Sudafrica, la sinistra in piazza contro gli immigrati
In Sudafrica la crisi economica sta riscrivendo le regole della politica. Nelle piazze di Johannesburg e Durban, a protestare contro gli immigrati non c’è più solo la destra. Oggi, a chiedere la chiusura delle frontiere e a guidare le rivolte sono anche i partiti della sinistra radicale.
È il ritratto di un paradosso inevitabile
Quando un Paese finisce le risorse, la distinzione tra destra e sinistra svanisce. La storica solidarietà sociale cede il passo a una spietata guerra tra poveri per la sopravvivenza.
Il Sudafrica sognato da Nelson Mandela era la “Nazione Arcobaleno” che avrebbe dovuto accogliere e guidare il riscatto dell’intero continente africano dopo la fine dell’apartheid. Oggi questa Nazione di fatto non esiste più. Quel sogno è stato letteralmente divorato da trent’anni di corruzione sistemica, malgoverno e politiche economiche fallimentari.
Il Paese sudafricano non è più la locomotiva economica d’Africa, ma un gigante dai piedi d’argilla che cammina sull’orlo del baratro
Quando mancano l’acqua potabile nelle case e la luce elettrica negli ospedali, quando mancano gli alimenti nei mercati e la sicurezza nelle strade, la retorica dei diritti umani e dell’integrazione continentale diventa un lusso insostenibile.
La crisi del Sudafrica non è passeggera, ma si tratta di un declino strutturale
I cittadini sudafricani assistono quotidianamente allo sgretolamento delle proprie città. Le strade sono interrotte da buche profonde, la rete idrica perde miliardi di litri d’acqua a causa della mancata manutenzione e i treni pendolari, un tempo spina dorsale del trasporto dei lavoratori, sono fermi da anni per i furti di rame e i vandalismi.
In questo scenario di abbandono totale da parte dello Stato, la frustrazione popolare si è accumulata anno dopo anno, trasformandosi in una polveriera pronta a esplodere al minimo innesco
E l’innesco, puntualmente, è la presenza del migrante, visto come il lavoratore disposto a impieghi a paghe bassissime, che toglie forza alle proteste sindacali.
Per comprendere la violenza delle piazze e la disperazione che si respira nelle periferie urbane, occorre analizzare freddamente i numeri della crisi. Non si tratta di percentuali astratte, ma di esistenze umane private di qualunque dignità.
Il tasso di disoccupazione ufficiale viaggia costantemente sopra il 32%
Se si considera la disoccupazione reale, ovvero chi ha smesso persino di cercare un’occupazione perché rassegnato, la cifra supera abbondantemente il 40%.
La disoccupazione giovanile supera l’agghiacciante soglia del 60%. Un’intera generazione di giovani sudafricani cresce senza aver mai visto i propri genitori andare a lavorare e senza alcuna concreta prospettiva di firmare un contratto regolare nella propria vita.
La compagnia elettrica statale, Eskom, ridotta al dissesto finanziario e tecnico da anni di saccheggi dei fondi pubblici, taglia la corrente a rotazione per diverse ore al giorno. I blackout bloccano le fabbriche, costringono i piccoli negozianti a buttare via le merci deperibili. Interi quartieri sono lasciati in balia della criminalità
Città come Johannesburg e Pretoria attirano milioni di persone in cerca di fortuna dalle zone rurali del Paese e dai Paesi confinanti come Zimbabwe, Mozambico, Lesotho e Malawi. Le baraccopoli si allargano senza alcun piano urbanistico, e i servizi igienici, le scuole , gli ambulatori pubblici, già gravemente insufficienti per i locali, collassano sotto il peso della domanda.
In un’economia che non cresce, dove il Prodotto Interno Lordo pro capite è in calo da un decennio, la competizione per le poche risorse rimaste si fa spietata.
La guerra non si combatte più tra capitale e lavoro, ma tra chi ha la cittadinanza e chi non ce l’ha
Storicamente, la sinistra del Paese, a partire dall’African National Congress (ANC) fino al Partito Comunista. ha sempre mantenuto una forte matrice internazionalista e pan-africanista. Durante gli anni dell’esilio e della lotta armata contro l’apartheid, i Paesi vicini come lo Zimbabwe, lo Zambia e il Mozambico avevano ospitato, protetto e finanziato i combattenti sudafricani. C’era un debito morale e politico immenso verso il resto del continente.
Oggi, quel debito è stato cancellato dalla fame
La base elettorale della sinistra, concentrata nelle baraccopoli e nelle periferie più povere, chiede protezione immediata contro la concorrenza dei lavoratori stranieri non sindacalizzati, spesso disposti ad accettare salari da fame e privi di tutele pur di sopravvivere.
