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Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea

di Jacqueline Facconti
25 Agosto 2026
In Cultura
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Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea
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Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea

Friedrich, Constable, Turner e sette voci del presente al CAMeC di La Spezia

Un golfo, un titolo, un’ipotesi critica. 

Non è un caso che il CAMeC – Centro d’Arte Moderna e Contemporanea della Spezia abbia scelto proprio il Golfo dei Poeti per ospitare una mostra sul Romanticismo. È in queste acque che nel luglio 1822 annegò Percy Bysshe Shelley, e la memoria di quel naufragio – insieme alla temperie letteraria e pittorica che il poeta inglese aveva condiviso con la moglie Mary a Villa Magni, a San Terenzo di Lerici – costituisce da sempre un sottotesto geografico e simbolico ideale per interrogare l’eredità del movimento romantico.

“Ripensando il Romanticismo nell’arte contemporanea”, allestita dall’11 aprile al 13 settembre 2026 negli spazi del museo spezzino, è la mostra a cura di Elena Volpato che ha dato forma a questa ipotesi: mettere in relazione tre dei protagonisti della pittura romantica europea – Caspar David Friedrich, John Constable e Joseph Mallord William Turner – con il lavoro di sette artisti contemporanei di diversa generazione, chiamati non a rendere loro omaggio, ma a misurarsi con questioni che quella stagione aveva aperto e che restano, duecento anni dopo, sostanzialmente irrisolte: il sentimento dell’infinito, la vertigine di fronte alla natura, il paesaggio inteso come spazio mentale prima ancora che geografico.

Gli artisti coinvolti sono Giovanni Anselmo (1934-2023), Massimo Bartolini (1962), Ian Kiaer (1971), David Schutter (1974), Linda Fregni Nagler (1976), Pesce Khete (1980) e Michele Tocca (1983): un arco generazionale che attraversa quasi sessant’anni di ricerca artistica, dall’Arte Povera alla pittura e all’installazione più recenti.

La cornice curatoriale: da Francesco Arcangeli a oggi

Il progetto nasce, per stessa ammissione della curatrice, dalla lunga frequentazione degli scritti di Francesco Arcangeli, tra i maggiori storici dell’arte del secondo Novecento italiano, al quale Volpato ha reso omaggio ponendo in esergo al proprio testo in catalogo una sua citazione. La mostra non è dunque costruita come una rassegna storica né come un catalogo di corrispondenze iconografiche fra Ottocento e presente: Volpato stessa ha chiarito di non aver voluto istituire un vero dialogo formale tra le opere, quanto piuttosto restituire un’atmosfera, un’allure culturale e spirituale che sopravvive a duecento anni di distanza.

Il gesto curatoriale, semmai, è quello di riconoscere che alcune tensioni espressive già rintracciate nel lavoro di artisti seguiti da tempo – la ricerca dell’intensità, la tensione conoscitiva legata all’emozione, il bisogno di scendere sotto la superficie delle cose – appartengono per affinità profonda allo spirito romantico, pur non dichiarandosi mai come sua citazione diretta.

Il percorso espositivo: tre anime, quattro sale e un corridoio

L’allestimento si sviluppa attraverso quattro sale e un corridoio, in un itinerario che mette progressivamente in relazione il paesaggio con temi quali la percezione, la memoria e la conoscenza. Il percorso critico è scandito da tre nuclei tematici, ciascuno ancorato a una diversa “anima” del Romanticismo storico: la dimensione metafisica e la vertigine cosmica di Friedrich; la purezza naturalistica e lo sguardo diretto di Constable; l’energia sublime e dissolutiva del paesaggio-mente di Turner.

Prima sezione: nel solco di Friedrich, l’infinito e lo smarrimento

Le prime sale accostano le opere di Giovanni Anselmo, Linda Fregni Nagler, Ian Kiaer e Massimo Bartolini, in un confronto che ruota attorno al senso di smarrimento e meraviglia dell’individuo di fronte al cosmo – il tema per eccellenza della pittura di Caspar David Friedrich, dal celebre Viandante sul mare di nebbia alle composizioni notturne e lunari.

Di Giovanni Anselmo, figura centrale dell’Arte Povera, la mostra presenta – tra gli altri lavori – una delle sue opere concettualmente più dense, Documentazione di interferenza umana nella gravitazione universale (1969), insieme a sculture che uniscono pietra, cavi d’acciaio e campiture di blu oltremare: una tensione fisica e insieme simbolica verso l’altrove che nella poetica dell’artista si traduce sempre in direzione, in vettore, mai in immagine statica. Accanto a queste, la celebre diapositiva a colori La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965 documenta un gesto performativo che anticipa di un secolo l’idea friedrichiana del soggetto rimpicciolito e insieme proiettato verso l’assoluto.

Massimo Bartolini interviene con opere recenti realizzate con vernice micalizzata, piccoli pannelli dalle superfici cangianti che richiamano atmosfere celesti e che nella mostra sono indicati come “Rugiade”: una condensazione pittorica della luce che dialoga, per contrasto di scala, con la monumentalità friedrichiana.

