Trasformare le conseguenze di un evento negativo in risorsa.

Il 4 novembre, in coincidenza con il 53esimo anniversario dell’alluvione che in Toscana colpì la città di Firenze e i Comuni lungo il fiume Arno, l’Accademia di Belle Arti presenta Forme del fango, iniziativa in collaborazione con l’artista Caterina Erica Shanta, con il patrocinio di Regione Toscana, Comune di Firenze, Pav Padiglione arte vivente Torino e Dolomiti Contemporanee.

L’iniziativa nasce dal desiderio di dare nuova vita a un materiale che da più di cinquant’anni ha casa in una parte delle cantine dell’Accademia: 77 metri cubi di terra, residuo di quel fango che nella notte tra il 3 e 4 novembre 1966 tinse di paura i luoghi consacrati all’arte, alla cultura e alla vita quotidiana della città. Un materiale che, rimosso, potrebbe rivelarsi una vera e propria risorsa per l’Accademia oltre che portare al recupero di spazi da destinare ad attività espositive. Ed è questa stessa materia che, dopo essere stata sottoposta ad analisi chimiche per accertarne l’usabilità, sarà protagonista di un’iniziativa che nei mesi scorsi ha coinvolto una giovane artista emergente, Caterina Erica Shanta, e un gruppo di studenti del corso triennale di Design, coordinati dai docenti Alessandro Scilipoti e Fabrizio Lucchesi.

Forme del fango inaugurerà alle ore 17.30 in via Ricasoli 66 con una introduzione del Presidente dell’Accademia di Belle Arti, Carlo Sisi, e del Direttore, Claudio Rocca. Seguirà la presentazione, a cura dell’artista, della mostra La Tempesta e della temporanea Oggetti di memoria, con opere realizzate a partire dal materiale residuo dell’alluvione del 1966.

Nata dalla rielaborazione di un’esperienza personale dell’artista, coinvolta nella tempesta Vaia che nell’ottobre del 2018 devastò le foreste del Triveneto, La Tempesta, a cura di Valeria Bruni, mette in connessione due luoghi apparentemente distanti nel tempo e nello spazio: i boschi rasi al suolo sulle Dolomiti e le tracce di passato inglobate nel fango, residuo dell’alluvione del 1966 presente nei sotterranei dell’Accademia. Due eventi naturali disastrosi che mettono in evidenza l’enorme fragilità dei luoghi che abitiamo e che l’artista fonde in video (qui il trailer: https://vimeo.com/359251570). Attraverso fotografie, riviste e oggetti ritrovati nella terra depositata nelle cantine dell’Accademia, Caterina Erica Shanta indaga ciò che resta dopo la tempesta, quando nuove forme di vita si impadroniscono dei luoghi e degli elementi naturali. Milioni di alberi caduti, milioni di libri perduti: questa enorme mole di materiale organico, tra resti di alberi e fango per Shanta costituisce una sorta di immenso archivio, aggredito e trasformato nella materia da muffe, funghi, insetti, umidità. Un cambiamento nella prospettiva d’osservazione, che permette di porsi diversamente di fronte al mistero.

La Tempesta sarà visitabile gratuitamente nella Sala Ghiberti dell’Accademia dal 5 all’8 novembre dalle ore 10 alle 17.

Accanto al progetto espositivo di Caterina Erica Shanta, gli studenti Sofia Annibali Biancalani, Cristian Erdas e Rosa Maria Solinas presentano Oggetti di memoria, mostra temporanea che mostrerà cosa può diventare il fango residuo dell’alluvione del 1966 una volta rimosso. A loro, con la supervisione del prof. Alessandro Scilipoti, è stato affidato il compito di dare nuova plasticità a questa materia attraverso la progettazione e la realizzazione di oggetti evocativi che puntassero l’attenzione sul valore della ricostruzione, donando allo stesso tempo a quell’elemento estraneo un significato nuovo e positivo.
Realizzati nel laboratorio di ceramica dell’Accademia, condotto dal prof. Fabrizio Lucchesi, gli oggetti sono in tutto cinquecento. Per realizzarli sono stati necessari circa cento chili di fango essiccato, che poi è stato rimpastato con acqua, lavorato e trasformato attraverso l’uso di una macchina trafilatrice. La cottura a 980 gradi ha conferito loro il colore tipico della terracotta.

“Forme nel fango è un progetto in divenire – spiega il direttore Claudio Rocca – Ci siamo resi conto che il materiale che abbiamo ereditato dall’alluvione del 1966 per noi poteva essere una vera e propria risorsa: trasformare le nostre cantine in una cava d’argilla e nel frattempo recuperare uno spazio prezioso che vorremmo diventasse una galleria aperta alla città”.

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