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Home L'Editoriale

Mondiali di Calcio 2026. l’Italia ancora una volta non c’è e forse è una fortuna

di Silvia Castellani
12 Giugno 2026
In L'Editoriale
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Mondiali di Calcio 2026. l’Italia ancora una volta non c’è e forse è una fortuna
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Mondiali di Calcio 2026. l’Italia ancora una volta non c’è e forse è una fortuna.

​Il torneo nordamericano prende il via tra visti negati, restrizioni trumpiane e lo scontro totale tra Washington e Teheran. E’ la più mastodontica, costosa e redditizia della storia della FIFA. E noi? Terzo Mondiale consecutivo da spettatori. Una Caporetto sportiva che ci risparmia, almeno, le spine del “delirio” politico.

Dimenticate la favola dello sport che unisce i popoli. I Mondiali 2026, ospitati tra Stati Uniti, Canada e Messico, hanno alzato il sipario mostrando il loro volto più feroce, quello di un terreno di scontro geopolitico senza precedenti

Tra l’America di Donald Trump e i fronti caldi del globo, il pallone è diventato un’arma diplomatica. L’Italia, per la terza volta consecutiva, osserva il disastro a distanza, intrappolata nel limbo di una mediocrità calcistica che, ironicamente, oggi ci evita di prendere posizione.
​Il punto di massima frizione è, com’era prevedibile, l’asse Washington-Teheran. Il clima è degenerato in una vera e propria guerra diplomatica prima ancora del fischio d’inizio.

Donald Trump ha messo pubblicamente in dubbio la sicurezza della delegazione iraniana, provocando la dura reazione del governo di Teheran, che ha chiesto alla FIFA l’esclusione immediata degli Stati Uniti come Paese co-organizzatore per palese violazione del diritto internazionale e incapacità di garantire l’ospitalità olimpica

​La realtà sul campo rasenta il surreale. Alla nazionale iraniana, sbarcata a Tijuana per il ritiro in territorio messicano, è stato imposto un regime di visti rigidissimo per le gare da disputare negli Stati Uniti. Le dichiarazioni che filtrano dal Dipartimento della Sicurezza Nazionale americano sono una provocazione bellica travestita da protocollo.

“Non è vero che l’Iran sarà costretto ad arrivare lo stesso giorno dei match. Grazie alla generosità del presidente Trump, la nazionale potrà arrivare il giorno prima delle partite” si affrettano a dichiarate i burocrati statunitensi

Nel frattempo, i calciatori iraniani hanno risposto presentandosi al ritiro esibendo la spilla con il numero “168”, in memoria delle vittime dell’attentato alla scuola elementare di Minab, portando il dramma interno e la protesta politica direttamente sotto i riflettori delle tv mondiali.
​Ma l’Iran è solo la punta dell’iceberg. L’amministrazione Trump ha imposto restrizioni che colpiscono 39 Paesi inseriti in una vera e propria “blacklist” dei visti.

L’accoglienza per le nazioni considerate “ostili” o non allineate ai blocchi occidentali è glaciale, configurando un Mondiale escludente e a trazione ideologica

​Anche la classe arbitrale è finita nel tritacarne geopolitico. Ha fatto enorme discutere lo stop inatteso imposto a Omar Abdulkadir Artan, considerato il miglior fischietto del continente africano, escluso dai giochi per ragioni che molti analisti riconducono a pressioni politiche e visti negati.

E la FIFA di Gianni Infantino?

Davanti a questo attacco frontale ai valori dello sport, l’unica preoccupazione sembra essere quella di silenziare il dissenso. Sono già scattati procedimenti disciplinari contro allenatori e tesserati rei di aver criticato le strutture tecniche o le storture organizzative del torneo. “Ci proibiscono di parlare. Chi critica viene sanzionato”, è l’atto d’accusa che rimbalza dai ritiri.
​

In tutto questo clima di intolleranza, prepotenza e geopolitica applicata al calcio, l’Italia brilla per la sua assenza

La Nazionale azzurra guarderà la manifestazione da semplice spettatrice. Un fallimento strutturale che ha certificato il declino del nostro movimento calcistico.

​Eppure, c’è un risvolto quasi terapeutico in questa umiliazione storica. Come sottolineato da diversi osservatori, l’assenza della maglia azzurra ci sottrae di fatto a un gigantesco frullatore politico.

Non dobbiamo fare i conti con i visti negati, con le polemiche governative sui boicottaggi o con le prigioni temporanee, come quella faraonica da 25 milioni di dollari allestita a Kansas City per gestire l’ordine pubblico dei tifosi

​Siamo fuori dal calcio che conta, è vero, e fa male. Ma guardando la deriva di un Mondiale che ha già sostituito i diritti civili e lo spirito sportivo con i dollari e i muscoli della geopolitica, forse quest’anno restare sul divano è l’unico modo rimasto per preservare un briciolo di salute mentale.

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Tags: 2026CALCIOFIFAIN EVIDENZAMONDIALI
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