LA SINISTRA IN PIAZZA GUIDATA DAI PROPAL.
Il fermo di Youssef Siher, il trentenne indicato dagli investigatori come la presunta mente del Movimento 17 ottobre, legato alle mobilitazioni pro-Palestina e agli scontri di Milano, dovrebbe far riflettere soprattutto una parte della sinistra italiana. Siher è indagato per ipotesi di istigazione a delinquere aggravata, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e terrorismo: accuse che dovranno essere accertate dalla magistratura.
Ma al di là delle responsabilità individuali, che spettano ai giudici stabilire, emerge una questione politica che il campo largo non può continuare a scansare: chi crede di cavalcare queste piazze per raccattare consenso potrebbe scoprire di esserne diventato il cavallo di Troia
Il cinismo politico dell’opposizione sta tutto qui. Pur di mettere in difficoltà il governo Meloni, una parte della sinistra sembra disposta a inseguire ogni mobilitazione, blandire ogni sensibilità radicale e sorvolare sulle contraddizioni più scomode. Come se bastasse condividere un nemico per essere alleati. Come se chi scende in piazza contro il governo condividesse necessariamente gli stessi valori democratici di chi siede in Parlamento.
È una miopia politica che la storia ha già presentato a caro prezzo.
Nel 1979, in Iran, una parte della sinistra comunista sostenne Khomeini e la rivoluzione che rovesciò lo scià, illudendosi che fosse possibile sfruttare quella convergenza per realizzare i propri obiettivi. I comunisti del Tudeh finirono per appoggiare il nuovo potere, salvo ritrovarsi poi, insieme ad altri oppositori, nel mirino della repressione del regime islamico.
Avevano contribuito a rafforzare un potere che non condivideva i loro ideali. Quando quel potere si consolidò, non ebbe più bisogno di loro.
Ecco cosa succede quando il calcolo politico acceca al punto da scambiare un alleato di convenienza per un compagno di strada affidabile.
L’Italia di oggi non è l’Iran del 1979. Nessuno può equiparare automaticamente le mobilitazioni pro-palestinesi alla rivoluzione degli ayatollah, né confondere i manifestanti pacifici con gli estremisti. Ma la lezione politica rimane: chi si allea con forze che perseguono obiettivi incompatibili con i propri rischia di diventare lo strumento di un progetto altrui
Il campo largo dovrebbe chiedersi se, nel tentativo di conquistare il consenso di una parte delle piazze, non stia finendo per legittimare ambienti che non hanno alcun interesse a rispettare le regole del confronto democratico. Perché una cosa è difendere il diritto di manifestare e sostenere la popolazione palestinese; un’altra è chiudere gli occhi davanti a chi utilizza quella causa per alimentare lo scontro, esaltare la violenza o trasformare ogni protesta in una sfida alle istituzioni.
E qui la domanda diventa inevitabile: dov’è il confine? Quando la condanna della violenza smette di essere un principio e diventa un esercizio di equilibrismo per non perdere consensi? Quante ambiguità si è disposti a tollerare pur di non irritare una parte del proprio elettorato?
La sinistra che pretende di impartire lezioni di storia sembra incapace di imparare proprio dalla storia recente. O forse la conosce, ma ritiene che il vantaggio politico immediato valga il rischio di ripeterne gli errori.
Il problema non è che il campo largo condivida necessariamente il progetto degli ambienti più radicali. Il problema è che, quando la ricerca del consenso induce a minimizzare le differenze e a rinviare le prese di distanza più scomode, si finisce per offrire una legittimazione politica a soggetti che possono avere obiettivi completamente diversi.
Questo non è coraggio politico. È irresponsabilità.
I comunisti iraniani pensarono di poter utilizzare la rivoluzione. Finirono schiacciati dal regime che avevano contribuito a sostenere. Oggi il campo largo rischia un errore di metodo analogo: credere di poter utilizzare le piazze senza essere, a propria volta, utilizzato da chi quelle piazze vuole radicalizzarle.
