Un grido di speranza e giustizia: Alessandra Verni scrive ai genitori dell’assassino di sua figlia Pamela
In un mondo dove il dolore di una madre può trasformarsi in un cammino di resilienza e lotta instancabile, Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, continua a incarnare un simbolo di tenacia contro l’ingiustizia
Otto anni dopo la tragica uccisione e lo smembramento della figlia, avvenuta il 30 gennaio 2018 a Macerata per mano del trafficante di droga nigeriano Innocent Oseghale, Alessandra ha scelto di rompere un altro silenzio. Nel giorno del suo compleanno, ha indirizzato un messaggio commovente e diretto ai genitori dell’assassino, che si trovano in Nigeria, dove Oseghale è originario.
Un appello che va oltre le aule di tribunale, cercando un dialogo umano in mezzo alla sofferenza
Pamela Mastropietro, una giovane romana di soli 18 anni con problemi di dipendenza, fu uccisa in circostanze efferate: stuprata, accoltellata e fatta a pezzi, con il corpo nascosto in due trolley.
Oseghale, immigrato irregolare e spacciatore, è stato condannato all’ergastolo in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 17 gennaio 2025, dopo un iter giudiziario tortuoso che ha visto ben tre passaggi in Suprema Corte.
La sentenza ha confermato non solo l’omicidio volontario, ma anche la violenza sessuale, la vilipendenza, la distruzione e l’occultamento del cadavere
Eppure, come sottolinea la stessa Alessandra, la verità rimane parziale: Oseghale non ha mai rivelato i nomi di eventuali complici, lasciando aperte ferite che il sistema giudiziario italiano non ha saputo chiudere completamente.
Alessandra Verni, che ha dedicato gli ultimi otto anni a una battaglia per la giustizia, non si è limitata a combattere in tribunale. Ha trasformato il suo dolore in azione concreta: attraverso l’associazione Pamela Mastropietro ODV, si impegna in opere di volontariato per aiutare giovani in difficoltà, vittime di dipendenze e abusi, e per promuovere l’arte e l’arte-terapia come strumenti di riscatto.
La sua è una figura illuminata nella sofferenza, un “grido di speranza” che illumina il cammino di tanti
Come sistema paese, l’Italia ha fallito nel proteggere Pamela – una ragazza vulnerabile uscita da una comunità terapeutica e finita nelle mani di un criminale – e le ha offerto una giustizia incompleta e tardiva. Dopo anni di appelli, ritardi e contestazioni, la verità è ancora offuscata, e Oseghale non ha mai mostrato rimorso autentico.
Proprio per questo, ormai quasi un anno fa – esattamente il 7 marzo 2025 – Alessandra ha preso una decisione coraggiosa: incontrare Oseghale in carcere (nel penitenziario di Ferrara), guardandolo negli occhi nella speranza di strappare un barlume di umanità e, soprattutto, i nomi di chi lo ha aiutato a occultare il corpo e a compiere il delitto. Durante quel colloquio durato quattro ore, mediato da tre persone, Oseghale si è inginocchiato chiedendo perdono, ma non ha fornito alcuna informazione sui possibili complici.
Ha mantenuto il silenzio su quel fronte, lasciando Alessandra con un senso di incompletezza ancora più profondo
A oggi, 5 marzo 2026, a due giorni dall’anniversario di quell’incontro, nulla è cambiato: i nomi non sono stati fatti, e la verità piena continua a mancare.
Ora, rivolgendosi ai genitori dell’assassino – che lei ha cercato di contattare o incontrare l’anno scorso durante contatti o un viaggio legato alla Nigeria – Alessandra cerca un ponte culturale e umano. Nella lettera, diffusa attraverso canali social e comunità, scrive:
“Mi chiamo Alessandra Verni e vi scrivo dall’Italia.
Sono la madre di Pamela Mastropietro.Il 30 gennaio 2026 segna l’ottavo anniversario del giorno in cui mia figlia mi è stata strappata dalle mani di Innocent Oseghale.
Per otto lunghi anni ho portato un dolore che nessuna madre dovrebbe mai conoscere, lottando ogni singolo giorno per la verità e la giustizia.
Mi rivolgo a voi con il cuore pesante, ma anche con uno spirito che cerca una verità che va oltre le mura di un’aula di tribunale.
Circa un anno fa, il 7 marzo 2025, ho scelto di guardare Innocent Oseghale negli occhi. Sono andata a incontrarlo in carcere, sperando di trovare un barlume di umanità e di sapere da lui i nomi di coloro che lo hanno aiutato a distruggere la vita di mia figlia e, di conseguenza, la mia.
Invece ho trovato solo silenzio e un muro di indifferenza su ciò che più conta: non ha mai detto la verità sui complici; non ha mai mostrato rimorso completo per ciò che ha fatto a Pamela.
A causa di questo silenzio, ora mi rivolgo a voi — i suoi genitori. Sono una madre che ha perso tutto e sto cercando i genitori dell’uomo che mi ha portato via mia figlia.
Nella vostra cultura, come nella mia, il legame tra una madre e suo figlio è sacro. Credo che anche in mezzo a questa tragedia debba esserci spazio per un incontro umano. Voglio parlare con voi, da genitore a genitore, perché vostro figlio ha rifiutato di darmi la pace della verità.
Come mamma, desidero soprattutto incontrare voi, e in particolare la madre di Innocent, per condividere questo dolore da donna a donna, da madre a madre.
Vi chiedo di ascoltare il dolore di una madre che lotta per la giustizia da anni e che chiede la dignità di un dialogo diretto.
Chiamo in causa la comunità di Uromi, i giornalisti, la Chiesa e tutti coloro che sanno, affinché questo messaggio possa raggiungere i vostri cuori. La memoria di quanto accaduto deve arrivare in Nigeria, accompagnata dalle foto della responsabile e dei suoi eventuali complici, perché tragedie come quella di Pamela non accadano più ad altre ragazze innocenti.
Con la speranza di una risposta umana.
Alessandra Verni
Madre di Pamela Mastropietro”
Questo messaggio, condiviso su piattaforme come Facebook e ripreso da media italiani, è un appello alla comunità internazionale, inclusa quella di Uromi (città natale di Oseghale in Nigeria), ai giornalisti e alla Chiesa.
Alessandra non cerca vendetta, ma closure: un dialogo che riconosca il sacro legame parentale transculturale, e che serva da monito preventivo per proteggere altre giovani vite
La storia di Alessandra Verni ci interpella tutti. Come nazione, non abbiamo protetto Pamela dal sistema di accoglienza migranti che ha permesso a Oseghale – un richiedente asilo respinto e con precedenti – di rimanere sul territorio.
La giustizia è arrivata, ma incompleta, dopo anni di sofferenze aggiuntive per la famiglia
Oggi, a poche ore dal primo anniversario di quell’incontro in carcere senza risposte concrete, dovremmo trovare il modo di supportare Alessandra in questa ricerca incessante: amplificando la sua voce, sostenendo le sue iniziative di volontariato e spingendo per indagini che portino alla verità piena. Il suo cammino è un monito: la speranza nasce dalla lotta, e la giustizia non è solo un verdetto, ma un impegno collettivo.
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