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L’illustrazione come spazio dell’immagine, il fumettista d’autore Piero Macola a Palazzo Blu

di Jacqueline Facconti
29 Giugno 2026
In Cultura
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L’illustrazione come spazio dell’immagine, il fumettista d’autore Piero Macola a Palazzo Blu
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L’illustrazione come spazio dell’immagine, il fumettista d’autore Piero Macola a Palazzo Blu

Ci sono mostre che funzionano come repertori, come archivi ben ordinati di un’opera consolidata e ci sono mostre che funzionano come specchi: ti restituiscono qualcosa che non sapevi di cercare. La retrospettiva dedicata a Piero Macola a Palazzo Blu di Pisa, intitolata Paesaggi di vita, appartiene con decisione alla seconda categoria. Il titolo della mostra è volutamente sobrio, quasi schivo. Ma dietro quella sobrietà si nasconde un progetto artistico di rara coerenza e profondità.

Macola, veneziano del 1976, è una figura singolare nel panorama del fumetto italiano: riconosciuto prima in Francia — dove collabora da oltre un decennio con Futuropolis, editore di riferimento della bande dessinée d’autore — e solo successivamente celebrato in Italia, il suo percorso porta i segni di quella periferia culturale che pure tematizza nei suoi lavori. Il catalogo della mostra, curato da Giorgio Bacci, offre una lettura critica acuta e ben strutturata di quattro libri fondamentali: Le Tirailleur (2014), Gli indesiderati (2019), Lagune (2023) e il progetto ancora in corso La Vallée heureuse (2026).

Il segno come impegno politico

Il primo merito della mostra è di rendere evidente quanto il segno grafico di Macola non sia mai neutro. L’acquerello, la china, le matite colorate: strumenti tradizionali usati con una padronanza tecnica fuori dal comune, ma sempre al servizio di una narrazione che porta il peso della Storia. Le Tirailleur, realizzato insieme al fotografo e documentarista Alain Bujak, è il caso più emblematico.

La storia di Abdesslem, ex fuciliere marocchino ridotto a trascorrere nove mesi all’anno in una residenza sociale di Dreux per riscuotere la misera pensione cristallizzata dal governo francese al valore del 1959, è una storia di razzismo istituzionale raccontata con la delicatezza di chi non vuole gridare, ma far capire.

Ciò che colpisce nelle tavole esposte è la capacità di Macola di costruire il paesaggio come categoria morale

I nonluoghi della residenza sociale — corridoi freddi, finestre chiuse, nature morte di tazze e sedie — si contrappongono agli spazi aperti del Marocco ricordato da Abdesslem con una nostalgia che è anche appartenenza identitaria. Il catalogo cita Marc Augé sull’antropologia del nonluogo, ma la vera intuizione critica di Macola è quella di far incarnare questa teoria astratta in un uomo in carne e ossa, con i suoi silenzi e la sua dignitosa resistenza.

La provincia padana e l’invisibile contemporaneo

Con Gli indesiderati Macola sposta il fuoco sull’Italia della Pianura Padana, e il risultato è forse il lavoro più potente in mostra. Bruno, guardiano della darsena, e Anton, operaio moldavo in condizione di precarietà costante, sono figure che la letteratura e il cinema italiani hanno ignorato per decenni: i cosiddetti indesiderati, appunto, presenze invisibili della contemporaneità. Il titolo originale francese, Les Nuisibles (i nocivi), è ancora più crudo, e svela l’analogia tra i due emarginati e i topi che Bruno doveva eliminare da ragazzino per non farli trovare ai turisti.

La pianura di Macola è quella di Luigi Ghirri: monotona, piatta, insidiosamente malinconica. Le vignette a tutta pagina dei campi padani, con figure umane ridotte a puntini neri nell’immensità del paesaggio agricolo, richiamano esplicitamente quella tradizione fotografica.

