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Maggio Musicale Fiorentino: il Ballo convince, la … coreografia non sempre. Successo del capolavoro verdiano

Un Ballo in maschera: applausi convinti al direttore e ai cantanti, ma la prima registra qualche contestazione alla regia.

di Domenico Del Nero
18 Maggio 2026
In Cultura
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Maggio Musicale Fiorentino: il Ballo convince, la … coreografia non sempre.  Successo del capolavoro verdiano

Foto di Michele Monasta (fonte: ufficio stampa MMF)

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Da Gustavo III di Svezia a John Kennedy la strada è senz’altro lunga. Il sovrano svedese era sicuramente una figura forte e molto amata dal popolo, come il presidente americano; ma detestato dall’aristocrazia che lo vedeva come un despota, così come il presidente americano era inviso a diverse potenti lobbies del suo paese. La trasposizione della vicenda del Ballo in Maschera Verdiano nei primi anni sessanta del Novecento, voluta dalla regista Valentina Carrasco nella edizione attualmente in scena al Maggio Musicale Fiorentino ha dunque una sua logica? [1]

La censura napoletana, come è noto, esigette che non si mettesse in scena un regicidio per cui Gustavo III divenne Riccardo, conte di Warwich e governatore di Boston. L’azione venne spostata in America e il sovrano un semplice conte -governatore. Anche l’epoca fu cambiata e quasi tutti i nomi dei personaggi.

Eppure, nella Francia del 1833 tutti questi problemi non c’erano stati e la triste vicenda del re svedese era divenuta appannaggio della premiatissima coppia Eugene Scribe – Daniel Auber: Gustave III ou Le Bal masqué, opera storica in cinque atti il cui libretto era stato in origine destinato a Rossini. Fu proprio il testo di Scribe del resto ad essere ripreso da Antonio Somma per Verdi e a parte il cambio di ambientazione e di molti nomi la vicenda e i personaggi rimasero sostanzialmente gli stessi.  L’assassinio del sovrano svedese ebbe luogo nel 1792 e i motivi furono comunque più privati che politici: Jacob Johan Anckarström, il principale cospiratore ed esecutore materiale dell’attentato, era un ex ufficiale espulso dall’esercito che odiava il sovrano per questo motivo. Nel libretto di Scribe musicato da Auber, l’amico – consigliere del re che poi per il tragico equivoco lo tradisce e lo uccide mantiene il nome di Ankastrom (Renato nella versione verdiana), che per nella realtà non aveva alcun legame personale con il sovrano, che tra l’altro pare non fosse particolarmente incline alle liasons femminili.

In definitiva dunque gli agganci” per la versione americana – kennediana non mancavano di certo. “Come tutti i grandi leader dalla forte personalità e anche piuttosto in clini al populismo, il re svedese era stato capace di saltare i corpi intermedi per mettersi in relazione diretta con il popolo (…) Riccardo mi è sembrato la perfetta anticipazione di un leader carismatico e coraggioso, ma anche capace di sostenersi con la propaganda, tanto da esporre anche aspetti della sua vita personale alla stampa e al pubblico dominio.[2]” Così la regista.

Tradotto sulla scena, il tutto però funziona solo fino a un certo punto. Forse la Carrasco si è un po’ troppo lasciata coinvolgere da questo spunto che era senz’altro interessante ed ha voluto trasformare l’opera di Verdi in uno spaccato dell’America kennediana e dei primi anni sessanta. Riccardo è assimilato in tutto e per tutto a Kennedy: i costumi di Silvia Aymonino sono tutti rigorosamente novecenteschi (e va benissimo), le scene di Andrea Belli sono gradevoli nella loro semplicità, ma in alcuni momenti – soprattutto nella scena finale – sin troppo affollate di pannelli con immagini della vita e della storia del presidente. Lascia molto perplessi nel secondo atto l’identificazione della maga Ulrica con martin Luther King e la lotta in scena con gli esponenti del Ku Klux Klan sa molto di forzatura. Per non parlare poi di Osvald che da un angolo della scena spara (insieme a Renato?) a Riccardo – Kennedy …

Non mancano i momenti suggestivi, come il campo dei condannati a morte del secondo atto trasformato in una sorta di Bronx con prostitute e malavita; anche qui però la scena del duetto tra Riccardo e Amelia è trattata con una intensità eccessiva che sembra quasi a un certo momento sfociare nella violenza. Una lettura insomma molto particolare, che alla prima è stata bocciata dal pubblico ma che ha suscitato perplessità e riserve anche in buona parte della critica.

