La Yale University ha annunciato che dalla prossima primavera il “corso di storia dell’arte dal Rinascimento ad oggi” non si terrà più perché non rispetta più gli standard del “politicamente corretto“ e vuole evitare agli studenti un disagio, perché “il canone occidentale della bellezza analizzata” sarebbe il risultato di uno scenario “oppressivo” frutto di una cultura “bianca, maschilista, eterosessuale ed europea”.

L’ultima frontiera della folle censura liberal negli Usa di Donald Trump, che infatti è avversato ai limiti della farsa e dell’impeachment dalla componente radical chic della società statunitense, è tacciare i capolavori dell’arte rinascimentale, in primis italiana di essere propagandistici verso la supremazia della razza bianca.

Dopo aver deciso di non attribuire più uno specifico genere ai dinosauri, ora è Raffaello la vittima della folle mania iconoclasta americana, che è arrivata a rimuovere i simboli della Guerra Civile e della propria storia.

L’arte ha già attraversato epoche oscurantiste e censoree, quando ad esempio il Braghettone, Daniele Ricciarelli, fu chiamato a correggere le impurità e dovette intervenire pittoricamente coprendo le pudenda dei personaggi del Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistina.

L’attuale presidente del dipartimento di Storia dell’arte di Yale, Tim Barringer, ha annunciato di voler cercare la “discontinuità” per fare in modo che non solo i bianchi, ma “tutti gli studenti di Yale siano a loro agio nell’analizzare e godere dei capolavori dell’arte occidentale, senza mettere solo quella europea su un piedistallo che potrebbe creare problemi” perché Yale deve poter offrire una “visione globale e inclusiva” e aggiunge: “Non confondo la storia dell’arte europea con quella della storia dell’arte di altri paesi tutti egualmente meritevoli di studi”.

In due o tre anni la Yale University, università privata situata a New Haven, nel Connecticut,  terza più antica istituzione di istruzione superiore negli Stati Uniti d’America, finirà col sostituire il super corso introduttivo dal Rinascimento del professor Vincent Scully, ormai scomparso ma considerato uno degli esami “fondamentali” dell’intero percorso di laurea, con altri esami, senza che la “Introduzione alla storia dell’arte dal Rinascimento a oggi” finisca per fare la parte del leone.

Yale assicura che il dipartimento di Storia dell’arte non abbandonerà l’analisi dei capolavori rinascimentali di cui l’Italia è grande custode, ce ne saremmo comunque fatta una ragione, ma saranno implementate con riflessioni basate sulle diversità razziali e intellettuali, che degli studenti, che dovranno capire che “non è mai esistita una sola versione storica della storia dell’arte”, si discuterà della relazione tra arte europea e altre tradizioni mondiali, di genere, classe e razza, del capitalismo occidentale e il suo rapporto con l’espressione artistica e gli studenti potranno proporre (per iscritto e motivandolo) capolavori del resto del mondo che sono rimasti fuori dal libro di testo del corso.

Il professor Tim Barringer, con evidenti finalità politiche, vuole provare a dimostrare che un corso sulla storia dell’arte non significa soltanto arte dell’Occidente.
Si è proposto, quindi, di cancellare gli insegnamenti tradizionali del professor Vincent Scully, che ha retto quella cattedra fino alla sua morte nel 2017, affidando poi ai suoi discepoli i corsi di introduzione alla storia dell’arte rinascimentale, amati da studenti e semplici uditori, e che è stato definito “il più influente insegnante di architettura di tutti i tempi”.


Un immenso patrimonio intellettuale e scientifico sacrificato sull’altare del politicamente corretto, quindi, come se gli studenti afroamericani non affollassero ogni anno musei vaticani o Uffizi per ammirare i capolavori di Michelangelo e Leonardo che, basterebbe studiare la storia, tutto erano tranne omofobi o ossequiosi al potere dell’epoca.

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