Non sappiamo se e quanto questa dinamica si tradurrà in conseguenze analoghe. Sappiamo, però, che la storia è piena di forze politiche convinte di poter controllare alleanze nate soltanto dalla convenienza e poi costrette a pagarne il prezzo
E ciò che indigna è proprio la leggerezza con cui si rischia di giocare con questioni che riguardano la sicurezza, la convivenza civile e la tenuta delle istituzioni democratiche, soltanto per strappare qualche consenso in più al governo.
La causa palestinese non appartiene agli estremisti. Ma non può nemmeno diventare una rendita elettorale per chi finge di non vedere le derive che possono svilupparsi al suo interno.
Una forza politica che aspira a governare dovrebbe saper dire dei no, anche quando sono impopolari. Dovrebbe condannare la violenza senza distinguere tra amici e avversari. Dovrebbe dimostrare di saper riconoscere la differenza tra una battaglia democratica e una mobilitazione che qualcuno potrebbe sfruttare per fini incompatibili con la democrazia stessa.
Se non lo fa, la questione non è più soltanto la sua incoerenza. È la sua capacità di assumersi una responsabilità politica
La lezione iraniana è semplice: non sempre chi ti aiuta a combattere il tuo avversario vuole il tuo stesso futuro. E quando te ne accorgi, potrebbe essere troppo tardi.
La storia non si ripete mai esattamente nello stesso modo. Ma gli errori di chi non vuole imparare si ripetono con una puntualità che non ha nulla di tragico destino: è il prezzo della cecità politica. La storia è un ottimo insegnante, purtroppo non ha studenti. Oggi in Europa 🇪🇸 🇮🇹🇫🇷🇪🇺 una certezza che attraversa le piazze spagnole, Francesi e Italiane…
«Cuando la izquierda pierde una elección, intenta destruir el país. Cuando gana, lo consigue.»
(Spagna 🇪🇸)
« Quand la gauche perd une élection, elle essaie de détruire le pays. Quand elle gagne, elle y arrive. »(Francia 🇫🇷)
”Quando la sinistra perde le elezioni, cerca di distruggere il Paese. Quando vince, ci riesce.”
(Italia 🇮🇹).
[26/10, 06:29] Simone Margheri: Funaro, il pericolo è passato. E la responsabilità istituzionale pure?
Fatta la grazia al Sindaco gabbato lo santo, sembra essere il nuovo proverbio. C’è un momento in cui la prudenza istituzionale si trasforma in opportunismo politico. A Firenze, dopo la manifestazione di sabato 24 ottobre e gli scontri sul ponte Santa Trinita, la sindaca Sara Funaro sembra averlo raggiunto con una disinvoltura che merita qualche domanda.
Venerdì la preoccupazione era palpabile. Le immagini delle devastazioni di Milano e Torino erano ancora fresche, i commercianti blindavano le vetrine e la città temeva di diventare il prossimo bersaglio. La sindaca parlava di sicurezza, auspicava una manifestazione pacifica e assicurava che Firenze non avrebbe tollerato la violenza. Una posizione prudente, comprensibile e doverosa
Poi è arrivato sabato. Il corteo è cresciuto, ha raggiunto il centro e, quando i manifestanti hanno cercato di proseguire verso via Tornabuoni, sono arrivati i contatti con le forze dell’ordine, il lancio di oggetti e le cariche di alleggerimento. Gli scontri ci sono stati, anche se Firenze, fortunatamente, non ha vissuto le devastazioni viste altrove e di questo va ringraziato solo le forze dell’ordine e la loro professiinalità non certo di chi ha comunque cercato il contatto e la provocazione.
Domenica, archiviata l’emergenza più grave, Funaro ha ringraziato gli agenti, ma ha subito aggiunto che «le azioni di pochi non possono e non devono oscurare le ragioni di chi ha scelto di manifestare pacificamente».
Ecco, sindaca, è proprio qui che cominciano le domande
La distinzione tra chi manifesta pacificamente e chi aggredisce le forze dell’ordine è sacrosanta. Nessuno dovrebbe confondere il diritto di protesta con la violenza. Ma il richiamo rituale alle ragioni dei manifestanti non può diventare una scorciatoia per sottrarsi a un esame politico di ciò che è accaduto.
Primo: davvero possiamo liquidare tutto come opera di pochi?
