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Home L'Editoriale

Il problema non è la parola “sindaca”: è il potere culturale del wokismo

di Simone Margheri
25 Agosto 2026
In L'Editoriale
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Il problema non è la parola “sindaca”: è il potere culturale del wokismo
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Il problema non è la parola “sindaca”: è il potere culturale del wokismo

Dal linguaggio al conformismo, fino all’indottrinamento: perché la crisi del “woke” potrebbe essere qualcosa di molto più profondo di una semplice moda politica

C’è un errore nel dibattito sul cosiddetto wokismo: ridurlo alla schwa, alla disputa fra “sindaco” e “sindaca”, alle formule linguistiche inclusive o alle battaglie, talvolta stucchevoli, sui temi LGBT

Quelli sono gli aspetti più visibili e, probabilmente, anche i meno pericolosi.
Il problema vero, almeno secondo una lettura critica del fenomeno, riguarda qualcosa di più profondo: il rapporto fra individuo, società, Stato e dissenso.

E proprio per questo la crisi che sta attraversando il wokismo nel 2026 merita di essere osservata con attenzione

Non siamo necessariamente davanti alla fine delle battaglie contro le discriminazioni, né alla fine delle politiche sui diritti civili. Siamo davanti, piuttosto, alla possibile crisi di un metodo politico e culturale: quello che tende a trasformare determinate idee progressiste da opinioni legittimamente discutibili in presupposti morali dai quali sarebbe illegittimo dissentire.

La recente discussione americana sul cosiddetto “Woke 1.0” è, sotto questo profilo, significativa. Il 9 agosto 2026, ospite di “This Week” su ABC, Alexandria Ocasio-Cortez ha ripreso una battuta del consigliere comunale newyorchese Chi Ossé, “Woke 1 was crazy”, per commentare il caso di Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin, costretta a prendere le distanze da alcuni suoi post del 2020 in cui invocava l’abolizione della polizia

Ocasio-Cortez non ha rinnegato del tutto quella stagione, anzi ha definito “fruttuose” molte delle discussioni avute durante la pandemia, ma ha ammesso che si trattava di un linguaggio che oggi “non useremmo più”. Una sfumatura che rende la vicenda ancora più interessante: non è un ripudio, è un imbarazzo.

Non significa che Ocasio-Cortez abbia improvvisamente abbracciato il conservatorismo.

Significa qualcosa di più interessante: anche una parte della sinistra sta riconoscendo che alcuni eccessi identitari sono diventati politicamente controproducenti

E questo ci porta al cuore del problema.
Primo livello: il linguaggio e la colpa occidentale.

Il primo livello del wokismo è quello apparentemente più innocuo: il linguaggio.

Cambiare una parola, correggere una definizione, introdurre un nuovo termine non costituisce di per sé un problema. Una lingua cambia continuamente e nessuno dovrebbe scandalizzarsi perché una società modifica il proprio vocabolario.

Il problema nasce quando il linguaggio smette di essere uno strumento per descrivere la realtà e diventa uno strumento per stabilire quale interpretazione della realtà sia moralmente accettabile

È qui che il discorso può trasformarsi.
L’Occidente viene raccontato non semplicemente come una società imperfetta, e certamente lo è, ma come una realtà strutturalmente colpevole: colonialismo, patriarcato, razzismo sistemico, privilegi, discriminazioni e responsabilità storiche diventano progressivamente la chiave attraverso cui interpretare quasi ogni fenomeno sociale.
Il problema non è ricordare gli errori dell’Occidente.

Il problema sarebbe trasformare la consapevolezza degli errori in un senso di colpa permanente

E soprattutto introdurre, implicitamente, una gerarchia morale: chi appartiene al gruppo considerato “privilegiato” deve continuamente giustificare la propria posizione, mentre chi viene collocato nella categoria della vittima acquisisce una sorta di credito morale preventivo.

