Il fallimento infrastrutturale toscano

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Il fallimento infrastrutturale toscano

​La Toscana è da sempre dipinta come una terra da cartolina. Colline sinuose, città d’arte uniche al mondo, una qualità della vita che tutto il globo ci invidia

Ma dietro la patina della retorica celebrativa del “modello toscano”, la realtà quotidiana di chi vive, lavora o fa impresa nella nostra regione racconta una storia ben diversa.

È la cronaca di un isolamento logistico e strutturale che penalizza la competitività economica e mortifica i cittadini

​Decenni di ininterrotto potere della sinistra al governo della Regione hanno trasformato la Toscana in un grande museo a cielo aperto, immobile e incapace di guardare al futuro. Sulle grandi direttrici dello sviluppo, aeroporti, autostrade e reti ferroviarie, il bilancio politico della sinistra toscana è impietoso.

Si sento le eco di promesse faraoniche, cantieri lumaca, veti ideologici interni alla stessa maggioranza e un immobilismo cronico che ha fatto perdere al territorio decenni preziosi rispetto al resto d’Italia e d’Europa.

Il paradosso dello scalo fiorentino Amerigo Vespucci fotografa meglio di chiunque altra opera l’impotenza politica della sinistra toscana

Da oltre trent’anni si discute della nuova pista e dell’ammodernamento dell’infrastruttura, indispensabile per dare alla Toscana una porta d’accesso internazionale all’altezza delle sue potenzialità turistiche e produttive.
​Il risultato? Un eterno gioco dell’oca fatto di ricorsi al TAR, distinguo ideologici, veti incrociati e barricate interne al centrosinistra, con frange ambientaliste e amministrazioni comunali alleate che fanno muro contro lo sviluppo.

La Regione, debole con i forti e forte con i deboli, ha navigato a vista, ostaggio di una visione pauperista e nimby (Not In My Back Yard) che antepone i calcoli di bottega e le correnti di partito alle esigenze reali di crescita del territorio

Se ci si sposta sulla gomma, la situazione non migliora.

L’esempio più lampante è l’eterna incompiuta dell’Autostrada Tirrenica (SOS Tirrenica), un’opera fondamentale per collegare il nord e il sud della regione, attesa da generazioni e bloccata in un labirinto di contenziosi, project financing saltati e scaricabarile istituzionali.

​Mentre il centrodestra nazionale ha cercato di sbloccare i nodi burocratici e imprimere una svolta ai cantieri strategici, la Regione Toscana ha dimostrato un’incapacità cronica di programmazione. Per non parlare della FI-PI-LI, teatro ogni giorno di incidenti grandi e piccoli, che inducono a scommettere sulla possibilità e sullorario di arrivo a destino

Le strade provinciali e la viabilità minore versano in condizioni disastrose, ostaggio di burocrazie asfissianti e di una spesa pubblica spesso incapace di tradursi in cantieri reali. I pendolari e le imprese sia della costa che delle aree interne pagano ogni giorno il prezzo salato di un isolamento viario indegno di un Paese civile. Infine il nodo A1. In tutta Italia il tratto tra Calenzano e Barberino di Mugello, vede al suo ingresso code chilometriche.

Un imbuto che rende tristemente noti a italiani e stranieri i due malcapitati Comuni

Sul fronte ferroviario, la narrazione trionfalistica della sinistra si scontra ogni mattina con la dura realtà dei treni regionali affollati, dei ritardi sistematici, dei disservizi sulla linea tirrenica e sui collegamenti interni.

Per anni si è investito sulla facciata, dimenticando il ferro di tutti i giorni, quello che serve ai lavoratori, agli studenti e alle famiglie per spostarsi da una provincia all’altra.

L’integrazione modale tra gomma e rotaia è rimasta un miraggio sulla carta, mentre la Toscana perde posizioni nella classifica europea della mobilità sostenibile ed efficiente.

La verità che la sinistra toscana non ha il coraggio di ammettere è che il blocco delle infrastrutture non è frutto della sfortuna, ma della politica dei “due pesi e due misure”

Risulta incapace di decidere per paura di scontentare le lobby ambientaliste radicali e i comitati del “no a tutto”.
​La Toscana ha bisogno di una scossa liberale e riformatrice.

Servono decisioni rapide, sblocco dei cantieri, dialogo costruttivo con il Governo nazionale per attrarre investimenti concreti e una classe dirigente che consideri le grandi opere non un nemico dell’ambiente, ma il presupposto fondamentale per la crescita, il lavoro e la modernità

​I toscani meritano infrastrutture moderne, sicure ed europee. Dopo decenni di immobilismo rosso, è tempo di voltare pagina.

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