L’asta rossa che divide il mondo: note su “Finale i” a Carrara
Nel cuore del centro storico di Carrara, in via Santa Maria, in uno degli studi privati che il Circuito Off di White Carrara apre ogni estate al pubblico, tre artisti mettono in scena la mostra collettiva Finale i: Paolo Triglia Alberti, Paolo Perfetti e Nadia Sabbioni.
Gli stessi artisti si muovono in un universo popolato tanto da mondi reali quanto da mondi immaginari, e descrivono l’uomo come un punto di passaggio all’interno di un’evoluzione di cui non conosciamo con certezza né l’origine né l’esito: un’idea di transito, di soglia, che nell’allestimento trova una traduzione visiva sorprendentemente coerente.
Il registro della fantasia: Paolo Perfetti
Sulla prima parete, le opere firmate da Paolo Perfetti si presentano come una sequenza di fogli appesi con semplici mollette metalliche — una scelta di allestimento volutamente dimessa, quasi da atelier, che lascia parlare la carta senza la mediazione di cornici. Sono immagini dall’aspetto ibrido, a metà tra la stampa digitale e l’acquerello: velature cromatiche fredde, dominanti azzurre e verdi acquose, attraversate da frammenti figurativi isolati — una pila di barre colorate simile a una scala spettrale, un piccolo rettangolo vibrante di colori puri incastonato in campiture pallide e sfumate, quasi effetti di disturbo o interferenza visiva.
Non stupisce ritrovare in queste tavole l’eco della ricerca che Perfetti — nato ad Avenza, dove vive e lavora, per anni docente di Disegno e Storia dell’arte, autore di una produzione fondata su tecnica mista tra matite colorate, pastello e tratteggi di china sottilissimi — ha condotto negli anni recenti sulla rivalutazione del pastello e del segno grafico in grande formato. Qui il segno si fa più leggero, quasi smaterializzato, come se l’artista avesse voluto lasciare che l’immagine “sgranasse” fino al limite della sua leggibilità: la fantasia più sfrenata di cui parla il testo di accompagnamento alla mostra si manifesta proprio in questa erosione controllata della figura, in questi resti iconografici che affiorano da un fondo cromatico instabile come ricordi incompleti.
Il registro del rigore: Nadia Sabbioni e Paolo Triglia Alberti
Se la parete di Perfetti lavora per accumulo e dissolvenza, le pareti attigue — dove compare l’etichetta con il nome di Nadia Sabbioni — impongono un cambio di passo netto. Qui la composizione si fa geometrica, essenziale, quasi didattica nel senso migliore del termine: rettangoli piatti in toni di grigio, tortora e beige, tagliati da sottili linee rosse orizzontali che agiscono come cesure, elementi che sembrano dialogare apertamente con la lezione della Bauhaus e delle avanguardie costruttiviste.
In altri fogli, fasci di linee rette convergono da un punto come un ventaglio di traiettorie, un tema quasi cartografico — non a caso Sabbioni descrive la propria ricerca come concentrata sullo spazio soggettivo e fisico, sulla “scrittura della terra”: qui la geometria non è mai puro esercizio formale, ma sembra alludere a una misurazione del reale, a un rilievo del mondo condotto con strumenti minimi.
Queste opere completano il registro rigoroso della mostra, quello che sembra accomunare, oltre a Sabbioni, anche Triglia Alberti. Si tratta di un rigore che si concede degli scarti: basta un accento arancio, una linea blu che spezza un fondo grigio-azzurro, a incrinare la prevedibilità della griglia e a farvi entrare un margine di imprevisto.
La soglia: l’installazione a terra
È però nell’altra sala della galleria, dove l’esposizione abbandona la parete per scendere sul pavimento, che il progetto curatoriale trova la sua sintesi più efficace. Un grande pannello triangolare azzurro, costruito per campiture concentriche fino a un cuore giallo pallido — un omaggio quasi esplicito alla logica seriale degli Omaggio al quadrato di Albers, qui piegata alla figura del triangolo — si appoggia direttamente sul pavimento in cotto della sala.
Da lì, un’asta rossa funge da cerniera fisica e concettuale: attraversa lo spazio e collega il pannello geometrico a un secondo elemento, un foglio disposto a ventaglio coperto da una griglia fitta di cifre numeriche disposte in scala, quasi un diagramma matematico o una tavola combinatoria. Poco oltre, chiude la sequenza una forma organica e coloratissima, dal profilo frastagliato che ricorda un’ala o una fiamma, in aperto contrasto cromatico e formale con il rigore geometrico che la precede.
In quest’installazione a pavimento la mostra mette in scena letteralmente ciò che il testo curatoriale annuncia a parole: il passaggio, il transito da un ordine razionale e misurabile (il triangolo, la griglia numerica) a un residuo di pura immaginazione (la forma organica, quasi vegetale, che chiude la sequenza). L’asta rossa, elemento ricorrente già incontrato come sottile linea nei lavori di parete, diventa qui un asse reale, un ponte fisico che il visitatore è invitato ad attraversare con lo sguardo, se non con il passo.
Un bilancio critico
Finale i non è una mostra che cerca l’omogeneità stilistica: al contrario, dichiara fin dal titolo la propria natura di dialogo tra sensibilità diverse, quella più visionaria e dissolutiva di Perfetti e quella più analitica e costruttiva di Sabbioni e Triglia Alberti. Il rischio di un’operazione simile è la giustapposizione senza reale confronto; il merito di questa mostra, allestita in uno spazio non convenzionale come uno studio privato del centro storico carrarese, è invece quello di trovare un punto di reale tensione tra i due registri, senza risolverlo in una sintesi facile. Resta, alla fine del percorso, l’impressione di un’idea di universo attraversato da “assenze necessarie”, da un ordine che l’immaginazione continuamente eccede e a cui, ciclicamente, ritorna.
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