L’Odissea di Christopher Nolan, grande cinema, ma quale Odissea?
Sotto il profilo puramente cinematografico, l’Odissea firmata da Christopher Nolan è, come da aspettative, un’opera maestosa. Girata con i crismi del grande cinema, la pellicola vanta una regia lucida, un ritmo serrato che tiene incollati per quasi tre ore e un comparto produttivo di prim’ordine. Le scenografie sono imponenti e curate nei minimi dettagli, capaci di restituire un senso di monumentalità architettonica che mozza il fiato. Altrettanto eccellenti sono gli attori. Il cast stellare offre interpretazioni magnetiche, intense e profondamente radicate in una recitazione di altissimo livello.
Tuttavia, quando il sipario si apre sul mondo antico e si stringe il legame con il testo fondativo, l’impatto per chi ha davvero amato e studiato Omero rischia di trasformarsi in una serie di dolorosi “strappi”
Se l’impianto visivo e drammaturgico cattura lo sguardo, ci sono particolari storici e filologici che per un lettore di Omero risultano semplicemente non in linea con le aspettative.
I costumi e l’estetica sono i tasti più dolenti. Perché gli ateniesi vestiti di un bianco candido e stereotipato, così lontani dalla vivacità e dalla polifonia cromatica del bronzo e della lana tinta del mondo miceneo?
E quel cavallo rampante che spunta a tradire un’iconografia anacronistica?
Per non parlare delle armature da film fantasy, che strizzano l’occhio al botteghino hollywoodiano tradendo la cruda e specifica materialità dell’epica omerica per scivolare in un immaginario di genere già visto.
E ancora la cromia tradita del paesaggio
Il Mediterraneo è un vero e proprio caleidoscopio di colori, un tripudio di calore, di sole accecante e feroce, di un blu profondo del mare che contrasta con il verde brillante della vegetazione e l’arancio vivace delle coste. Nel film di Nolan, invece, la fotografia si cristallizza in tonalità azzurro-grigie, cupe e spente, che richiamano inequivocabilmente le atmosfere fredde e plumbee di un mare del nord, snaturando l’identità visiva e sensoriale del mito greco. Infine, l’operazione di Nolan si spinge verso un Ulisse intimo e intimistico.
Una scelta che spiazza. Perché svuotare in parte la dimensione dell’eroe gagliardo e pragmatico per concentrarsi su un soliloquio esistenziale continuo? A quale scopo?
Se l’intento del regista era umanizzare il re di Itaca filtrandone i sensi di colpa e le fragilità post-belliche, dall’altro questa chiave di lettura finisce per smussare la formidabile astuzia e la brama di conoscenza che muovevano l’eroe omerico, riducendolo a un viandante malinconico in lotta più con i propri fantasmi psicologici che con la furia degli dèi e dei mostri.
In conclusione, Nolan realizza un grande film d’autore che guarda alle masse e alla modernità, ma chi cerca il profumo del vino scuro del mare di Omero e la solarità originaria del mito rischia di uscire dalla sala con un senso di profonda estraneità.
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