​L’ultimo comunista in un condominio di bottegai

​L’ultimo comunista in un condominio di bottegai

​È singolare, e forse perfino un po’ malinconico, trovarsi a commemorare con un senso di autentico rispetto politico un comunista. Non uno di quelli da salotto buono, non una di quelle sagome sbiadite che oggi affollano i talk show o sventolano bandiere a intermittenza, ma un uomo d’altri tempi come Fabio Mussi.

Ci divideva tutto, ben s’intende

Non c’è un solo dettaglio della nostra visione del mondo, dello Stato, dell’economia o della libertà che potesse trovare cittadinanza comune. Eppure, proprio perché le distanze erano nette, la stima per la sua integrità morale e intellettuale non ha mai vacillato.

​Mussi ha avuto il raro e scomodo coraggio di rimanere fedele a se stesso fino in fondo. È rimasto di sinistra, con la schiena dritta, senza avvertire il bisogno di convertirsi sulla via del Nazzareno o di svendere il proprio passato per un posto al sole nei governi della Repubblica. Non si è piegato a squallidi giochetti di palazzo, non ha fatto sconti alla Realpolitik da accattoni e, soprattutto, ha rifiutato quella mutazione genetica che ha trasformato la sinistra italiana da grande partito di popolo in un comitato d’affari, un condominio di bottegai dove la coerenza è merce fuori corso e la poltrona è l’unico dogma riconosciuto.

​Guardando l’evoluzione del Partito Democratico, il rifiuto di Mussi appare oggi non solo comprensibile, ma profetico. Come si fa a non provare una punta di cinica ironia pensando a cosa è diventata quella ditta?

Il renzismo, con il suo cinismo spregiudicato e la sua politica ridotta a talent show personale, è stato solo l’apice di una degenerazione più ampia, una fabbrica seriale di trasformisti pronti a produrre e giustificare qualsiasi giravolta pur di restare attaccati alla greppia.

​Mussi non apparteneva a quella stirpe di sepolcri imbiancati che invocano una storia gloriosa e lusinghiera per poi svenderla al primo banchiere di passaggio o al primo sussulto radical-chic. Mentre il Pd contemporaneo si perde dietro a battaglie e provocazioni da salotto radicale che avrebbero forse fatto sorridere Pannella ma fanno solo piangere chi ha a cuore i diritti sociali e il lavoro vero, lui restava ancorato a un’idea diversa di sinistra. 

Poteva essere un’idea sbagliata, sbilanciata, lontana anni luce dalla mia visione liberale e nazionale della società, ma aveva una dignità. Aveva un volto

​Ecco perché la scomparsa di Fabio Mussi lascia un vuoto che non è solo della sua parte politica, ma dell’intera nazione. In un tempo in cui la politica è diventata un mercato rionale dove tutti comprano e tutti si svendono, perdere uno dei pochi che ha preferito l’eresia della coerenza alla comodità del potere dovrebbe far riflettere tutti. Anche noi, che da quella parte non ci siamo mai stati, ma che agli uomini duri e puri, capaci di dire di no, stringeremmo comunque la mano. Come se lastringevano Almirante e Berlinguer.

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