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Home L'Editoriale

Il sindaco di New York può davvero far arrestare Netanyahu? Tra diritto, propaganda e confusione istituzionale

di Kishore Bombaci
19 Luglio 2026
In L'Editoriale
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Il sindaco di New York può davvero far arrestare Netanyahu? Tra diritto, propaganda e confusione istituzionale
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Il sindaco di New York può davvero far arrestare Netanyahu? Tra diritto, propaganda e confusione istituzionale

Ogni volta che si avvicina l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, torna puntualmente il dibattito su un’eventuale visita a New York del premier israeliano Benjamin Netanyahu e sulle conseguenze del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.

Tema che gonfia il petto alla sinistra mondiale ma che inesorabilmente si rivela occasione per dimostrare un certo analfabetismo istituzionale dei protagonisti

In ordine di tempo l’ultimo è il sindaco di New York che ha dichiarato di valutare se può o meno rendersi parte attiva per fare eseguire il mandato di arresto della CPI nei confronti del Premier israeliano.

Al netto di ogni valutazione politica che rimando al lettore nella speranza che questo sia obiettivo, la domanda tanto semplice quanto decisiva è : il sindaco della città ha davvero il potere di far eseguire un simile mandato?

La risposta, dal punto di vista giuridico, è sostanzialmente negativa

Occorre anzitutto distinguere tra il piano politico e quello istituzionale. Il sindaco di New York è il capo dell’amministrazione comunale. Ha responsabilità importanti in materia di gestione della città, sicurezza urbana e coordinamento con il New York City Police Department (NYPD), ma non determina la politica estera degli Stati Uniti né decide autonomamente l’esecuzione di obblighi derivanti dal diritto internazionale.

La questione si complica ulteriormente perché gli Stati Uniti non sono parte dello Statuto di Roma, il trattato istitutivo della Corte penale internazionale

Ciò significa che Washington non è generalmente obbligata a eseguire i mandati della Corte come invece accade per gli Stati che hanno aderito al trattato. Eventuali decisioni riguardanti la cooperazione con la Corte coinvolgerebbero il governo federale, il Dipartimento di Giustizia, il Dipartimento di Stato e le autorità competenti, non certo il sindaco di una città.

Anche ipotizzando scenari eccezionali, il sindaco non dispone del potere di ordinare unilateralmente l’arresto di un capo di governo straniero in visita negli Stati Uniti

Un’operazione di questo tipo avrebbe inevitabili implicazioni diplomatiche, costituzionali e di diritto internazionale che travalicano completamente le competenze di un’amministrazione municipale.

Pensare o anche solo ipotizzare che il Sindaco possa effettivamente dir la Sua in materia, è mera propaganda, né più né meno.

Vi è poi un ulteriore elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: i capi di Stato e di governo che partecipano alle attività delle Nazioni Unite possono beneficiare di specifiche forme di immunità e di protezione previste dal diritto internazionale e dagli accordi che disciplinano il rapporto tra gli Stati Uniti e l’ONU. La valutazione di tali profili spetta alle autorità federali e, se necessario, ai tribunali competenti, non al sindaco di New York.

Questo significa che il tema sia irrilevante?

Affatto. Il mandato della Corte penale internazionale rappresenta un fatto giuridico di grande rilievo internazionale e continuerà a produrre effetti nei rapporti con gli Stati che riconoscono la giurisdizione della Corte. Ma trasformare una questione di diritto internazionale in uno slogan da politica municipale è risibile. Se la questione non fosse seria ci sarebbe da sbellicarsi dal ridere.

Chi sostiene che basti la volontà del sindaco per far scattare le manette a Netanyahu attribuisce a quella carica poteri che semplicemente non possiede

Sarebbe un po’ come immaginare che il sindaco possa decidere la politica monetaria della Federal Reserve o firmare un trattato internazionale: non funziona così l’ordinamento statunitense.
Se davvero un sindaco ritiene di poter risolvere una delle più delicate controversie diplomatiche mondiali con una dichiarazione pubblica, dimostra quantomeno una discutibile comprensione della distribuzione delle competenze prevista dalla Costituzione americana.

Le istituzioni non funzionano per annunci, ma per attribuzione di poteri

E quei poteri, in questo caso, appartengono ad altri.
Sul piano politico, poi la critica a Netanyahu, per quanto legittima in generale , omette capziosamente e colpevolmente che Israele sta affrontando una minaccia senza precedenti da parte di organizzazioni armate e da statu confinanti. In questo contesto le decisioni della Corte penale internazionale hanno finito per interferire con il diritto dello Stato israeliano alla propria difesa rivelandosi tuttavia giuridicamente molto fragili .

Altri osservatori, naturalmente, arrivano a conclusioni opposte

Ma proprio per questo è ancora più importante che il dibattito pubblico distingua tra giudizi politici e realtà giuridica. Una critica o un sostegno possono essere oggetto di confronto; le competenze istituzionali, invece, sono stabilite dal diritto.

Alla fine, il rischio è che dichiarazioni prive di reale fondamento giuridico producano soltanto un effetto mediatico. Se l’obiettivo è conquistare titoli di giornale, possono funzionare. Se invece si pretende di descrivere come funzionano davvero le istituzioni americane, allora la faccenda è molto diversa.

Il Sindaco si NYC qualora persistesse in una simile operazione si esporrebbe al rischio del ridicolo, di chi non conosce nemmeno i confini istituzionali del proprio mandato

Conoscendo il tipo, la cosa non stupisce dato che ai mirabolanti slogan da campagna elettorale non stanno corrispondendo affatto azioni coerenti nemmeno nell’ambito del mandato elettorale (figuriamoci impegni extra mandato) con buona pace dei newyorkesi.

Ma anche al senso del ridicolo c’è un limite. Qualcuno lo dica a Mamdami.

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Tags: GIUSTIZIAMamndaniNETANYHAUNEW YORKPRIMO PIANO
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