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Home L'Editoriale

​Lo Scisma Lefebvriano, da dove nasce e cosa comporta

di Silvia Castellani
3 Luglio 2026
In L'Editoriale
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​Lo Scisma Lefebvriano, da dove nasce e cosa comporta
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​Lo Scisma Lefebvriano, da dove nasce e cosa comporta.

​La storia recente della Chiesa Cattolica è segnata da profonde riforme, ma anche da fratture dolorose.

La più significativa dell’epoca contemporanea è senza dubbio lo “scisma lefebvriano”, una crisi istituzionale e dottrinale nata all’indomani del Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha visto contrapporsi la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre

Tutto nasce dal Concilio Vaticano II che aprì la Chiesa alla modernità, introducendo concetti rivoluzionari come la libertà religiosa, il dialogo ecumenico con le altre confessioni cristiane e l’apertura alle religioni non cristiane.

La riforma più visibile e impattante fu tuttavia quella liturgica del 1969, voluta da Papa Paolo VI, che sostituì la storica Messa in latino (il rito tridentino) con la celebrazione in lingua volgare e l’altare rivolto verso il popolo.

​Monsignor Lefebvre, difensore intransigente della tradizione e già missionario in Africa, vide in queste riforme un pericoloso cedimento al modernismo, al marxismo e al progressismo laico

Nel 1970, con un’iniziale approvazione del vescovo locale di Friburgo, fondò a Ecône (Svizzera) la Fraternità San Pio X e un seminario con l’obiettivo di formare sacerdoti ancorati alla teologia pre-conciliare.

​La frattura iniziale si consumò rapidamente a causa del rifiuto di Lefebvre di adottare i nuovi libri liturgici e questo porto’ la Santa Sede nel 1975 a ordinare la chiusura del seminario di Ecône

Lefebvre non si scompose e procedette comunque anche negli anni successivi all’ordinazione di nuovi sacerdoti senza il mandato di Roma. Papa Paolo VI rispose comminandogli la sospensione a divinis, ovvero il divieto canonico di celebrare i sacramenti.

​Durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, le tensioni toccarono il punto di non ritorno. Il Papa polacco, pur fermo nel difendere le novità del Concilio, cercò in ogni modo di evitare una rottura formale

Incaricò quindi l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, di condurre estenuanti trattative diplomatiche e teologiche con l’arcivescovo ribelle.

​Nel maggio del 1988 si arrivò a un passo dalla storica intesa

Ratzinger e Lefebvre firmarono un protocollo di accordo che garantiva alla Fraternità una collocazione regolare all’interno della Chiesa e la legittimazione della Messa in latino. Tuttavia, poche ore dopo la firma, Lefebvre ritrattò l’accordo. L’anziano arcivescovo, sentendo l’avvicinarsi della fine della sua vita (avvenuta nel 1991), temeva che Roma stesse rallentando deliberatamente le pratiche per concedergli la nomina di un vescovo tradizionalista che potesse succedergli e garantire la continuità delle ordinazioni.

​Il 30 giugno 1988 si consumò lo strappo definitivo. Compiendo un atto di aperta e formale disobbedienza, Monsignor Lefebvre consacrò quattro vescovi (tra cui Bernard Fellay e Richard Williamson) senza il mandato papale. Il 2 luglio 1988, Giovanni Paolo II emanò la lettera apostolica Ecclesia Dei, sancendo ufficialmente l’avvenuto scisma e dichiarando la scomunica latae sententiae per Lefebvre e per i quattro neo-vescovi

​Salito al soglio pontificio nel 2005 con il nome di Benedetto XVI, Joseph Ratzinger fece della riconciliazione con l’ala tradizionalista uno dei pilastri dottrinali del suo ministero, mosso dalla convinzione che la Chiesa non potesse permettersi la cronicizzazione di un simile scisma.
​Benedetto XVI mise in atto due provvedimenti storici per rimuovere gli ostacoli psicologici e formali che dividevano le parti, il Motu Proprio Summorum e la revoca delle scomuniche.

Il Papa inoltre liberalizzò la celebrazione della Messa in latino secondo il messale del 1962 stabilendo che tale rito non era mai stato giuridicamente abolito. Si trattava della principale concessione richiesta da Ecône

​Nonostante l’apertura senza precedenti di Ratzinger, il dialogo si arenò di fronte allo scoglio dottrinale del cosiddetto “Preambolo Dottrinale”. Roma chiedeva alla Fraternità, come condizione minima per il rientro, l’accettazione del valore magisteriale del Concilio Vaticano II. La confraternita rifiutò l’accordo, ribadendo l’impossibilità di sottoscrivere i passaggi del Concilio dedicati alla libertà religiosa e all’ecumenismo, da loro giudicati in netta rottura con la tradizione della Chiesa.
​

Dal punto di vista ecclesiastico e teologico, la situazione attuale resta un paradosso normativo

Sebbene sotto Papa Francesco siano stati concessi alla Fraternità alcuni poteri pastorali temporanei, come la facoltà di confessare validamente e di celebrare matrimoni, lo stato giuridico comporta che i suoi membri non esercitano legittimamente i loro ministeri. Ovvero, i sacramenti sono validi dal punto di vista teologico ma illeciti dal punto di vista canonico.

​Non sono comunque eretici, perche non negano i dogmi storici della fede cattolica. RIfiutano la sottomissione al Papa solo sulle questioni del magistero.

​Senza ogni dubbio il movimento lefebvriano rappresenta una delle più profonde ferite identitarie della Chiesa contemporanea, il sintomo di una frattura profonda tra l’ala che vede nel Vaticano II un necessario aggiornamento e l’ala che lo interpreta come un tradimento della fede millenaria

Il dibattito interno pertanto rimane e ad oggi non si intravedono spiragli di riconciliazione.

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Tags: CHIESALefebvrianoLEONE XIVPAPAPRIMO PIANO
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