L’esule iraniana troppo ribelle per la sinistra “pacifista”

L’esule iraniana troppo ribelle per la sinistra “pacifista”

C’è una democrazia a targhe alterne che respira tra le colline del Mugello. Una democrazia che ama riempirsi la bocca di parole come “diritti”, “ascolto” e “solidarietà”, ma che pare andare in cortocircuito non appena la realtà dei fatti osa scavalcare lo steccato degli slogan preconfezionati.

​Il caso del rinvio a data da destinarsi dell’incontro “Essere donna nell’Iran di oggi”, previsto per il 5 marzo al Palazzo Pretorio di Barberino, non è solo un disguido organizzativo

È un sintomo. Un segnale inquietante di come una certa sinistra preferisca il silenzio di un’aula vuota al grido scomodo di chi il regime degli ayatollah lo vive sulla pelle dei propri familiari. Il “peccato originale” di Leila è di avere rotto la narrazione.

​Ma cos’è successo di tanto grave da spingere l’AUSER e l’Università dell’Età Libera a congelare l’evento?

La risposta sta in quanto accaduto pochi giorni prima sui lungarni di Firenze. L’attivista Leila Farahbakhsh, l’ospite attesa a Barberino, ha commesso il reato più grave per il conformismo progressista.

Ha interrotto una manifestazione pacifista contro gli Stati Uniti per ricordare ai presenti una verità banale quanto tragica.

​”Io non voglio la guerra, ma il popolo iraniano non può morire a mani nude perché a qualcuno non piacciono gli americani”, grida Leila davanti al salotto panoramico di Firenze

Leila ha chiesto coerenza. Ha chiesto dove fossero i pacifisti mentre il popolo iraniano veniva torturato e bombardato dal proprio regime. Ha squarciato il velo dell’ipocrisia di chi condanna solo le bombe occidentali ma chiude entrambi gli occhi di fronte alle forche di Teheran.

A Barberino di Mugello è stato messo in scena un vero e proprio caso di censura

Le spiegazioni ufficiali arrivate dagli organizzatori rasentano il grottesco. Parlare di “situazione politica in evoluzione” per giustificare lo slittamento serve a poco.

La situazione in Iran è in “evoluzione” tragica da decenni, ed è proprio questo il motivo per cui un incontro pubblico sarebbe urgente, non rimandabile.

​Dire di voler evitare messaggi fuorvianti è, nei fatti, un’offesa all’intelligenza dei cittadini e alla dignità dell’esule.

Chi decide cosa è fuorviante?

La politica locale? Un comitato direttivo? Se il Palazzo Pretorio diventa un filtro dove passa solo ciò che è ideologicamente compatibile con la linea della piazza fiorentina, allora non è più la casa della democrazia, ma il fortino di un pensiero unico che ha paura del confronto.

Dura e immediata la reazione dell’opposizione del Centrodestra per Barberino e i consiglieri metropolitani di Fratelli d’Italia che hanno alzato il muro contro quello che definiscono un atto di ostracismo

La solidarietà non può avere tempi d’attesa burocratici, né può essere subordinata ai “timori della politica locale”.

​La promessa è chiara. Se le istituzioni sbattono la porta in faccia a Leila Farahbakhsh, saranno altri luoghi ad aprirsi. Perché la libertà delle donne iraniane non può aspettare che la sinistra mugellana finisca di “impostare meglio il lavoro di approfondimento”.

​Ma da qualsiasi parte si vuole guardare la vicenda di Laila e lo sbarramento del Palazzo Pretorio di Barberino è un pessimo precedente

​Tappare la bocca a un’esule che scappa da un regime criminale è un capitolo buio per la storia democratica del Mugello. Quando la “pace” diventa una scusa per non vedere il male, e l’approfondimento diventa un paravento per la censura, la democrazia è già sotto attacco.

​Barberino e i suoi cittadini meritano di ascoltare la verità, anche se fa male, anche se rompe gli schemi. Anzi soprattutto se rompe gli schemi

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