Caro Francesco,

mentre ti scrivo mi accingo ad andare in quel di Roma per la cerimonia della Festa della Repubblica del 2 giugno. So che quest’anno tu non ci sarai, dopo gli altri passati insieme. Me ne dispiace, sai già come sarà.

Consterà della Deposizione di una Corona al Milite Ignoto, che riposa nell’Altare della Patria, il Vittoriano, e della sfilata in parata.

Come ogni anno più di tremila militari, ed alcuni quadrupedi, sfileranno sui Fori Imperiali per rendere omaggio alla nascita della nostra Repubblica, rendere gli onori militari in primis al Presidente della Repubblica, palesare il nostro orgoglio di portare le stellette, farci applaudire dagli accorsi sulle tribune.

Ma tu ben sai che non è solo questo il 2 giugno, tu lo hai fatto con noi.

Sono più di quindici giorni di prove nell’aeroporto militare di Guidonia, sotto un sole che ustiona e sopra l’asfalto della pista di decollo ed atterraggio che pare sciogliersi. Chissà quest’anno cosa ci riserveranno le condimeteo, di riscaldamento globale onestamente se ne comincerebbe anche a sentire la necessità..

In quindici giorni di prove incessanti, tra urla di disappunto dei Comandanti e certosine ricerche di perfetti allineamenti e coperture, vi sarà ancora spazio per la goliardica competizione tra Armi e Reparti, prove di forza e qualche gavettone. Voglia di stare insieme, spirito di corpo. In uniformi da combattimento, mimetiche, che ogni giorno si intrideranno del nostro sudore e del nostro orgoglio, con fucili utili solo a gravare sulle braccia, con sci e piccozze per gli Alpini che dovranno sfilare, come tutti, in uniforme invernale sotto il sole estivo romano.

Bloccheremo il traffico incessante capitolino per una notte, nella quale lotteremo contro il sonno per allinearci ancora una volta. Torneremo in caserma solo la mattina dopo, andremo a letto quando gli altri andranno a pranzo.

E dopo tante prove tireremo a lucido mostrine e sciabole da Ufficiali, stireremo le nostre migliori camicie, e calzeremo i nostri baschi. Quelli di sempre.

E sfileremo.

Sfileremo per le Autorità, certo, è dovuto, è il nostro dovere, il nostro Giuramento.

Renderemo loro gli onori militari, alle Cariche, non alle idee. Le idee non ci interessano, noi siamo fedeli alle Istituzioni.

Perquelle Cariche saremmo pronti a morire, per il nostro Paese, che noi semplici chiamiamo ancora Patria. Una Patria che profuma del sugo di nonna la mattina presto , che brucia dentro come un ginocchio sbucciato andando in bici con il babbo, su cui mamma soffierà.

Sfileremo per quelle Autorità che quest’anno vogliono celebrare l’inclusione, attraverso il nostro sudore. Magari facendo sfilare al pari nostro nani e burattini.

Quelle Autorità che sottopongono ad inchiesta un Comandante, il Generale Riccò, che lo scorso 25 Aprile, ebbe la colpa di non rimanere a farsi insultare e vedere l’onore delle Forze Armate infangato da un portavoce di non so quale associazione.

L’inclusione di chi merita è nel nostro DNA, Signori, non c’è bisogno che lo sottolinei uno slogan.

Chi marcia, si addestra, suda e si sacrifica con noi è nostro fratello. Guardateci, siamo del Nord, del Sud, tra noi figli di Albania e d’Africa. E nessuno tra noi se ne accorge piu.  Questa è l’inclusione. Conquistata con il comune sacrificio. Il resto, altrimenti, son regali.

Ma noi marceremo, e lo faremo soprattutto per il secondo “Attenti a”, quello al Milite che riposa a guardia dei sentimenti di Italianità, un ragazzo come noi, forse addirittura un ragazzo del ’99, che nemmeno diciottenne, si immolò per difendere la propria terra. Quando ancora difenderla era un valore, non una colpa, un merito e non una macchia di cui vergognarsi.

Marceremo per i nostri fratelli Caduti, per quelli che non ci sono più, per quelli che sono a casa malati, che saranno comunque al nostro fianco.

Marceremo per tutti coloro che l’hanno fatto, per i nostri Reparti, per noi stessi.

Marceremo per coloro che sono in pensione, ma le stellette le hanno tatuate addosso, anche quando i tatuaggi non erano di moda, e quando vengono a trovarci non diamo loro la retta che meriterebbero.

Marceremo per coloro che per quel tricolore hanno sacrificato tutto, se non la vita, sicuramente tutta la propria esistenza, e ora scuotono la testa sconsolati e si ripetono dai loro pizzetti incanutiti: “E’ finito tutto”. Loro, che hanno vissuto in un’epoca, nemmeno troppo lontana, in cui essere militari non era “orario di ufficio” o “recupero ore”, ma una missione.

Ma noi marceremo.

Marceremo da Ufficiali.

Marceremo da Militari.

Marceremo da Italiani.

Te lo prometto, Francesco, e se, come l’anno passato, ci impediranno di gridare il nostro “Folgore”, ce ne infischieremo una volta di più, come ai vecchi tempi, e sui Fori Imperiali il nostro non sarà un urlo. Sarà un ruggito.

Tuo Riccardo.