Salvini nel mirino: il monopolio della sinistra sulla musica
C’è qualcosa di profondamente inquietante ma al contempo così tristemente consueto nella contestazione a Matteo Salvini durante il concerto dedicato a Fabrizio De André all’Agnata.
Non perché Salvini debba essere immune dalle critiche, ma perché una cosa è contestare le idee di un avversario politico, altra cosa è pretendere che quell’avversario non abbia diritto nemmeno di stare nello stesso luogo in cui si celebra un artista
D’altra parte Salvini è un grande estimatore del cantautore genovese da sempre e – sembra di dire una banalità ma evidentemente è bene ribadirlo – aveva tutto il diritto di stare in quel pubblico a quell’evento.
La scena è ormai nota: una spettatrice ha interrotto il concerto contestando la presenza del vicepremier e leader della Lega. La polemica è poi proseguita con le dichiarazioni di Alice De André che Senza aver mai conosciuto il nonno, ha dichiarato che anche il grande Fabrizio avrebbe cacciato il ministro.
Cosa probabilmente falsa dal momento che De Andrè amava il confronto con idee diverse e difficilmente avrebbe cacciato qualcuno da un suo concerto
Onore invece al senso democratico di Dori Ghezzi, la quale ha ricordato un principio molto più semplice: la musica dovrebbe essere capace di unire e bisogna saper dialogare anche con chi la pensa diversamente.
Ed è proprio questo il punto
Si può essere radicalmente contrari a Salvini e lo si può criticare con durezza ma non si può in alcun modo contestarne la presenza un concerto.
La frase «Tu qui non dovresti esserci», segnala una concezione proprietaria degli spazi culturali, come se per poterli frequentare vi sia bisogno di un certo pedigree legittimante o magari una tessera di partito.
La musica appartiene a tutti e così deve essere
Certo, De André ha raccontato gli ultimi, gli emarginati, i carcerati, le prostitute, i diseredati e gli esclusi, ma questo non autorizza i censori di sinistra ad appropriarsi del cantante e a effettuare una sorta di controllo ideologico sull’accesso alla cultura.
Altrimenti rischiamo un paradosso: un artista celebrato per la sua capacità di dare voce agli esclusi diventa il simbolo di una cultura che pretende di escludere qualcuno perché politicamente indesiderato
È una contraddizione che dovrebbe far riflettere soprattutto chi si considera progressista e parla di incisività a ogni piè sospinto.
È successo pochi giorni fa con la scomparsa di Francesco Guccini e le contestazioni alla Meloni perché ne era estimatrice non ricambiata. Oggi accade con De Andrè.
I cantanti d’area sono considerati mostri sacri, totem da difendere a cui l’avversario politico non può avvicinarsi, pena il rischio di contaminare la sacra ara
Questo modo proprietario di appropriarsi indebitamente della musica deve finire, questo tipo di progressismo totalitario e controllante ha obiettivamente stancato.
L’idea progressista per cui la democrazia consiste nel poter liberamente esistere solo quando tutti sono allineati al pensiero unico di sinistra, è una caricatura orwelliana, non è libertà.Se la libertà è davvero tale vale per tutti Altrimenti non è libertà.
E la concezione di democrazia manifestata dalle contestazioni a Salvini dimostra di non essere affatto coerente con questo assioma
E quindi la solidarietà a Salvini diventa quasi una questione di principio.
Non è necessario votarlo per difendere il suo diritto di essere presente.
È sufficiente avere l’onestà intellettuale per smascherare l’ipocrisia di certi “mondi culturali”.
La contestazione, naturalmente, è parte della democrazia, ma ciò che non possiamo accettare è l’idea che la contestazione debba trasformarsi in una patente di legittimità: tu puoi esserci, tu invece no; tu puoi parlare, tu invece devi andartene
È proprio qui che una certa sinistra rischia di smarrire il senso più elementare del pluralismo.
C’è da augurarsi che l’episodio rimanga confinato nell’exploit della contestatrice invasata e della nipote del cantautore
Sarebbe bello infatti un moto di solidarietà dei leader della sinistra nei confronti di Salvini, ma qualcosa mi dice che non avverrà!
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