Renzi e la memoria corta sul welfare
Fa sempre un certo effetto sentire Matteo Renzi fare la morale su pensioni, tasse e welfare. Specialmente quando a farla è chi, da Palazzo Chigi, ha fatto esattamente il contrario di quello che oggi sembra predicare.
Era la Legge di Stabilità 2015, firmata dal governo Renzi, quando la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione passò dall’11,5% al 20%, quasi raddoppiando il prelievo in un colpo solo
Non bastasse, la stessa manovra alzò anche l’imposta sulla rivalutazione del TFR lasciato in azienda, portandola dall’11 al 17%.
E come se non bastasse ancora, l’aumento fu reso retroattivo: si applicò ai rendimenti maturati fin dal 1° gennaio 2014, colpendo posizioni già costituite quando le regole erano diverse
Un dettaglio non da poco, se si considera che a più riprese fu segnalato come una violazione dei principi dello Statuto del contribuente.
Il risultato pratico fu semplice: chi aveva scelto la previdenza complementare per costruirsi una pensione integrativa si trovò il rendimento tassato quasi il doppio rispetto a prima, proprio mentre diventava sempre più chiaro che la pensione pubblica, da sola, non sarebbe bastata. Invece di incentivare chi cercava di mettersi al riparo da un futuro previdenziale sempre più incerto, il governo Renzi scelse di far cassa su quello stesso risparmio, rendendolo fiscalmente meno conveniente
Oggi Renzi punta il dito contro chi governa, si atteggia a custode del welfare, rivendica sensibilità sociale. Ma prima di indossare i panni del paladino dovrebbe fare i conti con il proprio passato di governo. Perché è facile parlare di pensioni quando non si è più nella stanza dei bottoni; lo è molto meno spiegare perché, quando quella stanza la si occupava, si sia scelto di colpire proprio chi cercava di costruirsi da solo una tutela previdenziale.
La memoria resta un antidoto potente contro l’ipocrisia politica. E i fatti, a differenza degli slogan, non cambiano.
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