da chi saprà studiare, comprendere, scrivere, lavorare e assumersi responsabilità. Da chi avrà il coraggio di pensare con la propria testa, anche quando questo significa dissentire dai propri compagni o mettere in discussione le parole d’ordine del gruppo.
Il vero gesto di ribellione, oggi, potrebbe essere proprio questo: non seguire il branco, ma imparare a ragionare
Una protesta efficace non è quella che lascia dietro di sé un’aula distrutta, una scuola chiusa o una strada devastata. È quella che lascia una domanda alla quale le istituzioni non possono sottrarsi, una proposta che costringe a discutere, un problema documentato che non può più essere ignorato.
I giovani hanno diritto a pretendere un futuro migliore. Ma hanno anche il dovere, come tutti noi, di non distruggere il presente nel tentativo di conquistarlo.
Perché la libertà non consiste nel fare qualsiasi cosa ci passi per la testa. Consiste nel poter esprimere le proprie idee rispettando i diritti degli altri.
E una scuola che insegna a pensare dovrebbe essere proprio il luogo in cui questa lezione viene compresa prima di tutte le altre.
Leggi anche:
SEGUICI SU GOOGLE

