Cinque anni fa l’uomo che aveva in mano il partito più grande d’Italia, uscito incoronato dallo storico risultato alle elezioni europee era Matteo Renzi. Renzi aveva ottenuto un tale successo che lo si credeva capace di potere, in pochi anni, arrivare a governare da solo l’Italia. Tant’è che propose una legge elettorale in alcuni aspetti similare a quella francese, con quel doppio turno che gli avrebbe consentito di cancellare tutti i partiti a lui avversi.

Matteo Renzi era arrivato a Palazzo Chigi mai votato, eppure il risultato che aveva ottenuto in quell’appuntamento elettorale, sembrava averne (di)mostrato e certificato sul campo le capacità politiche.
L’errore fatale, a seguito di alcune rovinose scelte successive, fu quello di non chiedere le elezioni anticipate. Del resto Renzi si sentiva forte del risultato e non erano trascorsi neppure tre mesi dalla sua nomina a Presidente del Consiglio… Perchè avrebbe dovuto correre alle urne?

Così restò attaccato una poltrona che nessun voto popolare gli aveva attribuito, ma che – assai probabilmente – avrebbe “conquistato” passando dalle forche caudine del voto popolare, piazzando suoi deputati a garantirlo.
Restò, Renzi. E decise di avventurarsi sul sentiero delle riforme costituzionali, con un errore di fondo che probabilmente fu miopia sottovalutare: il successo dipendeva dalla maggioranza parlamentare precedente, sulla quale Renzi aveva poca presa ed ancor meno controllo. Deputati che nulla dovevano al suo progetto di riforma poiché eletti con un programma differente e capicorrente differenti. La sua ambizione lo stava intrappolando in un contesto per sua stessa natura instabile, costretto a governare con elementi del centro destra e nemici interni pronti a sfruttare ogni passo falso.

Renzi rifiutò quindi il rischio delle urne e lentamente portò al logorio quella sua immagine di innovatore che per sè aveva ritagliato, successo dopo successo. Del resto la maggioranza risicata ed eterogenea con la quale si era trovato a governare minava qualsiasi progetto innovativo.

Ne risoltò una riforma dal testo farraginoso e bizantino, frutto dei troppi compromessi che aveva dovuto accettare in sede di stesura. Persa la spinta innovatrice, quel testo assomigliava vagamente ad un vecchio regolamento condominiale.
Ma il calo più inquietante fu quello di popolarità, che Renzi non riuscì più ad arginare. E così dovette ritirarsi, ripiegare in attesa di tempi migliori lasciando, come unica (ma non ultima) memoria di sè, alcune sentinelle elette grazie alla nuova legge elettorale.

Gli anni dell’apice di Renzi furono anche quelli dell’ascesa di un altro Matteo, milanese questa volta. Matteo Salvini era in quegli anni impegnato a far rinascere un partito in gravissima difficoltà, insignificante nel panorama politico. Conquistata la segretria, lontano dai grandi media, Salvini stava trasformando un movimento elettoralmente stanziato solo nella parte settentrionale del paese in un grande partito nazionale. E nel giro di pochi anni sarebbe riuscito a trasformarlo nel primo partito italiano.

Ad un certo punto Salvini, memore anche del rovinoso corso storico del partito che aveva ereditato, avvertì il bisogno di poter portare avanti quanto promesso nelle sue sempre più frequenti apparizioni. Dinanzi alla prospettiva di poter in qualsiasi modo contribuire al cambiamento che aveva promesso al suo stesso elettorato preferì mettersi in gioco per chiedere un mandato popolare forte, che gli permettesse di portare avanti il suo programma senza mediazioni. La storia che ne segue è attualità politica.

Due Matteo, due apparenti opposti che tuttavia molto hanno in comune nello stile comunicativo e nel feeling che riescono ad instaurare con certe cospicue porzioni di elettorato. Eppure se uno si è arenato nell’esprimere se stesso unicamente all’interno dei palazzi del potere, il crescente successo dell’altro non può prescindere dalla piazza, dove continua tutt’ora ad alimentarsi.
Renzi e Salvini. Due uomini differenti. Due modi di pensare e di tradurre la politica differenti ma soprattutto due Italie differenti, che oggi non possono coesistere tra loro. Oggi è giunto il tempo che una prevalga una volta per tutte sull’altra.