La discussione sul referendum relativo alla magistratura non può essere ridotta a uno scontro ideologico tra “garantisti” e “giustizialisti”
Per quanto mi riguarda, il punto è più semplice e più serio: uno Stato realmente giusto deve essere fondato sull’equilibrio dei poteri e sulla responsabilità personale di chi esercita funzioni così delicate.
Sono favorevole al Sì perché ritengo corretta la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Non è una battaglia contro qualcuno, ma una scelta di chiarezza istituzionale. In un ordinamento democratico, l’imparzialità non deve essere solo sostanziale, ma anche percepibile. La distinzione tra chi accusa e chi giudica rafforza la credibilità del sistema e tutela il cittadino. Non indebolisce la magistratura: la rende più trasparente.
Il secondo punto è ancora più decisivo: la responsabilità del magistrato che sbaglia.
Nessuno mette in discussione l’autonomia della magistratura, che è presidio costituzionale. Ma l’autonomia non può trasformarsi in irresponsabilità. Ogni funzione pubblica comporta una responsabilità proporzionata al potere esercitato. Quando un errore giudiziario incide sulla vita delle persone, sulle famiglie, sui minori, lo Stato deve poter garantire strumenti adeguati di verifica e di risposta. Non per vendetta, non per pressione politica, ma per giustizia.
Un caso emblematico che ancora oggi pesa nei cuori.
Vicende come quella del Forteto – su cui anche la stampa nazionale, tra cui La Verità, è tornata più volte – non possono lasciarci indifferenti. Nel caso della comunità del Il Forteto, bambini allontanati dalle famiglie sono stati affidati a un contesto che si è rivelato gravemente abusante. È evidente che le responsabilità penali individuali sono state accertate nei confronti dei colpevoli. Ma il punto politico e morale resta: possibile che, di fronte a errori sistemici così gravi, nessuno debba mai rispondere sul piano istituzionale?
Non si tratta di delegittimare la magistratura.
Si tratta di pretendere che lo Stato sia all’altezza della fiducia che le famiglie ripongono in esso. Quando un tribunale dispone l’allontanamento di un minore, esercita uno dei poteri più incisivi che l’ordinamento conosca. È una decisione che può segnare per sempre una vita. Proprio per questo, il sistema deve essere strutturato in modo da ridurre al minimo il rischio di errori e da prevedere conseguenze laddove quegli errori si verifichino.
La nostra Costituzione, all’articolo 101, afferma che i giudici sono soggetti soltanto alla legge. È un principio altissimo. Ma proprio perché soggetti alla legge, devono poter rispondere quando la legge è violata o applicata con grave negligenza. L’indipendenza è una garanzia per il cittadino; non può diventare uno scudo impenetrabile.
LE RAGIONI DEL SI
Sostenere il Sì significa affermare che l’equilibrio dei poteri è un valore, che la separazione delle funzioni rafforza l’imparzialità, che la responsabilità è parte integrante della dignità di un ruolo pubblico. Significa anche difendere le famiglie e i bambini da un sistema che, quando sbaglia, non può limitarsi a chiudersi in se stesso.
Come esponente di Fratelli d’Italia e, prima ancora, come cittadino, ritengo che questa riforma non sia una resa dei conti ma un atto di maturità istituzionale. Non c’è spirito punitivo, ma volontà di giustizia. Non c’è attacco alla magistratura, ma richiesta di coerenza tra potere e responsabilità.
Se vogliamo davvero difendere i più fragili, dobbiamo avere il coraggio di correggere ciò che non funziona. Il Sì, per me, è questo: un passo verso uno Stato più equilibrato, più trasparente e più attento alla tutela concreta dei bambini e delle famiglie.
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