Ben diverso il discorso sulla parte musicale: qui l’apprezzamento è stato abbastanza unanime e caloroso da parte del pubblico. Il giovane maestro Emmanuel Tjeknavorian ha debuttato al Maggio non solo nel titolo, ma anche come direttore d’opera, essendo stata sino a questo momento la sua brillante carriera (vincitore del premio Abbiati 2025) incentrata sulla musica sinfonica.  Come aveva preannunciato in conferenza stampa il sovrintendente Fuortes, l’impressione è stata quella di interprete sicuro di sé e padrone della partitura.  La lunga dimestichezza con la musica sinfonica si coglie sin dal preludio, ricco di colori e sfumature; i vari momenti dell’opera, lirici, drammatici ma anche leggeri, quei tocchi “offenbachiani” che emergono in alcuni momenti soprattutto nel personaggio di Oscar – (che sulla scena sono andati quasi del tutto inavvertiti) vengono perfettamente evidenziati. Buona l’intesa con un’orchestra del Maggio nella consueta ottima forma e con il coro, forse un po’ a disagio nei momenti di eccessivo “affollamento” sulla scena ma sempre impeccabile nell’esecuzione musicale.

Decisamente buono nel complesso il cast vocale: il tenore Antonio Poli si presta molto bene al Riccardo in versione yankee: una voce corposa, un bel timbro tenorile e un ottimo fraseggio ne fanno un interprete apprezzato e apprezzabile.

Il soprano Chiara Isotton, già applaudita Tosca al Maggio nel gennaio di quest’anno, si è fatta apprezzare anche nel ruolo di una Amelia grazie a una voce corposa di lirico spinto (tra i suoi ruoli, oltre Tosca, anche Fedora, Maddalena etc.) e a una ottima presenza scenica; particolarmente suggestivo il Morrò ma prima in grazia all’inizio del terzo atto.

Il baritono Kae Hang è stato un Renato convincente sia sul piano scenico che sul piano vocale grazie a una voce brunita e omogenea; di grande effetto la sua interpretazione della celebre aria Eri tu che macchiavi quell’anima.  L’Ulrica in versione maschile del mezzosoprano Ksenia Dudnikova risulta incisiva e magnetica; insieme a Oscar, è forse il personaggio più “modificato” rispetto all’originale dalla interpretazione della Carrasco, ma la cantante ne dà comunque una lettura avvincente. Oscar qui abbandona il suo ruolo en travesti per diventare direttamente femminile: una segretaria un po’ civetta che il soprano Lavinia Bini interpreta in modo spigliato e brillante. Di buon livello anche le parti minori. Vivi applausi per tutti da un pubblico decisamente numeroso e attento.

 

Decisamente da vedere dunque, e se l’impostazione registica non dovesse piacere, senz’altro comunque da ascoltare!

Prossime repliche: 22 maggio ore 20 e 24 maggio ore 15.30. La presente recensione si riferisce allo spettacolo del 15 maggio.

 

 

 

[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr. https://www.adhocnews.it/un-ballo-in-maschera-al-via-il-secondo-titolo-del-festival-del-maggio/

[2] Programma di sala, p. 119.

Tags: Emmanuel TjeknavorianGIUSEPPE VERDIIN EVIDENZAMAGGIO MUSICALE FIORENTINOUN BALLO IN MASCHERAVALENTINA CARRASCO
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