• Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
oAdHoc News Quotidian
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
AdHoc News Quotidiano
Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
Home Attualità

Le telecamere non sono il problema. L’ideologia sì

di Kishore Bombaci
18 Luglio 2026
In Attualità
0
carabinieri

Carabiniere durante controlli anticrimine a tor bella monaca trovano e sequestrano della droga all'interno di un'autovettura dopo averla fermata a un posto di blocco nell'ambito di un'operazione di controllo anticrimine, Roma, 24 settembre 2011. ANSA / MASSIMO PERCOSSI

6
VISITE
CondividiTwitta

Le telecamere non sono il problema. L’ideologia sì.

C’è qualcosa di profondamente malato in una società che arriva a discutere di come una telecamera debba riprendere una gara di atletica invece di preoccuparsi della qualità dello sport, della formazione dei giovani o della lotta al doping e della promozione dei valori sportivi.

Eppure è esattamente ciò che sta accadendo

Secondo le nuove indicazioni elaborate in ambito europeo, i broadcaster dovrebbero prestare attenzione a evitare inquadrature che possano “sessualizzare” le atlete. Tradotto: meno primi piani, meno dettagli, più autocensura.

È difficile non vedere in questa proposta l’ennesimo prodotto di una cultura che pretende di correggere la realtà riprogrammando valori pensieri e menti, anziché affrontare i problemi veri

Nell’Europa del politicamente corretto sembra essere diventato impossibile chiedere responsabilità agli individui. Molto più semplice imporre nuove regole, nuovi divieti, nuovi protocolli.
Questa è la logica del woke: non educare le persone, ma riscrivere il mondo affinché nessuno possa sentirsi a disagio con la scusa dell’inclusione .Ogni immagine viene analizzata come se nascondesse un’offesa, ogni parola può diventare discriminatoria, ogni gesto deve essere filtrato da commissioni, linee guida ed esperti della sensibilità. Il risultato è una società sempre meno libera e sempre più ossessionata dal controllo puritano a matrice sessuofobia.

L’aspetto più curioso è che tutto questo viene presentato come una battaglia per la dignità delle donne

Ma quale dignità si tutela trasformando un’atleta in una persona da proteggere perfino dall’obiettivo di una telecamera? Le grandi campionesse non chiedono compassione. Chiedono rispetto. E il rispetto significa essere considerate atlete, non soggetti fragili incapaci di convivere con l’immagine del proprio corpo.
In realtà, dietro queste campagne si nasconde una contraddizione gigantesca. Da una parte si predica il culto del corpo, la libertà assoluta di esibirlo, il “body positivity”, la celebrazione di ogni identità e di ogni forma fisica. Dall’altra, improvvisamente, il corpo diventa pericoloso.

Se una telecamera mostra i muscoli di una velocista o la preparazione di una saltatrice, ecco comparire il fantasma della sessualizzazione

È una forma di sessuofobia che rivela un rapporto profondamente irrisolto con il corpo umano.

Sembra quasi che una parte della cultura occidentale non riesca più a distinguere tra bellezza ed erotismo. Un corpo atletico è bello perché racconta disciplina, sacrificio, allenamento, forza di volontà. Vederlo non significa automaticamente desiderarlo. Pensarlo significa ridurre ogni osservatore a un essere incapace di autocontrollo e ogni atleta a una vittima potenziale. Sembra di assistere a una fatwa di un ulema musulmano e invece simili idiozie vengono partorite in ambito occidentalissimo.

E poi c’è il grande assente di questa discussione: l’uomo

Gli atleti gareggiano in pantaloncini attillati, mostrano il torso nudo, vengono ripresi mentre esultano, si abbracciano, piangono, mettono in mostra fisici costruiti da anni di allenamento. Le telecamere indugiano sui bicipiti dei nuotatori, sugli addominali dei ginnasti, sui pettorali dei velocisti. Ma nessuno parla di sessualizzazione maschile. Nessuno propone linee guida per evitare primi piani sui corpi degli uomini.

Perché? Perché ormai l’ideologia dominante ha bisogno di raccontare una sola storia: la donna come vittima permanente e l’uomo come osservatore colpevole per definizione

È uno schema semplicistico che cancella la complessità della realtà e finisce per discriminare proprio gli uomini, esclusi da qualsiasi riflessione sulla dignità della rappresentazione. L’uguaglianza viene invocata solo quando conviene.

Il rischio più grave, però, è un altro

Ogni volta che si accetta l’idea di modificare la realtà per evitare possibili interpretazioni sbagliate, si compie un passo verso una società più controllata. Oggi si correggono le inquadrature. Domani si dirà quali fotografie pubblicare, quali manifesti siano accettabili, quali film debbano essere modificati e quali opere del passato vadano reinterpretate. È una deriva che conosciamo bene: la censura non arriva quasi mai con i carri armati.

Arriva con le buone intenzioni

Siamo di fronte a un totalitarismo soft non meno pericoloso di quelli noti.
Lo sport dovrebbe essere il regno del merito, della competizione, della libertà e del talento. Invece rischia di trasformarsi nell’ennesimo laboratorio ideologico dove ogni immagine deve superare il vaglio di chi vede discriminazioni ovunque. Si pretende di eliminare il sessismo eliminando ciò che potrebbe essere guardato con desiderio.

È una battaglia impossibile, perché il desiderio appartiene all’essere umano, non alle telecamere

Forse il vero scandalo non sono le inquadrature. Il vero scandalo è un’Europa che dedica energie a stabilire come filmare una gara dei cento metri mentre fatica ad affrontare questioni ben più serie che riguardano sicurezza, economia, natalità e competitività internazionale e geopolitica Quando la politica si occupa dell’angolo di una telecamera, significa che ha smesso di guardare il mondo reale.

Il corpo di un’atleta non è un problema da censurare

È il simbolo di ciò che lo sport rappresenta: sacrificio, forza, disciplina e bellezza. Se qualcuno non è più capace di vedere tutto questo, forse non è l’inquadratura a dover cambiare, ma lo sguardo di una cultura che, in nome del progresso, sembra aver perso il senso della libertà e del buon senso.

Leggi anche:

https://www.adhocnews.it/

www.facebook.com/adhocnewsitalia

SEGUICI SU GOOGLE

Tags: Ddl sicurezzaIN EVIDENZAMentalitàSINISTRAvideosorveglianza
Articolo precedente

La musica sul tetto del Maggio: pieno successo di un Barbiere di qualità

Prossimo articolo

Roggero, la giustizia che divide: tra la lettera della legge e il potere solitario della grazia

Prossimo articolo
Roggero, la giustizia che divide: tra la lettera della legge e il potere solitario della grazia

Roggero, la giustizia che divide: tra la lettera della legge e il potere solitario della grazia

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Contatti e informazioni AdHoc News
  • Partners & Advertising
  • Privacy policy
  • Cookie policy

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.

Nessun risultato
Vedi tutti i risultati
  • Politica
  • Attualità
  • Cultura
  • Cronaca
  • Relax
  • Sport

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.