Franco Zeffirelli, l’ultimo grande fiorentino. Di quella stirpe antica del genio fiorentino a cui sentì di appartenere e che soffriva spesso di non vedersi riconosciuto. Fiorentino verace fu, Zeffirelli, nella sua lingua biforcuta e nella sua eleganza scenica, nello spiritaccio toscano, temperato dalla sua fede cristiana e dalla sua educazione religiosa. Ma ogni tanto gli partiva la vena isterica e il gusto della polemica. Negli anni e col crescere delle sue opere, della sua fama e dei riconoscimenti internazionali, aveva assunto l’aria di un sovrano antico, da opera lirica, che a volte trasmutava in regina stizzosa o un po’ sciantosa. Ma è stato un grande regista, di quelli che si sentivano eredi di un crocevia di grandi tradizioni: cattolica, fiorentina, italiana, teatrale, lirica, melodrammatica e cinematografica. Le sue cose più belle Zeffirelli le fece proprio a teatro, e in particolare nell’opera lirica e nel melò, dove conquistò le platee di mezzo mondo. E con la Traviata, che andrà in scena il 21 giugno, Zeffirelli si congederà post mortem, in bellezza. Ma anche nel cinema e poi in tv riuscì a tradurre grandi capolavori del teatro, del melodramma e della letteratura ma anche grandi pagine della cristianità, a partire dalla vita di Gesù, per arrivare a San Francesco, con Fratello sole, sorella luna. Non mancarono flop, cadute un po’ stucchevoli e prove cinematografiche poco felici, come quel Tè con Mussolini che ci parve inutilmente ruffiano, un tardivo compiacere al conformismo ideologico corrente che pure non gli era stato amico. Ma le cose più belle di lui, oltre la vita di Gesù, furono le sue regie a teatro tra Shakespeare, Verdi e Verga. Fu all’altezza dei classici, perché si avvertiva l’amore e la deferenza, e non la voglia di profanare e di adattare i loro capolavori al nostro tempo così piccino e così politically correct.

Luchino Visconti fu il suo maestro di cinema, di cui fu scenografo, aiuto-regista e compagno di vita per un tratto; ma i suoi film ebbero un’impronta inconfondibile, tutta sua, figlia della sua sensibilità cristiana, teatrale, fiorentina. Memorabili furono anche suoi documentari sull’Anno Santo e prima sull’alluvione di Firenze del 1966 in cui l’amore per la sua città, l’amore per l’arte e l’amore per il sacro confluirono in armoniosa alleanza.

Zeffirelli fu anche personaggio pubblico e televisivo assai controverso, non disdegnò le provocazioni, non poche volte fu contestato, non si tirò indietro nelle polemiche e nell’impegno politico, si professò sempre anticomunista e cattolico, pagando qualche prezzo nel cinema sinistrorso che ci ritroviamo e nello star system dei media. Non era facile nell’epoca asfissiante dell’egemonia culturale marxista e poi radical, professarsi anticomunista e avversare apertamente la sinistra e la sua sopraffazione ideologica. Lui lo fece con quella leggerezza e quel piglio un po’ dandy che lo caratterizzava. Rifiutò per anni il premio del Fiorino, perché la sua città lo aveva negato a una grande firma come Oriana Fallaci; le vie della faziosità sono infinite, e a Firenze il sinistrismo arrogante imperversa da una vita. Dopo aver simpatizzato a lungo per la Democrazia Cristiana, Zeffirelli scese in campo col primo Berlusconi, fu parlamentare e senatore di Forza Italia. Abitava da anni in una grande villa sull’Appia di proprietà del Cavaliere, che aveva un po’ l’aria del Vittoriale di D’Annunzio, sommerso tra i suoi cimeli e i suoi amatissimi cani, due terrier jack russel. Fu nominato sir dalla Regina Elisabetta, fu amico di Strehler e della Callas, amava i fiori e la grazia.

Zeffirelli seppe anche sottrarsi al conformismo della trasgressione: omosessuale confesso, rigettò sempre l’esibizionismo gay, i suoi movimenti di liberazione, le sue parate e le sue petulanti richieste di sposarsi, fiero di vivere la sua diversità.

A differenza di Pasolini, non ebbe un rapporto tormentato e osceno con la sua omosessualità, non la visse – come il poeta e cineasta friulano – in conflitto drammatico con lo spirito religioso, ma la rese più duttile, più lieve, meno problematica. Pasolini amava i poveri contadini e la gente delle borgate, Zeffirelli amava la povertà francescana ma non disdegnava il lusso e la magnificenza. Ma come Pasolini anche lui si schierò contro l’aborto e come lui fu critico verso i sessantottini nella loro opera di distruzione della tradizione. Amò la Fiorentina come pochi e detestò la Juventus come molti, ingaggiando memorabili polemiche con Gianni Agnelli.

Ebbe una vita ricca, piena, oltre che lunga e sfiziosa.

“E poi il Nulla”, canta Jago nell’Otello verdiano. Ma io, gli replicava Zeffirelli, “devo credere per forza nell’Aldilà”.  In quel “credere per forza” più che per intima e limpida convinzione, si tradisce un grano d’incertezza nella fede, un vacillare per poi aggrapparsi con un atto di fedeltà al personaggio che ha recitato sulla scena della vita. Ora, dietro le quinte, saprà la verità oltre il sipario.

MV, La Verità 16 giugno 2019

Giornalista, scrittore, filosofo. E' nato a Bisceglie e vive tra Roma e Talamone. Proviene da studi filosofici. Ha fondato e diretto riviste, ha scritto su vari quotidiani e settimanali. È stato commentatore della Rai. Si è occupato di filosofia politica scrivendo vari saggi tra i quali La rivoluzione conservatrice in Italia, Processo all’Occidente, Comunitari o liberal, Di Padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra e La sconfitta delle idee (editi da Laterza), I vinti, Rovesciare il 68, Dio, Patria e Famiglia, Dopo il declino (editi da Mondadori), Lettere agli italiani. È poi passato a temi esistenziali pubblicando saggi filosofici e letterari come Vita natural durante dedicato a Plotino e La sposa invisibile, e ancora con Mondadori Il segreto del viandante e Amor fati, Vivere non basta, Anima e corpo e Ritorno a sud. Dopo Lettera agli italiani (2015) ha pubblicato di recente Alla luce del Mito e Imperdonabili, tutti con Marsilio, e Tramonti (Giubilei Regnani).