Ian Kiaer porta invece nelle sale del CAMeC un ciclo dedicato a Villa Magni, l’ultima residenza di Percy e Mary Shelley a San Terenzo di Lerici, a pochi chilometri dal museo: installazioni fatte di richiami scultorei, fotografici e architettonici, in cui strutture fragili e materiali poveri – teli, plastiche, elementi sospesi – evocano la precarietà di una rovina contemporanea e la memoria letteraria del luogo.

A completare il primo nucleo, il lavoro fotografico di Linda Fregni Nagler indaga il rapporto fra memoria, archivio e paesaggio attraverso la serie “Romantics”: stampe ai sali d’argento su carta baritata, colorate a mano, che restituiscono un’immagine sfocata e vibrante, quasi pulviscolare, della natura – un equivalente fotografico della nebbia friedrichiana.

Seconda sezione: la pittura pura di Constable

Il secondo asse tematico prende le mosse da John Constable e dalla sua pittura di paesaggio schietta, diretta, fondata sull’osservazione dal vero – quella rivoluzione che, mettendo in discussione la centralità accademica della pittura di storia, elevò il paesaggio a genere capace di affrontare contenuti profondi legati al destino umano. A questa eredità guardano Michele Tocca e David Schutter, chiamati entrambi a una pratica pittorica en plein air e a uno studio quasi mnemonico del gesto, nella ricerca di quella che la curatrice definisce “firstimeness”: la capacità di guardare il mondo con occhi vergini, non ancora addomesticati dalle convenzioni della rappresentazione.

David Schutter porta in mostra una pittura rarefatta, quasi integralmente monocroma, giocata su passaggi e velature nei toni del grigio: un lavoro che nasce dal confronto diretto con The Gorge, dipinto del 1822 di Constable conservato alla Tate di Londra, di cui l’artista americano riprende non la figura ma l’atmosfera – l’acqua, il cielo, la malinconia dello sguardo, trasfigurati in una superficie che rifiuta la descrizione per farsi pura tonalità.

Terza sezione: il paesaggio come mente, sulla scia di Turner

Il terzo e ultimo affondo tematico chiama in causa Turner, il pittore che più di ogni altro trasformò il paesaggio in evento ottico ed energetico, dissolvendo la forma in vortici di luce e atmosfera. A questa eredità – definita da un critico come “etica analogia con il mondo potente e indefinito” di un Turner sorprendentemente moderno – risponde in mostra il lavoro di Pesce Khete, artista capace di tenere insieme il caos generativo della natura e una sintesi rarefatta che rimanda tanto alla pittura di paesaggio dell’estremo oriente quanto all’energia travolgente della tarda produzione turneriana.

Perché il Romanticismo, oggi: una lettura critica

Se la mostra evita accuratamente la retorica della celebrazione storica, il suo interesse principale sta nel modo in cui interroga l’attualità di un lessico che sembrava archiviato. In un tempo segnato – come è stato sottolineato durante la presentazione della mostra – da una condizione di tragedia ecologica diffusa, il legame fra uomo, natura e infinito riacquista un’urgenza che non è più soltanto estetica, ma esistenziale e politica. La domanda che la curatrice pone fin dal proprio testo critico – se quella tensione poetica romantica sia ancora viva o soltanto un ricordo inscritto in un tempo concluso – trova nelle sale del CAMeC una risposta articolata: il Romanticismo non riaffiora come repertorio iconografico da citare, ma come campo di tensioni ancora aperto, capace di riorganizzarsi attorno a nuovi materiali, nuove tecniche, nuove urgenze.

Sul piano linguistico, colpisce la varietà dei registri messi in campo: dalla scultura povera e concettuale di Anselmo alla fotografia d’archivio di Fregni Nagler, dall’installazione fragile di Kiaer alla pittura diretta di Tocca, dal monocromo meditativo di Schutter all’energia cromatica di Pesce Khete, fino alla pittura “cosmetica” di Bartolini. Questa pluralità di media non produce dispersione, ma restituisce – per accumulo e per contrasto – l’idea stessa che il sentimento romantico non sia mai stato una questione di stile, quanto una postura nei confronti del mondo: un modo di stare di fronte alla natura, alla sua vastità e al proprio limite.

Non secondario, in questa costruzione di senso, è il ruolo del luogo. La Spezia e il suo Golfo dei Poeti – toponimo che la tradizione fa risalire proprio alla frequentazione ottocentesca di poeti come Byron e Shelley – offrono alla mostra una risonanza che va oltre il valore di cornice: il naufragio di Shelley nel 1822, evocato esplicitamente dal lavoro di Ian Kiaer su Villa Magni, diventa episodio fondativo di un immaginario in cui la natura, il mare in tempesta, l’assoluto e la morte si tengono insieme fin dalle origini del movimento romantico.

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Tags: ARTEDipintoIN EVIDENZALa SpeziaPittura
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