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Home Firenze

Le partecipate fiorentine: chi le gestisce, come vengono scelti i manager e quanto costano ai cittadini

di Simone Margheri
13 Maggio 2026
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Le partecipate fiorentine: chi le gestisce, come vengono scelti i manager e quanto costano ai cittadini

C’è un universo che i fiorentini pagano ogni mese in bolletta, nella TARI, nella tariffa idrica, senza che quasi nessuno sappia come funziona e chi lo governa. Le società partecipate del Comune — quelle che gestiscono rifiuti, acqua, illuminazione, energia, fiere e patrimonio immobiliare — muovono centinaia di milioni di euro l’anno e distribuiscono compensi che, per i vertici, oscillano tra gli 80mila e i 200mila euro lordi annui.

Cifre che di per sé non sarebbero scandalose, se fossero la conseguenza di una selezione trasparente e di risultati misurabili. Il problema è che spesso non lo sono

Come si nomina un manager nelle partecipate

Il meccanismo di nomina è al tempo stesso semplice e opaco. Il riferimento normativo è il Decreto Legislativo 175/2016, il Testo Unico sulle Società a Partecipazione Pubblica, nato con dichiarate ambizioni di trasparenza ed efficienza. Nella pratica funziona così: ogni Comune che detiene quote di una partecipata ha il diritto di esprimere rappresentanti nel CdA proporzionalmente alla propria partecipazione azionaria.

Il Comune delibera in Consiglio o in Giunta il nome del proprio candidato, lo comunica formalmente alla società, che lo ratifica in assemblea

Non è un concorso. Non è una selezione per merito. È una comunicazione.

Nelle società con più soci pubblici — come quelle che gestiscono rifiuti o acqua su scala provinciale, dove i Comuni partecipanti sono decine — i posti del CdA vengono di fatto spartiti in base al peso azionario di ciascun ente. Il Comune più grande esprime l’amministratore delegato, quello medio la presidenza, quello più piccolo la vicepresidenza. Il CdA si compone così come un tavolo di rappresentanza politica travestito da organo di governance aziendale.

La legge prevede formalmente che i candidati debbano possedere requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza, e vieta la nomina di chi ha ricoperto incarichi politici nei due anni precedenti

Ma chi verifica questi requisiti è lasciato alla discrezione degli stessi soci pubblici che hanno interesse a nominare i propri uomini. Ciò che il legislatore non ha mai voluto introdurre è l’obbligo di selezione competitiva: nessun bando, nessuna commissione indipendente, nessun confronto tra candidati. Il sindaco decide chi vuole, delibera, comunica. La società ratifica.

Il punto vero: non lo stipendio, ma i risultati

Detto questo, occorre essere onesti su una cosa. Lo stipendio alto di per sé non è lo scandalo. Se una partecipata migliorasse concretamente i servizi, riducesse i costi ai cittadini e rendesse conto pubblicamente dei risultati ottenuti, nessuno troverebbe scandaloso che il suo manager ricevesse un compenso adeguato — anzi, sarebbe il funzionamento corretto del sistema. Un buon dirigente che abbassa le tariffe, riduce le perdite di rete, accelera i tempi di intervento e modernizza il servizio vale ogni euro del suo stipendio.

Il problema nasce quando questo nesso causale — risultati verificabili, compenso adeguato — non esiste o non è dimostrabile. E qui i dati parlano.

Acqua: Firenze è la città più cara d’Italia

Sul fronte idrico, il quadro è impietoso. Secondo il XVI Rapporto Nazionale sulle tariffe idriche presentato da Federconsumatori nel 2025, dal 2016 al 2024 la spesa per il servizio idrico è aumentata mediamente del 40%, con picchi del 72% in alcune città. Le città più care sono Firenze (564 euro annui per una famiglia di tre persone con 150 metri cubi di consumo), Perugia (511 euro) e Genova (504 euro). Le città più economiche sono Milano (160 euro), Campobasso (191 euro) e Napoli (193 euro).

Il divario è abissale: una famiglia fiorentina paga per l’acqua più del triplo rispetto a una milanese. Per consumi più elevati, a 182 metri cubi annui Firenze raggiunge i 763 euro, contro i 177 di Milano e i 206 di Napoli

La risposta istituzionale a questi dati è interessante. Il gestore attribuisce i costi elevati agli investimenti accumulati in vent’anni di normativa regionale, alle sfide del cambiamento climatico, alla qualità certificata del servizio. L’Autorità idrica toscana sottolinea che le famiglie toscane consumano meno acqua del resto d’Italia — forse proprio perché le tariffe sono più alte — e che le interruzioni del servizio sono molto inferiori alla media nazionale. Argomenti non privi di fondamento, ma che non spiegano perché il differenziale con Milano — città con infrastrutture almeno altrettanto complesse — sia così drastico.

TARI: la Toscana sopra la media, Firenze in posizione mediana

Sul fronte rifiuti il quadro è più articolato. Nel 2024 in Toscana le famiglie hanno speso in media 373 euro di TARI, contro una media nazionale di 329 euro, con un aumento del 3,8% rispetto al 2023.

All’interno della regione le differenze sono marcate: Pisa ha raggiunto i 595 euro, Pistoia i 504. Firenze si colloca invece a 332 euro, sotto la media nazionale.

Questo dato merita una lettura onesta: sul fronte dei rifiuti, Firenze non è tra le città più care. È anzi tra le più virtuose delle grandi città, e significativamente più economica di Genova, Napoli, Reggio Calabria e molte città del Sud. Una differenza che conta, e che va riconosciuta.

Il paradosso strutturale

Mettendo insieme i dati, emerge un quadro contraddittorio. Sul servizio idrico Firenze paga il prezzo più alto d’Italia, con una tariffa cresciuta del 31% in otto anni. Sui rifiuti se la cava meglio di molte città comparabili. Su altri servizi — trasporti locali, manutenzione urbana, tempi delle opere pubbliche — la percezione dei cittadini è spesso critica, ma i dati aggregati sono più difficili da confrontare.

Il punto non è quindi che i manager delle partecipate guadagnino troppo in assoluto. È che in assenza di una selezione trasparente, di obiettivi misurabili e di valutazioni indipendenti, il collegamento tra compenso e merito rimane una convenzione, non una garanzia. Nel settore privato un manager che presiedesse l’azienda con le tariffe più alte d’Italia verrebbe prima di tutto interrogato sui motivi. Nel sistema delle partecipate pubbliche, quella domanda tende a restare senza risposta — o a ricevere risposte tecniche che il cittadino comune non ha gli strumenti per valutare.

La legge Madia ha introdotto obblighi di trasparenza: curricula pubblicati, compensi visibili, dichiarazioni patrimoniali accessibili

Ma la trasparenza senza accountability è un esercizio di stile. I dati ci sono — su portali che quasi nessuno consulta, in formati che quasi nessuno sa interpretare.

Ciò che manca non è l’informazione, ma il meccanismo che trasformi quella informazione in conseguenze

Finché le nomine dipenderanno dalla politica piuttosto che dal merito, e finché i risultati non saranno misurati con criteri indipendenti e comunicati in modo comprensibile, ogni discussione sugli stipendi dei manager rimarrà priva del suo elemento essenziale: il termine di paragone perchè non sono manager ma nominati.

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