L’Argentina ha imparato la lezione di Milei. E l’Italia?
C’è una lezione che l’Argentina sembra aver finalmente imparato e che l’Italia, invece, continua ostinatamente a rimuovere: non esistono pasti gratis.
Dopo decenni di populismo, spesa pubblica fuori controllo, inflazione e assistenzialismo trasformato in strumento politico, gli argentini hanno scelto Javier Milei. E soprattutto hanno continuato a dargli fiducia mentre applicava una ricetta che per anni era stata considerata quasi impraticabile: meno Stato, meno spesa improduttiva, meno burocrazia, meno deficit, più mercato, più responsabilità individuale.
I risultati, naturalmente, vanno letti con prudenza e senza trasformare Milei in un santo laico. Ma alcuni numeri sono difficili da ignorare.
L’inflazione mensile, che alla fine del 2023 aveva raggiunto livelli superiori al 25%, è stata riportata intorno al 2%. I conti pubblici sono tornati in surplus dopo anni di disavanzi. La povertà, dopo il drammatico picco iniziale seguito alla svalutazione e alla crisi, è scesa fino al 28,2% nel secondo semestre 2025. Decine di migliaia di posti nella pubblica amministrazione sono stati eliminati, mentre lo Stato è stato sottoposto a una drastica cura dimagrante.
Non è magia.
È economia.
Ed è precisamente questo che rende l’esperienza argentina interessante.
Milei ha avuto il coraggio di ricordare una cosa elementare che la politica tende sistematicamente a dimenticare: lo Stato non produce ricchezza semplicemente distribuendo denaro. Prima deve prenderlo a qualcuno.
Il principio espresso da Milton Friedman — there is no such thing as a free lunch — non è una provocazione neoliberista. È una regola elementare della realtà economica.
Ogni bonus viene pagato da qualcuno.
Ogni reddito finanziato dallo Stato viene pagato da qualcuno.
Ogni nuova spesa pubblica richiede tasse, debito oppure inflazione.
E quando un politico promette contemporaneamente più servizi, più sussidi, più pensioni, più bonus e meno tasse senza spiegare chi pagherà il conto, non sta offrendo un miracolo.
Sta semplicemente rimandando il conto.
L’Argentina quel conto lo ha pagato per decenni.
E forse proprio per questo oggi una parte significativa degli argentini ha capito qualcosa che molti politici continuano a non voler capire: un popolo non diventa ricco perché lo Stato distribuisce sussidi. Diventa ricco quando può lavorare, investire, produrre, commerciare e costruire il proprio futuro senza che lo Stato gli porti via progressivamente ciò che produce.
È la differenza tra assistenzialismo e libertà economica.
Il primo dice al cittadino: io ti do qualcosa, quindi dipendi da me.
La seconda dice: creiamo le condizioni perché tu possa guadagnartelo da solo.
Ed è forse questo il risultato politico più importante della vicenda argentina.
Gli argentini non hanno semplicemente votato Milei. Hanno scelto di correre il rischio della libertà economica invece della sicurezza apparente dell’assistenzialismo.
Hanno scelto una strada difficile, nella consapevolezza che risanare un Paese sull’orlo dell’ennesima crisi non sarebbe stato indolore.
È la vecchia massima: “Aiutati che Dio ti aiuta”.
Perché un governo può creare le condizioni affinché un’impresa nasca, investa e assuma. Può abbassare le tasse, eliminare ostacoli, garantire regole certe e tutelare la proprietà privata.
Ma non può regalare prosperità.
La prosperità deve essere prodotta.
E quando la politica costruisce il proprio consenso sulla promessa permanente di bonus, redditi e sussidi, il rischio è che il cittadino diventi progressivamente dipendente proprio da chi gli promette di salvarlo.
Un popolo povero e dipendente è più facilmente manipolabile di un popolo economicamente autonomo, consapevole e libero.
È una delle ragioni per cui il populismo assistenzialista può essere politicamente potentissimo: non offre soltanto denaro. Offre dipendenza.
E qui arriviamo all’Italia.
Perché mentre gli argentini guardavano al fallimento del proprio modello e decidevano di cambiare radicalmente strada, noi abbiamo avuto una stagione politica nella quale il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo indicava come modello economico non l’Argentina di Milei, naturalmente, ma quella precedente.