È un passaggio delicato

Perché una società liberale non dovrebbe chiedere all’individuo di appartenere alla categoria giusta.
Dovrebbe chiedergli soltanto di rispettare la legge e i diritti degli altri.

Lo Stato liberale non è un genitore.
Non dovrebbe decidere cosa un cittadino debba pensare, quale morale debba adottare, quali parole siano moralmente autorizzate o quale opinione sia sufficientemente progressista.

Il suo compito è garantire diritti fondamentali, sicurezza, libertà individuali, uguaglianza davanti alla legge e Stato di diritto.

Quando invece lo Stato pretende di diventare anche educatore morale permanente di una popolazione considerata incapace di autodeterminarsi, il liberalismo rischia di trasformarsi nel suo contrario

Il cittadino diventa un eterno adolescente che deve essere guidato, corretto e, quando necessario, rieducato.
E il dissenso comincia a essere interpretato non come una componente fisiologica della democrazia, ma come un sintomo di arretratezza, intolleranza o estremismo.

È qui che il linguaggio diventa politica.
Secondo livello: la costruzione dei “temi sacri”

Il secondo livello è più potente.
Una volta costruito il vocabolario, occorre costruire l’identità collettiva.
Il meccanismo è semplice: individuare alcune grandi battaglie capaci di aggregare una comunità politica e morale.
Non tutte sono necessariamente sbagliate. Alcune partono da problemi reali.

Il punto è il modo in cui vengono trasformate in temi identitari, nei quali il dubbio viene progressivamente equiparato all’ostilità

Il cambiamento climatico è un esempio emblematico.
Il problema climatico è reale e la riduzione delle emissioni è un obiettivo ragionevole. Ma una politica seria dovrebbe discutere costi, benefici, tecnologie, alternative e impatto sociale.

In Europa, invece, la mobilità è diventata uno dei terreni privilegiati dello scontro culturale

E qui serve una precisazione: sostenere che l’automobile privata rappresenti appena lo 0,7% dell’inquinamento mondiale sarebbe scorretto. I dati europei mostrano che il trasporto costituisce circa un quarto delle emissioni di gas serra dell’UE e che le automobili passeggeri rappresentano circa il 60% delle emissioni del trasporto stradale. La Commissione europea stima inoltre che le automobili passeggeri siano responsabili di circa il 16% delle emissioni complessive di CO2 dell’UE.

Dunque il problema esiste

Ma proprio per questo la discussione dovrebbe essere razionale: quanto costa ogni misura? Qual è il risultato ottenuto? Chi paga? Qual è l’alternativa?
Una politica liberale non dovrebbe essere né negazionista né fideista.
Dovrebbe essere pragmatica.

Lo stesso meccanismo può essere osservato sulle guerre

Alcune guerre diventano giganteschi catalizzatori di mobilitazione politica, altre sembrano quasi scomparire dall’attenzione pubblica.
Il problema non è manifestare contro una guerra.

Il problema è quando la selezione della guerra contro cui manifestare diventa essa stessa un fatto identitario.
E allora ci si mobilita con enorme intensità per una determinata causa mentre conflitti altrettanto drammatici, in Sudan, Congo, Nigeria, Ucraina o in altre crisi, ricevono un’attenzione infinitamente minore.

Questo non dimostra automaticamente ipocrisia

Ma pone una domanda legittima: quali sono i criteri con cui scegliamo le nostre indignazioni?

È una domanda che una cultura veramente libera dovrebbe poter fare.

Terzo livello: quando la convinzione diventa indottrinamento
Il terzo livello è quello più delicato

Quando per anni determinati concetti vengono ripetuti nelle università, nelle scuole, nei media, nelle istituzioni, nella comunicazione aziendale e nella politica, finiscono per diventare familiari.
E ciò che diventa familiare smette progressivamente di apparire ideologico.
Diventa “normale”.
È il passaggio dalla persuasione all’interiorizzazione.

A quel punto non è più necessario ordinare a qualcuno cosa pensare

È sufficiente creare un ambiente nel quale alcune opinioni vengono percepite come rispettabili e altre come socialmente sospette.

