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Un grande Britten al teatro Verdi di Pisa: tra incubi e fantasmi, la magia del Giro di Vite

Uno spettacolo perfetto in tutte le sue componenti The turn of the screw di Benjamin Britten, in scena a Pisa il 27 febbraio e il 1 marzo scorsi.

di Domenico Del Nero
4 Marzo 2026
In Cultura
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Un grande Britten al teatro Verdi di Pisa: tra incubi e fantasmi, la magia del Giro di Vite

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Fantasmi della mente o creature del sovrannaturale? Sicuramente The turn of the screw  (il giro di vite) di Henry James gioca molto su questa ambiguità; perfettamente mantenuta, anzi ancor più aumentata dal libretto che Myfanwy Piper ne ricavò per Benjamin Britten. Il capolavoro del compositore britannico è andato in scena venerdì 27 febbraio e domenica 1 marzo al teatro Verdi di Pisa, in una bellissima edizione per la regia di Davide Livermore e la direzione d’orchestra di Francesco Cilluffo. [1]

Palcoscenico e fossa d’orchestra, perfettamente integrati tra di loro, hanno infatti realizzato uno spettacolo di livello veramente alto, con un crescendo di tensione di angoscia che rendono quest’opera un qualcosa di davvero unico. L’allestimento di Livermore riprende l’originario progetto del regista per il Teatro Carlo Felice di Genova (2024-25) ed è stato realizzato con la collaborazione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Carlo Felice di Genova e Palau de Les Arts Reina Sofía di València. Ripresa da GiancarloJudica Cordiglia con le scene di Manuel Zuriaga (riprese da Eleonora Peronetti), i costumi di Mariana Fracasso e le luci di Aldo Mantovani, la regia di Livermore è ambientata non nell’epoca vittoriana ma negli anni Cinquanta del secolo scorso. Un ambiente grigio, claustrofobico, con pochissimi mobili che a volte calano dall’alto – ad esempio il letto del giovane Miles – e che rende perfettamente l’idea della vera e propria gabbia in cui i personaggi sono costretti. Anche le scene all’aperto si svolgono in questo contesto angusto ed opprimente; a volte i personaggi recitano in una sorta di anfratto nella parete centrale, altre invece è la parete stessa a spostarsi in avanti. Il prevalere del sovrannaturale – o supposto tale – sulla realtà fenomenica viene messo in risalto, nel secondo atto, con gli spiriti che da semplici “proiezioni” sulla parete si affacciano direttamente sul palcoscenico mentre gli oggetti sembrano talvolta sfidare la legge di gravità. Fondamentali in questo contesto le luci livide di Aldo Mantovani, che contribuiscono a creare un’atmosfera allucinata ed irreale. L’articolazione quasi “cinematografica” della vicenda rispetta perfettamente la scansione dell’opera in brevi scene, quindici – più un prologo – collegati tra loro da interludi strumentali.

Alla perfetta ambientazione scenica si associa un accurato lavoro sui personaggi che rende impeccabile il meccanismo dello spettacolo. Per la parte musicale, l’opera presenta un organico strumentale ridotto, tredici elementi che rappresentano comunque tutti i timbri principali. Se da un lato l’organico da camera esprime al meglio la dimensione “intima” della vicenda, dall’altro il compositore fu molto attento nell’evocare una atmosfera malsana, al confine tra il bene e il male; e proprio l’uso dei timbri divide il mondo della normalità da quello del mistero.  Il mondo degli spettri è evocato principalmente attraverso la celesta, il pianoforte, e l’arpa, mentre gli altri strumenti sono più legati alla dimensione terrena.

Il maestro Francesco Cilluffo conosce profondamente Britten e la sua opera, si può senza ombra di dubbio definirlo un esperto del compositore britannico come di larga parte del patrimonio operistico meno noto di fine Ottocento e Novecento, italiano e non.  Di lui si è già più volte potuto apprezzare il profondo studio e il vero e proprio “scavo” all’interno delle partiture che dirige; ma la precisione e il rigore analitico non sono mai disgiunti da una grande passione e dalla capacità di evocare la “magia” di ogni partitura. Cilluffo in una intesa perfetta con gli ottimi strumentisti dell’Ensemble Orchestra La Corelli rende perfettamente le diverse atmosfere, i momenti intimistici e persino lirici, con ricchezza e nitidezza di suono; perfetto il rapporto con il palcoscenico, la musica aderisce perfettamente alla parola senza mai mettere i cantanti in difficoltà.

Decisamente alto anche il livello della compagnia di canto, caratterizzata anzitutto da un grande affiatamento. Il giovane controtenore Pierre Lenoir grazie alla sua voce agile e potente e al suo nitido fraseggio disegna un Miles ora fresco e ingenuo ora più turbato e ambiguo; molto ben centrata anche la Flora di Chiara Maria Fiorani . Il soprano  Karen Gardeazaba è perfettamente a suo agio nel personaggio materno dell’istitutrice: dotata di una voce corposa, di un buon timbro, padroneggia sia il registro centrale che quello acuto. Il mezzosoprano Amy Payne interpreta la governante Miss Grose, memoria storica della casa, dando vita a un personaggio un po’ ambiguo anche se molto legato ai bambini; il soprano Marianna Mappa è una Miss Jessel inquietante anche se meno “diabolica” di Peter Quint,  di ottimo livello anche sul piano vocale grazie ; e infine il vero “cattivo” della situazione, l’ambiguo e malvagio Peter Quint,  il tenore Valentino Buzza, dallo strumento robusto e dal timbro chiaro, anche lui ottimo interprete sia scenico che vocale.

Uno spettacolo davvero notevole sotto ogni punto di vista, che fa onore al teatro di Pisa e ha pienamente meritato i calorosi applausi che lo hanno accolto.

La recensione si riferisce alla recita di Domenica 1 marzo.

 

[1] Per la presentazione dello spettacolo cfr https://www.adhocnews.it/the-turn-of-the-screw-il-capolavoro-di-britten-in-scena-al-teatro-di-verdi-di-pisa-dirige-francesco-cilluffo/

Tags: Benjamin BrittenDavide LivermoreEnsemble orchestra La CorelliFrancesco CilluffoIN EVIDENZATeatro Verdi PisaThe turn of the screw
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