Pamela e tutti gli altri nomi che non possiamo permetterci di dimenticare

Pamela e tutti gli altri nomi che non possiamo permetterci di dimenticare

Pamela Mastropietro era una ragazza di appena diciotto anni

Nata a Roma il 23 agosto 1999, aveva una personalità intensa e come molte ragazze della sua età, cercava una strada, un appiglio, una possibilità. Non era una “ragazza perduta”, come qualcuno provò superficialmente a definirla, ma una giovane donna in cerca di aiuto, di ascolto, di futuro.

Il 30 gennaio 2018 Pamela scomparve a Macerata

Poche ore dopo il suo corpo venne ritrovato in condizioni tali da rendere impossibile ogni forma di oblio, smembrato e chiuso in due valigie, abbandonato come un oggetto rotto. Una violenza che andava oltre l’omicidio, che colpiva la dignità umana nella sua forma più estrema.

Per quella morte è stato condannato in via definitiva Innocent Oseghale, riconosciuto colpevole di omicidio e occultamento di cadavere, con pena dell’ergastolo.

Una condanna che ha accertato una responsabilità penale gravissima, ma che non ha mai spento del tutto il senso di inquietudine che quel caso ha lasciato nel Paese

Perché ciò che è accaduto a Pamela è stato talmente brutale da far nascere, ancora oggi, interrogativi che vanno oltre il processo, se davvero tutto sia stato chiarito, se non vi siano state altre responsabilità mai pienamente accertate, se quella ragazza sia stata lasciata troppo sola prima ancora di morire.

È impossibile dimenticare Pamela

Non solo per come è morta, ma per ciò che rappresenta. La sua storia segna uno spartiacque nella memoria collettiva, un punto in cui la cronaca si è trasformata in trauma nazionale.

Eppure, da quel giorno, l’elenco non si è fermato.

Negli anni successivi, e ancora oggi, continuiamo a contare donne uccise. Vittime di femminicidio, di violenza domestica, di aggressioni brutali

Anche di recente, a Milano, una giovane donna è stata violenta e massacrata da un uomo che aveva già alle spalle una condanna per violenza sessuale e rapina.

Un soggetto noto alle forze dell’ordine, libero di circolare, libero di colpire ancora

Fatti come questi pongono una questione che non può più essere elusa: quella della sicurezza, del controllo del territorio, della gestione dell’immigrazione clandestina incontrollata.

Non per alimentare odio o generalizzazioni, perché la violenza non ha nazionalità, ma perché la legalità non può essere un concetto astratto.

Lasciare persone senza identità certa, senza percorsi di integrazione, senza controlli reali significa esporre tutti, soprattutto le donne, a rischi inaccettabili

Parlarne non è razzismo.

È responsabilità istituzionale.

In questo dolore che non si spegne, emerge con forza la figura della mamma di Pamela, Alessandra Verni, che da anni porta avanti una battaglia di memoria e verità. Una madre che ha scelto di non chiudersi nel silenzio, ma di trasformare il lutto in testimonianza civile

Partecipa a incontri pubblici, dialoga con le scuole, chiede attenzione reale per le donne fragili, per le giovani in difficoltà, per chi rischia di restare invisibile fino al giorno in cui è troppo tardi.

Il suo impegno è diventato un presidio morale. Un modo per dire che Pamela non è morta invano, che il suo nome continua a vivere come monito

Ogni anno, il Comune di Macerata, il 30 gennaio, dedica un momento di commemorazione a Pamela Mastropietro.

Un gesto simbolico ma necessario, perché la memoria non è un atto formale, è una responsabilità collettiva.

Ricordare significa riconoscere, assumersi il peso di ciò che è accaduto, impegnarsi affinché non accada ancora

Pamela oggi rappresenta tutte le ragazze, le donne, che non ce l’hanno fatta. Quelle che chiedevano aiuto.

Quelle che non sono state ascoltate

Quelle che sono diventate un nome su una lapide o un titolo di giornale.

Finché continueremo a leggere di donne uccise, finché l’elenco continuerà ad allungarsi, nessuna commemorazione potrà dirsi sufficiente.

Servono prevenzione, controlli, responsabilità, cultura del rispetto e uno Stato capace di intervenire prima, non dopo

Perché ci sono morti che non possono essere archiviate.

E quella di Pamela Mastropietro è una di queste.

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