Questo è il punto nel quale la cultura del woke rischia di produrre quello che dovrebbe essere il suo esatto contrario: una società meno tollerante verso il dissenso.

Il paradosso è evidente

Si parte dalla lotta contro l’esclusione e si può arrivare all’esclusione di chi non condivide il paradigma.
Si parte dalla difesa delle minoranze e si rischia di costruire nuove maggioranze morali che decidono chi debba essere considerato “buono” e chi “cattivo”.

Si parte dalla critica degli stereotipi e si rischia di crearne di nuovi

E ora qualcosa sta cambiando
È qui che la vicenda americana del 2026 diventa interessante.
Il 18 agosto il Guardian ha parlato esplicitamente della possibile fine del “Woke 1.0”, pur difendendo molti degli obiettivi originari del movimento.

Il Times ha invece analizzato il problema dal punto di vista della strategia elettorale democratica, osservando come il Partito Democratico stia cercando di prendere le distanze dalle posizioni culturali più divisive in vista delle elezioni future.

E non è soltanto una sensazione

Un’analisi del Brookings Institution sulle primarie democratiche del 2026 rileva che diversi candidati progressisti stanno ottenendo risultati puntando soprattutto su economia, salari, costo della vita e populismo di classe, mentre le posizioni culturali associate al wokismo risultano meno centrali.

Un sondaggio del Washington Post del maggio 2026 mostra inoltre che, tra le critiche rivolte dagli americani al Partito Democratico, una quota indica il partito come “troppo liberal” o “too woke”, un fenomeno particolarmente pronunciato tra indipendenti e repubblicani

Insomma, può essere successo qualcosa di molto semplice.

Alcuni temi non producono più consenso.
E in politica, quando un tema non produce consenso, prima o poi qualcuno comincia a chiedersi se valga la pena continuare a combatterlo.

La Toscana come laboratorio
In Italia il fenomeno può sembrare lontano, ma non lo è.

La Toscana rappresenta da anni uno dei territori italiani nei quali le politiche sulle pari opportunità, sull’identità di genere e sull’antidiscriminazione hanno trovato maggiore spazio istituzionale.

La Regione mantiene, per esempio, un osservatorio permanente sulle discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, istituito con un contributo originario di 20.000 euro

Nel 2025 ha inoltre finanziato un bando da 500.000 euro per borse di studio e ricerca sulla parità di genere, comprendendo tra i temi ammissibili anche intersezionalità, orientamento sessuale e identità di genere, oltre al linguaggio di genere e alla “urbanistica di genere”.

E sempre nel 2025 la Regione ha destinato 900.000 euro al progetto “Luoghi della memoria”, rivolto alle scuole superiori e agli studenti universitari, nel quale la persecuzione della comunità LGBTQIA+ compare fra i temi trattati insieme a Shoah, deportazioni e persecuzioni politiche, etniche e religiose

Non sarebbe corretto, quindi, presentare tutti quei 900.000 euro come una spesa esclusivamente LGBT: il programma è molto più ampio.
È proprio questa la distinzione che spesso manca nel dibattito.

Una politica contro la discriminazione non è automaticamente “woke”

Diventa discutibile quando pretende di trasformare una determinata interpretazione ideologica della società nell’unica interpretazione moralmente legittima.

Anche sul terreno assistenziale la Toscana ha scelto una strada molto caratterizzata politicamente.
Nel 2025 il patto elettorale PD-M5S inserì il “reddito di cittadinanza regionale” fra gli obiettivi della coalizione.

La misura è poi diventata nel 2026 il Reddito regionale di reinserimento lavorativo: 500 euro mensili per un massimo di nove mesi, con una dotazione iniziale di 23 milioni di euro e una platea potenziale stimata in circa 11.000 persone.

La Regione lo presenta come politica attiva del lavoro, non come replica del Reddito di cittadinanza nazionale.

