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Home Politica

Ranucci, la libertà di stampa non può diventare un alibi per sentirsi intoccabili

di Simone Margheri
31 Agosto 2026
In Politica
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Il cortocircuito dell’informazione militante
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Ranucci, la libertà di stampa non può diventare un alibi per sentirsi intoccabili

C’è una domanda che dovrebbe essere posta senza timori reverenziali: la libertà di stampa comprende anche il diritto di un giornalista di essere messo in discussione?

La Rai ha deciso che dalla prossima stagione Report sarà condotto da Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, offrendo a Ranucci tre soluzioni di ricollocazione tra RaiNews, Tg3 e un incarico di corrispondenza

Ranucci ha contestato duramente la decisione, annunciando quella che ha definito «la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa», e ha definito i due nuovi conduttori persone che «mortificano» la storia di Report.

È legittimo contestare una decisione. Delegittimare chi viene dopo di noi è un’altra cosa. Perché Presutti è inviata di Report dal 2018, si è classificata prima nella selezione Rai per giornalisti professionisti ed è stata finalista al Premio Morrione; Piervincenzi ha alle spalle inchieste su criminalità e periferie, un’aggressione subita a Ostia nel 2017 durante un servizio sul clan Spada, e reportage da Ucraina e Medio Oriente.

Si può discutere la scelta editoriale della Rai, si può persino considerarla sbagliata, ma definirli una mortificazione significa giudicarli prima ancora di averli messi alla prova

Un grande giornalista non si misura solo dalle inchieste realizzate, ma anche dalla capacità di accettare che qualcun altro possa prendere il suo posto. Report appartiene alla Rai e al servizio pubblico: Ranucci ne è stato una figura centrale, ma la sua storia non può coincidere per sempre con quella di un solo uomo.

C’è poi il nodo Lavitola, che non è una semplice polemica politica. Valter Lavitola è stato arrestato come mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025 contro Ranucci e in interrogatorio ha ammesso il ruolo, fornendo però una versione che il gip ha giudicato fumosa e priva di riscontri

Dalle carte è emerso che Lavitola aveva immaginato per Ranucci un futuro politico, persino da presidente: questo non fa di Ranucci, vittima dell’attentato, un complice, ma impone di chiarire fino in fondo i rapporti tra i due, distinguendo le responsabilità penali, di competenza della magistratura, dalle valutazioni di opportunità che spettano alla Rai.

Sulla stessa linea si colloca il caso della conduttrice Presutti, fotografata nel ristorante di Lavitola: il 30 agosto Ranucci ha smentito di averla mandata lì per lavoro, sostenendo che vi sarebbe tornata autonomamente altre volte

A stabilire cosa sia accaduto saranno le verifiche e i documenti, non i social né le tifoserie politiche.

Da una parte c’è chi legge la rimozione di Ranucci come un attacco politico alla libertà di stampa, dall’altra chi la vede come la fine di una gestione troppo personalizzata. Entrambe le letture sono legittime, ma nessuna giustifica evitare le domande: se la Rai ha agito per ragioni editoriali deve spiegarle con chiarezza, se invece ha ceduto a pressioni politiche il fatto è altrettanto grave e va dimostrato.

La libertà di stampa non è l’immunità dalle critiche, è l’esatto contrario. E c’è anche una questione di colleganza: Presutti e Piervincenzi non hanno scelto loro di sostituire Ranucci, hanno vinto una selezione.

Attribuire a loro la responsabilità di una decisione aziendale significa colpire le persone sbagliate.

La grandezza professionale non consiste nel rendersi indispensabili, ma nel lasciare una scuola capace di continuare anche senza di noi. Ranucci lo è stato. Ora tocca a Presutti e Piervincenzi dimostrare di esserlo altrettanto. Non li si giudichi prima: li si giudichi dopo.

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Tags: GIUSTIZIAIN EVIDENZALibertà di opinioneSIGFRIDO RANUCCISTAMPA
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