Il caso più eclatante di questa mutazione genetica è rappresentato dagli Economic Freedom Fighters (EFF) di Julius Malema.
Il partito, che si autodefinisce marxista-leninista e fanoniano, sventola bandiere rosse e chiede la nazionalizzazione delle terre e delle miniere
Sulla carta, Malema ha sempre predicato l’ideale degli “Stati Uniti d’Africa”, sognando un continente senza frontiere.
Tuttavia, quando si scende a livello stradale, la realtà è ben diversa. Per non perdere il contatto con la propria base elettorale rabbiosa e affamata, i militanti degli EFF hanno iniziato a cavalcare apertamente il risentimento xenofobo.
Hanno promosso ispezioni forzate all’interno di ristoranti, cantieri ed esercizi commerciali delle grandi città, pretendendo di controllare i libri paga per verificare quanti dipendenti fossero stranieri rispetto ai sudafricani
Hanno apertamente minacciato i datori di lavoro che preferivano assumere manodopera immigrata, spesso considerata più docile perché ricattabile causa mancanza di documenti.
Hanno modulato i propri messaggi pubblici, alternando le grandi dichiarazioni pan-africane a slogan populisti durissimi incentrati sulla priorità nazionale per l’accesso ai sussidi pubblici e agli alloggi popolari.
Non si tratta di un caso isolato
Anche altre sigle minori e sindacati autonomi legati alla sinistra radicale hanno fatto proprie le rivendicazioni della destra populista, unendosi alle marce di movimenti civici nati con il solo scopo di cacciare gli stranieri, come l’organizzazione Operation Dudula, il cui nome in lingua zulu significa “respingere” o “forzare fuori”.
Nelle strade di Alexandra, di Hillbrow o di Diepsloot, la teoria politica viene spazzata via dalla crudezza della vita quotidiana.
Nelle township non si discute di massimi sistemi, ma di chi ha diritto a occupare una bancarella sulla strada per vendere verdura, di chi ottiene le poche borse di studio statali o di chi può farsi curare nell’unico ospedale pubblico della zona
Il commerciante sudafricano che gestisce un piccolo negozio di alimentari vede nel commerciante somalo o pakistano un concorrente sleale, capace di fare prezzi più bassi grazie a reti di approvvigionamento informali ma efficienti.
Il disoccupato sudafricano vede nel muratore zimbabwese senza documenti un crumiro che abbatte il costo del lavoro edilizio, rendendo vana ogni battaglia sindacale per il salario minimo
In questo contesto, l’ideologia della solidarietà proletaria si frantuma contro la realtà della scarsità. La retorica del “compagno” lascia spazio a quella dello “straniero”. La sinistra populista ha capito che, per sopravvivere politicamente a questa ondata di rabbia, non può fare altro che assecondarla, sostituendo la lotta contro la borghesia capitalista con la caccia all’immigrato.
Il dramma sociale e politico del Sudafrica contemporaneo offre una lezione universale che supera di gran lunga i confini dell’Africa meridionale
Dimostra empiricamente che i concetti tradizionali di “destra” e “sinistra”, nati nell’Europa del diciannovesimo e ventesimo secolo in contesti di crescita industriale e di welfare in espansione, non reggono alla prova della miseria estrema e del collasso dello Stato.
La destra e la sinistra storiche possono permettersi di dividersi sulle modalità di distribuzione della ricchezza solo finché quella ricchezza esiste e viene prodotta.
Quando lo Stato non è più in grado di garantire nemmeno l’erogazione dell’acqua corrente e dell’elettricità, e quando l’economia si contrae riducendo la vita a una pura lotta per le risorse vitali, la bussola ideologica si azzera completamente
La protezione sociale per i ceti più deboli non passa più attraverso le riforme del fisco o il potenziamento dello Stato sociale, passa per la brutale e immediata geografia dell’esclusione.
La nuova priorità della politica populista, sia essa di estrazione destrorsa o sinistrorsa, diventa la gestione poliziesca delle risorse nazionali, che comprende blindare fisicamente i confini per impedire l’accesso a nuovi disperati,
requisire le attività commerciali gestite da non cittadini per riassegnarle ai nativi, negare l’assistenza sanitaria e i servizi di base a chiunque non possa dimostrare la cittadinanza.
Si assiste così a una clamorosa sovrapposizione ideologica
Le ricette securitarie e nazionaliste della destra sovranista vengono fatte proprie, senza alcuna vergogna intellettuale, da movimenti che continuano a dichiararsi rivoluzionari, anticapitalisti e comunisti. È la conferma che, di fronte alla povertà assoluta, l’unica ideologia che sopravvive è quella di difendere il proprio recinto, a qualunque costo, ed escludere chiunque si trovi dall’altra parte del confine.
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