Anche qui la questione seria non è demonizzare il sostegno a chi perde il lavoro

È chiedersi se il denaro pubblico produca realmente autonomia o finisca per consolidare dipendenza dall’assistenza.
Questa dovrebbe essere una domanda liberale, non una domanda di destra.
Il caso Henry Nowak: quando l’ideologia rischia di deformare la realtà
Poi c’è un episodio che dovrebbe far riflettere molto più delle polemiche sulle parole.

La sera del 3 dicembre 2025, a Southampton, il diciottenne britannico Henry Nowak, studente al primo anno all’università locale, fu accoltellato cinque volte da Vickrum Digwa, 23 anni, con un coltello cerimoniale sikh (uno shastar). Digwa raccontò alla polizia una versione falsa, sostenendo che Nowak lo avesse aggredito con motivazioni razziste.

Il problema arrivò dopo

Gli agenti, sulla base di quella versione, ammanettarono proprio Nowak, che era stato ferito mortalmente. Le bodycam diffuse all’inizio di giugno 2026 mostrano il ragazzo dire ripetutamente di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare. Gli agenti impiegarono diversi minuti per rendersi conto della gravità della ferita.
Digwa è stato condannato per omicidio il 28 maggio 2026, all’ergastolo con un minimo di 21 anni; la madre, Kiran Kaur, è stata condannata per favoreggiamento. Il giudice ha respinto integralmente la versione di Digwa. L’Independent Office for Police Conduct sta ancora indagando sul comportamento degli agenti, quindi sarebbe scorretto affermare che sia stata definitivamente accertata una motivazione “woke” nell’errore della polizia.
Ma il caso pone una domanda inquietante.
Può una società talmente preoccupata di non apparire razzista finire per vedere il razzismo prima ancora di vedere la vittima?
È questa la questione.
Non serve dimostrare che tutti gli agenti fossero “woke”. Non lo sappiamo.
È sufficiente riconoscere che una falsa accusa di razzismo orientò inizialmente la percezione dell’intervento, con conseguenze drammatiche.
E dopo la diffusione delle immagini scoppiarono proteste e scontri a Southampton, con centinaia di manifestanti e la presenza di esponenti dell’estrema destra come Tommy Robinson.
È precisamente questo il rischio delle ideologie quando entrano nelle istituzioni: la realtà concreta può finire subordinata alla categoria interpretativa con cui la si osserva.
E poi è arrivata Berlino
Il 25 luglio 2026, durante le celebrazioni del Christopher Street Day di Berlino, un furgone è stato lanciato contro la folla nel Tiergarten. Una persona è morta e 29 sono rimaste ferite, alcune in modo grave.
Il sospettato, Abdul Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origini libanesi, era già noto alle autorità per essere parte della “scena islamista” berlinese: nel 2025 era stato fermato in Libano mentre tentava di entrare in Siria per unirsi all’ISIS, e appena due mesi prima dell’attacco, nel maggio 2026, era stato condannato per aver pianificato un attentato, ricevendo però una pena sospesa da un tribunale minorile. Secondo il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt, tutti gli elementi disponibili indicavano un attacco terroristico islamista. Ballout è stato ucciso dalla polizia il giorno dopo l’attacco, durante un confronto a fuoco a Spandau, dopo essersi lanciato contro gli agenti con un’arma da taglio.
Qui emerge un paradosso enorme.
Una parte della cultura progressista occidentale ha costruito per anni la propria identità politica sulla difesa delle libertà sessuali e delle persone LGBT.
Ma cosa succede quando una parte del mondo che viene politicamente corteggiata o rappresentata come minoranza oppressa manifesta, almeno in alcuni suoi ambienti radicalizzati, valori incompatibili con quelle stesse libertà?
Non si può generalizzare.
La stragrande maggioranza dei musulmani non è terrorista e non è corretto attribuire a una religione intera le azioni di estremisti.
Ma proprio per questo occorre avere il coraggio di affrontare il problema senza filtri identitari.
