L’eredità scomoda di Capaci: il dovere di una memoria senza sconti
Il 23 maggio rischia ogni anno di trasformarsi in un gigantesco esercizio di ipocrisia collettiva.
Le corone di fiori, i discorsi formali, le frasi fatte pronunciate da chi spesso occupa quelle stesse istituzioni che, trentaquattro anni fa, lasciarono Giovanni Falcone al suo destino.
C’è una tendenza rassicurante nel ridurre la strage di Capaci a una brutale, ma lineare, storia di mafia: i cattivi con il telecomando in mano da una parte, l’eroe solitario dall’altra
Ma la storia, quella documentata dai verbali del CSM, dalle sentenze e dalle parole disperate di chi è rimasto vivo solo qualche settimana in più, ci racconta un’altra verità. Una verità decisamente più scomoda.
Giovanni Falcone non è stato solo una vittima della ferocia di Cosa Nostra. È stato, prima di tutto, un magistrato sistematicamente isolato, delegittimato e ostacolato dall’interno del suo stesso mondo.
Il fango prima del tritolo
La parabola dell’isolamento di Falcone non inizia a Capaci, ma tra i corridoi del Consiglio Superiore della Magistratura e nelle stanze del Palazzo di Giustizia di Palermo. Il peccato originale è datato gennaio 1988, quando il CSM, applicando un rigido e burocratico criterio di anzianità, gli preferì Antonino Meli per la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo.
Non fu un semplice avvicendamento d’ufficio: fu il segnale politico che l’esperienza rivoluzionaria del Pool Antimafia – basata sulla collegialità e sulla centralizzazione delle informazioni – doveva essere archiviata
Meli mantenne la promessa, smantellando il Pool e parcellizzando le indagini in mille rivoli, vanificando la visione unitaria che aveva portato al successo del Maxiprocesso.
Da quel momento, per Falcone iniziò la stagione dei veleni. Accusato dalle correnti della magistratura di protagonismo, criticato aspramente da esponenti politici del movimento La Rete per non aver voluto colpire un fantomatico “terzo livello” (teoria che il giudice smontava con il rigore dei fatti), Falcone si ritrovò prigioniero di un vuoto istituzionale spaventoso.
Persino le lettere anonime del “Corvo di Palermo” tentarono di minarne la credibilità, accusandolo di una gestione torbida dei pentiti.
La scelta di Roma e il paradosso del Ministero
Fu questo clima soffocante a spingere Falcone ad accettare, nel 1991, la direzione degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia, chiamato da Claudio Martelli.
Un paradosso storico: l’uomo che aveva messo in ginocchio Cosa Nostra dovette trovare sponda nel potere politico per poter continuare a lavorare, mentre una parte della magistratura lo accusava di aver “venduto” la propria indipendenza al governo
Eppure, proprio da quelle stanze romane, Falcone concepì le armi più efficaci per la lotta ai clan: la Direzione Investigativa Antimafia (DIA) e la Procura Nazionale Antimafia (PNA). Ma anche la nascita della cosiddetta “Superprocura” fu accompagnata da un coro di proteste e barricate ideologiche da parte dei suoi colleghi, terrorizzati dalla perdita di sovranità dei singoli uffici giudiziari.
Il verdetto di Borsellino
A squarciare il velo dell’ipocrisia post-mortem ci pensò Paolo Borsellino. Il 29 maggio 1992, a meno di una settimana dalla strage di Capaci, Borsellino pronunciò parole che rimangono come un atto d’accusa indelebile contro i vertici della magistratura associata: denunciò i colleghi che avevano espresso “indiscusse capacità” verso Falcone solo dopo la sua morte, ricordando come, da vivo, quelle stesse capacità fossero state costantemente calpestate e respinte nelle sedi decisionali.
La sentenza del processo Capaci Bis ha messo nero su bianco il concetto di “cooperazione colposa” di alcuni settori delle istituzioni e della magistratura nel creare il vuoto attorno a Falcone
Un isolamento che ha reso il giudice un bersaglio facile, segnalando a Cosa Nostra che lo Stato aveva già scaricato il suo uomo migliore.
Oltre la retorica
Ricordare Capaci oggi significa rifiutare la memoria edulcorata. Significa avere il coraggio di guardare alle dinamiche correntizie, alle gelosie di carriera e alle miopie strategiche che ancora oggi, sotto forme diverse, agitano il dibattito sulla giustizia in Italia. Trasformare Falcone in un santino da celebrare significa ucciderlo una seconda volta, occultando i veri meccanismi che ne hanno provocato la fine. Onorare la sua memoria significa, al contrario, scegliere la verità storica: l’unico vero antidoto contro il tradimento silenzioso che ha insanguinato la nostra Repubblica.
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