L’illusione del massimalismo verbale: perché la retorica dell’emergenza non salverà la scuola
C’è un tic interpretativo che affligge una parte della politica nostrana, trasversale ai partiti ma particolarmente insidioso quando tocca chi ha responsabilità di governo: la tendenza a scambiare la denuncia ad alta voce per azione politica.
L’ultimo esempio, in ordine di tempo, arriva dalle dichiarazioni di alcuni eletti locali in merito agli episodi di cronaca nelle scuole. Il copione è noto: un incipit allarmato (“con tutto quello che sta succedendo”), l’evocazione di concetti sacrosanti ma astratti (“disciplina”, “rispetto”, “autorevolezza”) e l’immancabile appello finale all’autorità: “Bisognerebbe intervenire immediatamente con più forza”
Questo approccio, che potremmo definire “critica senza costrutto”, non solo è inefficace, ma produce un danno collaterale preciso: svuota di credibilità le battaglie giuste, offrendo agli avversari politici il fianco per facili confutazioni. Se vogliamo davvero difendere la scuola e il corpo docente, dobbiamo prima di tutto smontare questo metodo.
La trappola dei verbi al condizionale
Il primo limite strutturale di questo modo di comunicare risiede nella grammatica stessa della proposta
Dire che “bisognerebbe intervenire” o che lo Stato “non deve abbandonare” i docenti significa ignorare la realtà dei fatti e della filiera istituzionale.
Chi siede nelle istituzioni, a maggior ragione se rappresenta la forza politica trainante del governo nazionale, non può esprimersi come un osservatore esterno o un passante colto da sdegno.
Il condizionale è il tempo verbale di chi non ha potere o di chi non sa come usarlo. Il Governo ha già tracciato una linea chiara con riforme concrete — si pensi alla revisione del voto in condotta e all’inasprimento delle tutele penali per chi oltraggia un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni docenti.
Continuare a invocare un generico “intervento dello Stato” al condizionale significa, paradossalmente, ignorare o depotenziare il lavoro che il proprio stesso schieramento sta portando avanti
Confondere l’effetto con la causa
Il secondo errore è di natura logica e sociologica. Affermare che “senza autorevolezza non c’è educazione” e che l’autorevolezza si ripristina solo con “regole chiare e disciplina” significa invertire l’ordine causale dei fattori.
La disciplina in classe è una condizione di contesto, un prerequisito logistico che permette lo svolgimento della lezione. L’autorevolezza del corpo docente, invece, è un fenomeno complesso che non si impone per decreto o con un surplus di sanzioni. Essa si costruisce attraverso:
La valorizzazione economica e sociale della professione.
Il supporto psicologico e organizzativo contro il burnout.
La ricostruzione del patto educativo con le famiglie, oggi tragicamente orientate a una difesa sindacale e aprioristica dei figli.
Liquidare una crisi strutturale e antropologica con formule sbrigative significa proporre una risposta elementare a un problema complesso.
Una debolezza teorica che qualsiasi analista serio può smontare in pochi secondi
Dalla cronaca alla statistica: serve il rigore dei dati.
C’è poi un vizio di metodo: l’ancoraggio all’onda emotiva della cronaca. Dire “con tutto quello che succede” significa basare l’azione politica sulla percezione amplificata dai media e dai social network, anziché su una mappatura quantitativa ed empirica del fenomeno.
Per legiferare o per amministrare un territorio servono i dati dell’Osservatorio nazionale, servono i numeri dei contenziosi e delle denunce, suddivisi per aree geografiche e contesti di disagio sociale
Solo così si capisce se un fenomeno è un’emergenza sistemica o se richiede interventi mirati in specifiche periferie o istituti a rischio. Altrimenti, si fa solo rumore di fondo.
Di cosa ha bisogno la politica (e la scuola)
La scuola non ha bisogno di tribuni che chiedono “più forza” senza specificare in quale articolo del codice o del testo unico scolastico inserire quella forza. Ha bisogno di amministratori che conoscano le competenze regionali e comunali, capaci di proporre progetti concreti di supporto psicosociale, accordi di sicurezza con le forze dell’ordine per il perimetro scolastico e percorsi di mediazione familiare.
La critica senza costrutto è un lusso che la politica di governo non può più permettersi
Se l’unica risposta di un eletto di fronte a un problema complesso è un post di indignazione che si conclude con un punto esclamativo, allora quell’eletto non sta offrendo una soluzione: sta solo cercando un applauso facile, lasciando le cose esattamente come stanno.
E il futuro delle nuove generazioni si difende con i testi normativi, non con gli slogan.
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