In Italia il 12,8% della popolazione è tatuata, per lo più adulti dai 18 ai 44 anni. Un dato in linea con la media europea che si attesta al 12%, ma ben al di sotto degli USA dove i tatuati sono circa il 33% degli abitanti. I tatuatori italiani, poi, sono circa 2800, per lo più al nord (quasi il 60%), segue il centro Italia, mentre al sud la presenza dei Tattoo Studios è meno di un quinto del totale. Questi i dati raccolti nel volume ‘Sulla nostra pelle. Geografia culturale del tatuaggio’ (Pisa University Press, 2019), autori Paolo Macchia, docente dell’Ateneo di Pisa e Maria Elisa Nannizzi, sua allieva.
 

Il libro di Macchia e Nannizzi ne traccia una geografia culturale in Occidente, dalla preistoria ad oggi, con un focus sui tatuaggi tribali dei Maori della Nuova Zelanda e un’analisi storica. Dagli anni ’60 del Novecento il tatuaggio è diventato l’emblema dei grandi cambiamenti: protagonisti in questo caso sono hippie, punk, bikers fino agli
skinheads, col tatuaggio diventato un marchio politico.

Amplia anche la galleria delle personalità che hanno sfoggiato un tatuaggio: Winston Churchill aveva un’ancora sull’avambraccio in ricordo dei tempi passati come corrispondente tra Cuba, India e Sudafrica. Lo zar Nicola II di Russia, aveva un dragone sul braccio sinistro e Federico IX, re di Danimarca sfoggiava braccia e petto tatuati, mentre il presidente statunitense Theodore Roosevelt portava sul petto lo stemma araldico della propria famiglia.