Soleimani – L’attacco aereo americano allo scalo merci dell’aeroporto internazionale di Baghdad, oltre a essere una risposta all’assedio che ha tenuto in scacco l’ambasciata statunitense situata nella medesima capitale irachena, è anche un chiaro messaggio agli alleati di Teheran. Pochi giorni fa, dal 27 al 30 dicembre, è andata in scena un’esercitazione congiunta tra le marine di Russia, Cina e Iran nel nord dell’Oceano Indiano e nel Golfo dell’Oman. Quattro grandi manovre militari, il cui scopo ufficiale era quello di rafforzare la cooperazione tra le forze navali dei tre Paesi. L’operazione è stata ridefinita Cintura di sicurezza marina e, come ha spiegato il portavoce del ministero della Difesa cinese, Wu Qian, era “in linea con le norme del diritto internazionale” ma soprattutto non era “legata necessariamente alla questione regionale”. Insomma, a sentire Pechino si è trattato di un “normale scambio militare” tra alleati. Il problema è che questa allegra rimpatriata tra amici a ridosso dello stretto di Hormutz, ovvero nei pressi di un’area altamente instabile e cruciale per il traffico di petrolio, non è affatto piaciuta ai piani alti della Casa Bianca. Se la Cina è stata brava a dissimulare lo scopo dell’esercitazione, il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi è stato più esplicito nel sottolineare come l’obiettivo delle manovre fosse quello di “preservare la sicurezza dei corridoi marittimi” in una regione importantissima “per il commercio internazionale”.

Colpire l’Iran per educare Cina e Russia

L’unione militare di tre nemici e le loro mani su uno dei più strategici corridoi di petrolio esistenti al mondo: era inevitabile che un contesto del genere facesse risuonare la sirena d’allarme tra i corridoi del Pentagono, che a quel punto non vedeva l’ora, a sua volta, di scendere in campo. L’occasione ideale per affossare l’anello debole della catena, cioè l’Iran, è arrivata quando migliaia di manifestanti filo-iraniani hanno assediato l’ambasciata americana a Baghdad. Il resto è storia recente, con l’uccisione del potente generale iraniano Qassem Soleimani, capo delle milizie al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione (la forza d’élite dell’esercito della Repubblica islamica incaricata di effettuare operazioni all’estero) e la risposta dell’ayatollah Khamenei di vendicarsi contro gli Stati Uniti.

La Cina non abbocca all’amo di Washington

Probabilmente il piano di Washington era far uscire allo scoperto Cina e Russia, spingerli a fare qualche mossa azzardata che consentisse al Pentagono di reagire ulteriormente. Così, almeno per il momento, non è stato. Anzi: Pechino, per bocca del portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, ha invitato tutti alla calma. “La Cina si è sempre opposta all’uso della forza nelle relazioni internazionali. Esortiamo le parti interessate, in particolare gli Stati Uniti, a mantenere la calma e ad esercitare moderazione per evitare crescenti tensioni”. La Cina, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è un partner chiave dell’Iran nonché un acquirente chiave del petrolio iraniano. Togliere di mezzo Teheran, per gli Stati Uniti, significherebbe colpire il Dragone là dove fa più male: nel campo degli affari. Eppure, nonostante il rischio del caso, il governo cinese non si è scomposto. Pechino ha indossato i panni di un attore razionale e responsabile. Guai a mettere in discussione “i principi della Carta delle Nazioni Unite” e le “norme basilari delle relazioni internazionali” ha tuonato l’ex Impero di Mezzo. Che non sembra assolutamente intenzionato ad abboccare all’amo americano.

Federico Giuliani per www.ilgiornale.it

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