Se un estremista islamista attacca un Pride, non è necessario modificare la propria posizione sui diritti LGBT.
È necessario difenderli ancora più nettamente.
E soprattutto è necessario riconoscere che la libertà occidentale non è proprietà della sinistra, della destra o di una minoranza: appartiene all’individuo.
Le tre spiegazioni della retromarcia
Perché dunque il wokismo sembra attraversare una fase di crisi?
Le spiegazioni possibili sono almeno tre.
La prima è la più semplice: ragioni elettorali.
Se i cittadini sono preoccupati per salari, casa, sicurezza, sanità, immigrazione e costo della vita, continuare a concentrare la politica su questioni culturali estremamente divisive può diventare un lusso elettorale.
La seconda è più cinica: il cambiamento potrebbe essere imposto dalla convenienza politica più che da una vera revisione delle convinzioni.
È la domanda che accompagna oggi la discussione americana: se alcune posizioni erano così giuste ieri, perché oggi vengono definite “Woke 1.0” e archiviate?
La terza è più controversa e deve rimanere, appunto, un’ipotesi.
È possibile che la crescente politicizzazione di alcuni settori dell’elettorato musulmano negli Stati Uniti e in Europa abbia reso più evidente una contraddizione interna: una parte della sinistra occidentale ha costruito alleanze politiche attorno a minoranze che, su alcune questioni, soprattutto sessualità, famiglia e rapporto fra religione e Stato, possono avere posizioni profondamente diverse da quelle del progressismo occidentale.
Non è necessario sposare la teoria secondo cui qualcuno avrebbe impartito ordini ai leader woke.
Non abbiamo prove per sostenerlo.
Ma la contraddizione politica esiste e merita di essere discussa.
La vera lezione
La crisi del wokismo, ammesso che sia davvero iniziata, non dovrebbe essere salutata come la vittoria della destra.
Sarebbe un errore.
Dovrebbe essere salutata come la possibilità di tornare a una concezione liberale della società.
Una società nella quale:
Una donna può essere chiamata donna senza diventare automaticamente una nemica della modernità.
Un omosessuale può avere gli stessi diritti di chiunque altro senza dover diventare un militante politico.
Un immigrato può essere rispettato come individuo senza che ogni critica all’immigrazione venga definita razzista.
Un cittadino bianco può riconoscere gli errori della propria civiltà senza essere trasformato nel colpevole permanente della storia.
Un ambientalista può chiedere politiche climatiche senza pretendere obbedienza ideologica.
Un pacifista può contestare una guerra senza doverne contestare un’altra per simmetria.
Un cittadino può dissentire senza essere automaticamente classificato come estremista.
Questa è, in fondo, la differenza fra liberalismo e wokismo.
Il liberalismo parte dall’individuo e gli riconosce il diritto di pensare.
Il wokismo rischia, quando degenera, di partire dal gruppo e stabilire prima quale pensiero sia moralmente corretto.

Ed è proprio qui che la sinistra italiana dovrebbe fare attenzione.

Perché se davvero il vento sta cambiando, il rischio non è soltanto perdere qualche battaglia culturale

Il rischio è svegliarsi improvvisamente dopo anni di omologazione e scoprire che ciò che ieri veniva presentato come inevitabile progresso oggi viene liquidato dagli stessi protagonisti come “Woke 1.0”.
La battuta di Ocasio-Cortez è significativa proprio per questo.
“Woke 1.0 was crazy.”
Potrebbe essere soltanto una battuta.
Oppure potrebbe diventare, guardando al futuro, la versione americana di un vecchio riflesso politico: “Compagni, abbiamo esagerato. Adesso si cambia.”

Il problema è che, quando una cultura politica arriva a questo punto, la domanda successiva dovrebbe essere inevitabile: se era sbagliato allora, perché non lo avete capito prima?

E soprattutto: chi ha pagato il prezzo di quegli errori nel frattempo?

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