Quella di Mauricio Macri.
Una curiosa ironia della storia.
Gli italiani hanno visto arrivare il Reddito di cittadinanza, il Superbonus, bonus di ogni genere e una politica costruita spesso sull’idea che lo Stato possa risolvere ogni problema semplicemente distribuendo risorse.
E adesso continuiamo a discutere di nuove patrimoniali, nuove tasse sulle rendite, nuove redistribuzioni.
Come se il problema dell’Italia fosse che gli italiani producono troppa ricchezza.
La memoria politica italiana, invece, sembra spesso quella del pesce rosso.
Ci dimentichiamo rapidamente di chi ha promesso miracoli.
Ci dimentichiamo chi ha trasformato il bonus in una categoria politica.
Ci dimentichiamo che per anni i riferimenti economici di una certa politica populista erano Paesi come Cuba, Venezuela e, appunto, l’Argentina prima della svolta liberale.
Poi arrivano le conseguenze.
E improvvisamente nessuno sembra più ricordare chi aveva indicato quei modelli come esempi virtuosi.
Questo, paradossalmente, sarebbe il vero wokismo italiano: vivere nella speranza che la realtà prima o poi venga sostituita dalla narrazione.
La realtà, però, presenta sempre il conto.
E l’Argentina oggi sta dimostrando che una società può decidere di cambiare paradigma.
Non sappiamo ancora se la rivoluzione liberale di Milei riuscirà completamente. Sarebbe sciocco sostenerlo dopo così poco tempo. Ma una cosa è già evidente: l’Argentina ha avuto il coraggio di mettere alla prova un’idea diversa.
Meno Stato assistenziale.
Più mercato.
Meno deficit.
Più responsabilità.
Meno bonus.
Più lavoro.
Meno burocrazia.
Più libertà.
E soprattutto la convinzione che la ricchezza non debba essere distribuita prima di essere prodotta.
È una lezione che i liberali conoscono da sempre.
Un vecchio liberale italiano come Giovanni Malagodi, in tempi completamente diversi, ebbe il coraggio di difendere il nucleare quando l’emotività successiva a Chernobyl spingeva l’Italia nella direzione opposta.
Anche quella era una battaglia contro la politica dell’emotività.
Oggi la battaglia è diversa, ma il principio è lo stesso: non si governa un Paese inseguendo le paure, le illusioni e i desideri del momento.
Si governa guardando alla realtà.
Ed è proprio per questo che vedere ancora oggi i nostri piccoli “Milei” italiani derisi, demonizzati e trattati come pericolosi estremisti quando propongono meno tasse, meno Stato e meno assistenzialismo fa sorridere amaramente.
Mentre in Argentina un intero Paese sta provando a uscire dalla spirale del populismo assistenziale, in Italia continuiamo a discutere di come redistribuire una ricchezza che facciamo sempre più fatica a produrre.
E dovremmo ricordare una cosa ancora più elementare.
L’Italia può permettersi di essere irresponsabile anche perché appartiene all’Unione Europea, utilizza l’euro e ha alle spalle la BCE.
Senza quel perimetro di stabilità, senza l’euro e senza la protezione del sistema europeo, probabilmente i nostri squilibri finanziari avrebbero già prodotto conseguenze molto più drammatiche.
Noi, insomma, non abbiamo ancora avuto il nostro Milei.
Forse perché non abbiamo ancora avuto il coraggio degli argentini di guardarci allo specchio e dire una frase tanto semplice quanto scomoda:
nessuno verrà a salvarci.
Non lo Stato.
Non il bonus.
Non il reddito di cittadinanza.
Non la patrimoniale.
Non il politico di turno che promette ricchezza prendendola dalle tasche di qualcun altro.
La ricchezza, quella vera, nasce dal lavoro, dall’impresa, dall’innovazione, dall’investimento e dalla libertà.
E forse la più grande lezione che ci arriva oggi da Buenos Aires è proprio questa:
un politico che promette di regalarti la ricchezza può certamente diventare ricco. Ma quasi sempre lo farà usando quella che qualcun altro ha prodotto.
L’Argentina sembra averlo capito e l’Italia?

