Marco Della Fonte: “Il cinema deve lasciare una domanda in più e un pregiudizio in meno”
C’è un filo rosso che attraversa tutta la carriera di Marco Della Fonte
Non è il successo, pure arrivato con riconoscimenti internazionali, né il passaggio dalla pubblicità al cinema. È l’urgenza di raccontare l’essere umano, con tutte le sue fragilità, le sue contraddizioni e la sua irriducibile complessità.
Regista e sceneggiatore, partner della casa di produzione inglese Lost Pictures Ltd, Della Fonte ha costruito negli anni un percorso che lo ha portato dai videoclip musicali ai documentari, fino al lungometraggio “I sogni abitano gli alberi”, premiato in numerosi festival internazionali. Un’opera che racconta gli ultimi, ma soprattutto invita lo spettatore a mettere in discussione il proprio sguardo.
«Più che un sogno, sento il bisogno di raccontare storie», mi dice
E forse è proprio questa la frase che meglio riassume il suo modo di intendere il cinema.
Dopo oltre vent’anni trascorsi tra spot pubblicitari e videoclip, la scelta del lungometraggio non nasce da un cambio di rotta improvviso, ma da un’esigenza maturata lentamente. Raccontare persone, emozioni, conflitti interiori. Perché il cinema, secondo Della Fonte, diventa autentico solo quando il regista è disposto a mettere in gioco una parte di sé.
Il confronto tra Italia e Regno Unito, dove lavora da anni, offre uno spunto tutt’altro che banale
Il suo giudizio sul sistema produttivo italiano è netto: nel nostro Paese, sostiene, le relazioni personali continuano troppo spesso a prevalere sul merito. Una riflessione critica che va oltre il cinema e che, inevitabilmente, richiama problemi strutturali già presenti in molti altri settori.
Nonostante questo, non manca la fiducia nel valore degli autori italiani. Piuttosto, ciò che sembra mancare è il coraggio di investire davvero sull’innovazione.
«Il cinema vive della capacità di sorprendere. Se diminuisce il rischio creativo, diminuisce anche la possibilità di scoprire nuovi autori.»
Una considerazione difficile da contestare in un’epoca in cui remake, sequel e formule consolidate sembrano rappresentare spesso la scelta più rassicurante
Il cuore del suo percorso artistico resta “I sogni abitano gli alberi”, una storia che affronta il tema della malattia psichica attraverso una prospettiva profondamente umana. Non c’è pietismo, né ricerca dell’effetto. C’è invece il desiderio di raccontare la dignità delle persone considerate “diverse”.
Dietro quella storia c’è anche un ricordo personale
Lo zio, affetto da schizofrenia, vissuto in un piccolo paese dove l’affetto della comunità ha rappresentato una cura tanto importante quanto la medicina stessa. Un’esperienza che richiama inevitabilmente il pensiero di Franco Basaglia, al quale il regista rende implicitamente omaggio.
Il film, però, non parla soltanto di disagio mentale
Parla di razzismo, discriminazione, diritti umani, femminicidi. Temi che attraversano ancora oggi la nostra società e che rendono l’opera sorprendentemente attuale, nonostante sia ambientata alla fine degli anni Settanta.
Chi ha lavorato nel mondo della musica impara presto che creatività e produzione devono convivere. Della Fonte racconta come proprio i videoclip gli abbiano insegnato una delle lezioni più importanti del mestiere: l’equilibrio tra idea, tempo e budget.
Un regista, spiega, deve sapere se in otto ore riuscirà davvero a girare ciò che ha immaginato
Dietro ogni inquadratura c’è organizzazione, disciplina e capacità di dialogo con gli artisti. L’improvvisazione arriva soltanto dopo una preparazione meticolosa.
In un tempo in cui tutti possono realizzare video con uno smartphone, gli chiedo cosa distingua ancora un regista
La sua risposta è probabilmente una delle più belle dell’intervista.
«Un regista non si definisce dalla macchina da presa che utilizza. Si definisce dallo sguardo.»
Perché filmare non significa necessariamente raccontare.
Il cinema nasce quando un’immagine diventa pensiero, quando un’inquadratura assume un significato, quando ogni scelta risponde a una precisa visione del mondo.
È la stessa prospettiva con cui guarda all’intelligenza artificiale
Nessuna chiusura ideologica. Anzi.
Per Della Fonte rappresenta una rivoluzione inevitabile, come lo sono stati il sonoro o il digitale. Resta uno strumento, ma.le storie, quelle vere, continuano a nascere dall’esperienza umana, dalle ferite, dai ricordi, dai dubbi.
E su questo, almeno per ora, nessun algoritmo sembra poter competere.
Anche il rapporto con gli attori segue la stessa filosofia.
Durante un provino cerca prima di tutto autenticità
La tecnica viene dopo.
Anzi, confessa di preferire spesso incontri informali ai classici casting, per osservare il linguaggio del corpo, la personalità, il modo di stare nel mondo. Perché, come insegnavano molti grandi maestri del cinema, il vero attore smette di recitare e inizia semplicemente a essere.
Tra gli interpreti che sogna di dirigere cita Mads Mikkelsen, Cate Blanchett e Isabelle Huppert, affascinato dal minimalismo espressivo del cinema del Nord Europa, lontano da quella teatralità che, a suo avviso, caratterizza troppo spesso la scuola italiana
Anche i suoi riferimenti cinematografici raccontano molto del suo immaginario: Antonioni, Kubrick, Bergman, Tarkovskij.
Autori che hanno fatto del cinema uno strumento di riflessione prima ancora che di intrattenimento.
Quando gli chiedo di definire il cinema con una sola parola, non ha esitazioni.
Empatia
Perché ogni film nasce dall’incontro tra chi racconta e chi guarda.
E proprio lì, in quello spazio condiviso, nasce l’emozione.
Il suo prossimo progetto sarà un dramma storico ambientato alla fine dell’Ottocento, ispirato a una storia vera, che affronta il tema dei diritti delle donne e della violenza psicologica in una società ancora profondamente patriarcale.
Ancora una volta, il passato come chiave per comprendere il presente
Prima di salutarci, grata di averlo incontrato, gli rivolgo un’ultima domanda: cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé uscendo dalla sala?
La risposta è forse il manifesto più autentico del suo cinema
«Vorrei che uscisse con una domanda in più e un pregiudizio in meno.»
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