L’ISLANDA, QUANDO IL “NO” È UN RICHIAMO ALL’EUROPA
La notizia del rigetto dell’Islanda al referendum sulla riapertura dei negoziati d’adesione con l’Unione Europea è una frustata in pieno volto alle illusioni di Bruxelles. Con il fronte del “No” attestato al 52,8% dei voti, il popolo islandese ha scelto di rimanere padrone a casa propria. Chi liquidi questo esito come un semplice eccesso di sovranismo locale commette un errore di superficialità. Il rifiuto di Reykjavík è un vero e proprio atto d’accusa al modello attuale dell’Unione Europea.
Per anni i palazzi comunitarii si sono raccontati la favola di un’Unione come magnete irresistibile di democrazia e prosperità
La realtà, guardata senza le lenti della propaganda istituzionale, racconta una storia del tutto diversa. L’Islanda, Paese ad altissimo reddito e con standard di vita tra i più elevati al mondo, ha valutato l’ipotesi di riavvicinarsi al “pacchetto UE” e ha risposto con fermezza “No, grazie”.
I motivi stanno nell’accettare le logiche centralizzate di Bruxelles che avrebbe significato mettere a rischio la sovranità sulle proprie risorse primarie, dalla pesca all’economia locale, per sottostare a quote e parametri imposti da burocrati lontani. Gli islandesi hanno dimostrato che i meccanismi funzionali di cooperazione, come il mercato unico e la libera circolazione bastano ed avanzano. Tutto il resto, cioè l’apparato normativo asfissiante, la regolamentazione pervasiva e l’ingerenza politica verticistica, viene legittimamente percepito come un malus, non come un valore aggiunto.
Ciò che è accaduto a Reykjavík riflette fedelmente i malumori che serpeggiano nel cuore stesso del continente, Italia compresa
I cittadini assistono da anni a un’Unione straordinariamente efficiente nel micro-gestire la vita quotidiana di imprese e lavoratori con cavilli e direttive, ma sconcertantemente debole quando si tratta di affrontare le grandi sfide geostrategiche, in primis l’autonomia energetica e le crisi industriali. Per i Paesi membri, e per l’Italia in particolare, la lezione islandese è evidente. Le nazioni che tutelano la propria specificità economica e la propria identità produttiva mantengono una tenuta strutturale superiore a chi si consegna ciecamente agli automatismi e alla rigidità dei regolamenti europei.
Se Bruxelles continua a derubricare il verdetto islandese a trascurabile incidente periferico, certificherà la propria incapacità di autocritica
L’Unione si trova a un bivio storico. Deve prendere atto che la sua deriva burocratica sta allontanando popoli ed economie reali.
Senza un cambio di rotta radicale, che rimetta al centro la flessibilità istituzionale e la drastica riduzione della zavorra normativa, il futuro dell’Unione non sarà la progressiva integrazione, ma l’inesorabile declino. Se persino le nazioni perfettamente integrate nella rete commerciale europea rifiutano di compiere il passo decisivo verso Bruxelles, significa che il motore del centralismo europeo è guasto. E un sistema che rifiuta di correggersi, prima o poi, è destinato a spezzarsi sotto il peso delle proprie contraddizioni.
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