Renzi, il Loki della politica italiana: il dio dell’inganno rimasto senza regno
La fotografia del nuovo asse Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli passerà probabilmente alla storia per ciò che mostra, ma soprattutto per ciò che non mostra: l’assenza di Matteo Renzi
Un’assenza che vale più di mille dichiarazioni. Perché se davvero l’ex premier fosse ancora il federatore, il regista, il kingmaker che ama rappresentare, sarebbe stato in quella foto. Invece no. E il lungo post pubblicato per spiegare perché non è arrabbiato finisce per dimostrare esattamente il contrario.
Da anni Renzi assomiglia sempre più a : brillante, imprevedibile, capace di battute fulminanti e manovre raffinate, ma incapace di costruire un regno stabile. Ogni alleato prima o poi diventa un avversario. Ogni ponte viene bruciato. Ogni vittoria tattica si trasforma in una sconfitta strategica.
La sua parabola politica racconta proprio questo. Da sindaco di Firenze a presidente del Consiglio, da leader del centrosinistra a protagonista della sua frantumazione. Un talento comunicativo fuori discussione che però, anno dopo anno, ha finito per convincere tutti di una cosa: che il problema fosse lui
Ed eccoci arrivati al punto. , , e si riuniscono per costruire il loro progetto politico e non sentono nemmeno il bisogno di coinvolgerlo. Non è una dimenticanza. È un messaggio.
Un messaggio che suona più o meno così: grazie, ma possiamo fare senza.
E qui arriva il dettaglio più rivelatore. Renzi ha sentito il bisogno di pubblicare un lungo post per spiegare che non è infastidito dalla sua assenza. Ma in politica esiste una regola non scritta: quando dedichi trenta righe a spiegare perché qualcosa non ti ha colpito, probabilmente ti ha colpito eccome
Se l’esclusione fosse stata davvero irrilevante, sarebbe bastata una battuta. Invece l’ex premier si è lanciato in una lunga spiegazione sul perché non appartiene a quel gruppo, sul perché ha idee diverse, sul perché resta disponibile a collaborare e sul perché l’unità sarebbe comunque necessaria. Più che una dimostrazione di forza, una giustificazione preventiva.
Sembra quasi la risposta a una domanda che nessuno gli aveva posto
Per le elezioni politiche il peso della scelta potrebbe essere limitato. I sondaggi attribuiscono alle forze renziane percentuali modeste e, in una coalizione nazionale, quel consenso aggiuntivo difficilmente sposta da solo gli equilibri.
Diverso il discorso in Toscana.
Qui Renzi conserva ancora una rete politica, amministrativa e relazionale costruita in decenni di potere locale. Qui il suo peso specifico è superiore a quello nazionale. Qui il sostegno o meno alla coalizione può avere conseguenze concrete per la tenuta della maggioranza regionale e per il futuro della sinistra toscana.
Ed è proprio per questo che la fotografia dei quattro assume un significato ancora più interessante. Perché sembra contenere un messaggio implicito rivolto non tanto a Renzi quanto al presidente della Regione Toscana
Un messaggio che può essere riassunto brutalmente così: alle politiche il renzismo non è indispensabile, ma alle regionali il suo contributo può ancora servire. Tuttavia le condizioni non le detta più lui.
Per anni Renzi è stato l’uomo che imponeva le condizioni agli altri. Oggi appare sempre più come il leader costretto a chiedere spazio a chi un tempo considerava comprimari
La vera ironia è che probabilmente conserva ancora molte delle qualità che lo portarono al successo: intelligenza politica, velocità di ragionamento, capacità dialettica, conoscenza delle istituzioni
Ma quelle qualità non bastano quando il capitale più importante della politica, la fiducia degli alleati, si consuma lentamente fino a scomparire.
La foto del nuovo asse progressista non certifica necessariamente la fine politica di Renzi. Ma certifica qualcosa di diverso e forse di più pesante: che gli altri protagonisti del centrosinistra non lo considerano più indispensabile
E per un leader che per oltre un decennio ha costruito la propria immagine sull’idea di essere indispensabile, questo è probabilmente lo schiaffo più duro.
Non il tradimento degli avversari. Non la sconfitta elettorale. Ma l’indifferenza degli ex alleati
Perché in politica si può sopravvivere all’ostilità. Molto più difficile è sopravvivere all’irrilevanza.
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