Ma c’è qualcosa di più duro rispetto a Ghirri: Macola aggiunge la violenza sommersa, la vendetta repressa, la comunità che esclude. È un fumetto che parla di caporalato, di isolamento, di un’Italia che si vuole accogliente e invece è profondamente discriminatoria.

Lagune: Venezia come distopia del presente

Con Lagune (2023) Macola torna alla sua Venezia e ne costruisce una versione distopica che, come ogni buona distopia, è spaventosamente vicina alla realtà. Una Venezia chiusa, dove la laguna non è più il salotto del mondo ma un confine pattugliato; dove il traffico umano si nasconde sotto la nebbia e l’acqua salmastra; dove sopravvivere è una questione di segreti e di mappe.

Gli acquerelli esposti sono tra le cose più belle della mostra: le sequenze dedicate alla laguna mostrano un colore che trascolora progressivamente, il foglio che si allaga di tonalità bluastre fino a che tutto ciò che rimane è un ricordo di filo spinato.

Macola entra in dialogo con Manuele Fior — per gli acquerelli — e con Gipi — per la linea nervosa dei personaggi.

Il confronto regge, ma non toglie originalità a Lagune: il registro del noir traposto in un contesto di isolamento politico è una scelta precisa, e il risultato è un libro che funziona su più livelli simultaneamente — come thriller, come riflessione ambientale, come romanzo di formazione.

La tecnica: tra realtà e finzione, tra documento e sogno

Uno degli aspetti più interessanti che la mostra mette in luce è il metodo di lavoro di Macola: la base fotografica — a volte scattata in prima persona, come nel caso di Gli indesiderati — viene reinterpretata attraverso acquerello e matite colorate in un processo che non è mera trascrizione ma vera rielaborazione poetica.

Il risultato è un ibrido sofisticato tra documentario e fiction, che sfrutta l’interstizio tra i due poli per liberare l’estro pittorico.

L’acquerello è per Macola uno strumento filosofico prima che tecnico: la sua capacità di trattenere e insieme sciogliere il colore, di essere preciso e insieme sfuggente, rispecchia la natura dei temi trattati.

La memoria, l’identità, il margine: tutte cose che esistono in una particolare condizione di sospensione, né completamente fisse né completamente fluide. Il ritmo delle vignette è parimenti studiato, e il catalogo ricorda opportunamente Hugo Pratt: come in Corto Maltese, i silenzi tra un’immagine e l’altra contengono tanto quanto le parole.

Luci e ombre della mostra

Palazzo Blu a Pisa è una sede di grande prestigio e la scelta di ospitare qui una mostra dedicata al fumetto d’autore è in sé un gesto culturalmente significativo, una presa di posizione sul valore della nona arte. Il rischio è quello di trasformare il fumetto in un oggetto museale da contemplare piuttosto che in un medium da leggere e abitare.

Le tavole, incorniciate e illuminate, guadagnano in solennità ma perdono inevitabilmente quella dimensione sequenziale che è il cuore del linguaggio a fumetti: il ritmo, la transizione tra una vignetta e l’altra, il tempo del lettore.

Considerazioni conclusive

La mostra rappresenta un’occasione preziosa e, per certi versi, necessaria. Piero Macola è uno di quegli autori che fanno del fumetto ciò che il fumetto può essere nel suo momento migliore: un dispositivo ottico per guardare il mondo altrimenti, per dare voce a chi la Storia ha messo ai margini, per tradurre la complessità del reale in atmosfere sospese e vibranti. Migranti coloniali, operai moldavi, veneziani intrappolati in una distopia prossima ventura: Macola sceglie sempre chi non fa notizia, chi viene dimenticato, chi viene classificato come indesiderato e li disegna con una cura e una dignità che è già di per sé un atto politico.

In un momento storico in cui il fumetto d’autore italiano stenta ancora a trovare il riconoscimento istituzionale che merita, Paesaggi di vita a Palazzo Blu rappresenta un passo nella giusta direzione. Non basta, naturalmente. Ma è un inizio.

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Tags: ARTEfumettistaImmagineIN EVIDENZAPittura
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