I commissari all’Esame di Maturità sono davvero dei carnefici ?
Proponiamo ai lettori una riflessione su quanto accaduto qualche giorno fa, quando è apparso sul
quotidiano La Nazione l’intervento del dirigente scolastico Paolo Cipriani in merito alla valutazione
dell’Esame di Maturità.
La sua denuncia – condivisa da una docente e da qualche genitore – è che,
sull’esperienza dell’Istituto professionale Marconi che dirige a Prato, alcuni studenti, arrivati alla Maturità con un ottimo percorso scolastico e medie elevate, hanno ottenuto voti finali sensibilmente più bassi, ritenuti non coerenti con il lavoro svolto durante gli anni di scuola
Il Dirigente sostiene anche che in alcune Commissioni hanno prevalso atteggiamenti eccessivamente severi o addirittura punitivi, talvolta influenzati da rivalità personali, personalismi o “egocentrismi” anziché dall’interesse educativo degli studenti. La sua critica non è rivolta all’esame in sé, ma al comportamento di quei commissari che trasformano la Maturità in una prova finalizzata a mettere in difficoltà i candidati invece che a valorizzarne le competenze e il percorso di crescita
personale.
Tali dichiarazioni hanno suscitato immediatamente reazioni contrastanti.
Alcuni genitori e docenti
hanno espresso il proprio sostegno mentre altri si sono dichiarati scettici se non addirittura offesi dalle sue parole. Al proposito è intervenuto anche Luigi Rocca, segretario della UIL, che ha risposto pubblicamente al quotidiano sulla Cronaca di Prato il giorno successivo alla pubblicazione di Cipriani.
Contemporaneamente una raccolta di firme, è stata lanciata anche dal Gessetto, associazione spontanea di docenti e dirigenti scolastici italiani che da tempo difendono il valore della scuola contro
l’ideologia del falso progressismo.
Centinaia di firme sono state raccolte attraverso il blog:
(https://www.ilgessetto.com/lesame-di-maturita-non-e-un-evento-celebrativo-e-ora-di-dire-basta) e hanno sottoscritto la risposta pubblicata dallo stesso quotidiano nei giorni seguenti
Il pensiero del dirigente scolastico solleva indubbiamente questioni importanti che meritano una riflessione condivisa ma le sue argomentazioni suscitano molte perplessità.
In primo luogo la coerenza della valutazione viene scambiata con la continuità dei voti: si lascia
intendere che uno studente con una media elevata durante il triennio debba conseguire un voto finale sostanzialmente analogo se non addirittura – citando le parole del dirigente Cipriani – “leggermente
superiore”.
L’Esame di Stato ha in realtà proprio lo scopo di verificare le competenze acquisite in una situazione diversa rispetto alla valutazione ordinaria
Se il voto finale fosse predeterminato dalla carriera scolastica, l’esame perderebbe gran parte della sua funzione, non sarebbe quindi un esame ma
una semplice ratifica del percorso svolto, non varrebbe i costi organizzativi e tanto varrebbe eliminarlo piuttosto che svuotarlo del suo significato.
Ancora, la riflessione del Dirigente sottovaluta il problema opposto: come possono esistere commissioni eccessivamente severe, possono esistere anche scuole che attribuiscono crediti interni troppo generosi
La presenza dei commissari esterni è stata introdotta proprio per ridurre le differenze di valutazione tra istituti e garantire una maggiore imparzialità. Concentrarsi esclusivamente sulla
severità degli esterni rischia quindi di trascurare il fenomeno dell’inflazione dei voti interni, che la denuncia così accorata porta proprio a supporre. In questo caso sarebbe giusto permettere agli studenti
di uscire dalla scuola ignari della propria reale preparazione?
Lo stesso esame, soprattutto negli istituti
professionali, rappresenta per gli studenti l’ingresso nel mondo del lavoro con le sue dinamiche spesso imprevedibili, talvolta governate da logiche dure e fortemente selettive. Perché illudere questi giovani
con gratificazioni a ogni costo? Perché non aiutarli a comprendere – e a maturare davvero – che un esame, come tutte le prove della vita, ha sempre i suoi punti interrogativi ed ammette potenzialmente
soddisfazioni parimenti a delusioni?
Qualsiasi sia il risultato, è un’esperienza preziosa da cui trarre insegnamento, lontano da farne una tragedia se non si conclude con un trionfo, conviene viverla come occasione per esercitare autocritica costruttiva, conoscere le proprie fragilità e valorizzare i punti di forza
Altro non è che praticare metacognizione, parolona che echeggia frequentemente nei corsi di.formazione per docenti a rappresentare la consapevolezza del proprio approccio critico alla
conoscenza. Ha senso abituare i giovani ad un benessere costruito sull’illusione dove ogni risultato è
necessariamente premiato ed il successo scontato piuttosto che prepararli ad affrontare.consapevolmente le sfide come nella comune vita reale?
Le notizie di cronaca nera mostrano purtroppo sempre più frequentemente le conseguenze tragiche delle fragilità nei giovani, spesso nascoste o addirittura alimentate nell’impotenza generale
Un terzo aspetto riguarda la generalizzazione di casi particolari. L’articolo richiama episodi nei quali
alcuni commissari sarebbero stati eccessivamente severi, senza alcun dato sistematico a dimostrazione
di un fenomeno diffuso. Il rischio è quello di trasformare esperienze individuali in una diagnosi generale del sistema.
Espressioni come “vendette”, “egocentrismi” o “commissari carnefici”.attribuiscono ai docenti motivazioni psicologiche casuali secondo giudizi personali ma ugualmente
offensivi ed umilianti
Una commissione costituita da docenti può adottare criteri rigorosi senza
essere animata da spirito punitivo. Triste considerazione è quella sulla possibile rivalità tra scuole dello stesso territorio che invece di collaborare nella varietà della formazione scolastica si
silurerebbero vicendevolmente a suon di votacci screditando la serietà di alcuni studi piuttosto che altri.
Forse il Dirigente teme che la cattiva pubblicità sulla preparazione maturata nel proprio istituto si ripercuota negativamente sulle future iscrizioni
Pieno accordo che l’Esame di Stato non debba umiliare i candidati ma valorizzarne il percorso ovvero garantirgli una valutazione equa – non necessariamente elevata – soprattutto rigorosa e coerente
su criteri condivisi che non è incompatibile con il rispetto della persona. Tenendo conto che la docimologia ormai è una disciplina inserita in tutti i corsi di formazione dei futuri docenti e che,
attraverso l’uso di griglie e rubriche di valutazione, pervade la stramaggioranza dei curricoli scolastici, ci imbattiamo nella contraddizione di pretendere contemporaneamente il rigore valutativo
oggettivo e quindi giusto ed imparziale ma anche la piena flessibilità ed elasticità laddove si vogliano far valere iniziative individuali di omissione di tale rigore. Non scordiamoci che per il docente la
valutazione rappresenta sempre una spada di Damocle.
Non essere rigorosi può fruttare ricorsi da
parte delle famiglie se non provvedimenti disciplinari
In conclusione le osservazioni del Dirigente meritano davvero attenzione. Se possono esistere differenze di severità tra le diverse commissioni è altrettanto vero che la componente soggettiva del
colloquio orale sia per chi espone che per chi ascolta e valuta può incidere sul voto finale.
Certamente resta l’abisso tra l’uso di espressioni come “commissari carnefici” e l’analisi critica dei possibili limiti
strutturali del sistema di valutazione utile a formulare soluzioni alternative per renderlo più uniforme, trasparente ed equo.
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