Per arrivare a momenti di tensione come quelli registrati a Firenze serve almeno un gruppo disposto a forzare i limiti imposti dalle autorità. Le cronache riferiscono di circa mille partecipanti e di ripetuti momenti di confronto con la polizia. Non significa che fossero tutti violenti, né autorizza a criminalizzare un intero corteo. Significa, però, che non basta pronunciare la formula «sono pochi» per chiudere la questione.
Chi ha promosso la mobilitazione? Chi ha contribuito a darle visibilità? Chi aveva il compito di gestirla? E soprattutto: quali segnali erano stati raccolti prima della manifestazione, dopo quanto accaduto a Milano e Torino? Non è compito della sindaca dirigere le indagini o impartire ordini alla polizia. È però suo dovere politico pretendere chiarezza, collaborare con le autorità e non accontentarsi di una rassicurante separazione tra una piazza buona e una cattiva.
Secondo: la solidarietà ai manifestanti non deve diventare indifferenza verso chi paga il conto
Dietro le vetrine protette da pannelli e paratie ci sono commercianti, dipendenti, artigiani e lavoratori. Persone che si alzano la mattina, rischiano capitale, pagano imposte e contribuiscono a mantenere in piedi la città. Non sono comparse in una scenografia politica, né ostacoli da rimuovere per consentire a qualcuno di esprimere la propria rabbia e il dovere di un sindaco è quello di stare sempre dalla parte dei cittadini onesti, senza senza ma e senza distinguo perhè loro non c’entrano niente con quelle rivendicazioni e caso mai la folla arrabbiata potrebbe prendersela con ben altri obbiettivi come avcenuto ad un municipio in Francia e solo per quuesto sarebbe opportuna maggior prudenza istituzionale.
Il diritto di manifestare è fondamentale. Ma non esiste un diritto a intimidire chi lavora, a mettere a rischio l’incolumità degli agenti o a trasformare le strade in un campo di battaglia. La libertà di protesta non attribuisce a nessuno una licenza di danneggiare la libertà altrui.
Un sindaco dovrebbe ricordarlo con la stessa forza con cui difende il dissenso
Terzo: partecipare a una manifestazione annunciata in un clima di tensione non è una colpa, ma ignorare deliberatamente i rischi è irresponsabile.
Chi scende in piazza pacificamente non può essere ritenuto responsabile delle azioni altrui soltanto perché condivide lo stesso corteo. Ma quando una mobilitazione viene promossa in un contesto già segnato da scontri e devastazioni, la prudenza non è un optional. E per chi ha responsabilità pubbliche lo è ancora meno.
Il problema non è la protesta in sé. È la disponibilità a prestarsi, consapevolmente o meno, a una strategia che può trasformare una rivendicazione politica in un’occasione di disordine e intimidazione.
Su questo punto pesa anche una notizia arrivata da Milano. La Procura ha disposto il fermo di Youssef Siher, indicato dagli investigatori come figura centrale del cosiddetto Movimento 17 ottobre, e la moglie risulta indagata a piede libero
Le contestazioni comprendono l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Secondo il provvedimento della Procura, i messaggi diffusi attraverso i canali social avrebbero contribuito a creare uno stato di intimidazione della popolazione. Si tratta di accuse che dovranno essere verificate nel procedimento giudiziario, nel pieno rispetto della presunzione d’innocenza.
È un elemento serio, che impone di non liquidare con leggerezza il ruolo dei social nell’organizzazione delle mobilitazioni e nella possibile diffusione di appelli alla rivolta. Non dimostra, da solo, che chi ha manifestato a Firenze condividesse quel progetto. Ma rende ancora meno comprensibile qualsiasi atteggiamento di superficiale indulgenza verso i rischi annunciati.
Quarto: meno armi e più scuola. Uno slogan non è una politica pubblica
È certamente legittimo discutere di priorità di bilancio, spese militari, istruzione e sicurezza internazionale. Ma lo slogan perde credibilità quando diventa un lasciapassare per ignorare la complessità delle decisioni pubbliche.
A Firenze, poi, la questione scolastica merita un confronto sui fatti. Se si denuncia lo stato degli edifici, occorre verificare gli interventi realizzati, quelli in corso e quelli ancora necessari. E se si rivendica il diritto a una scuola migliore, danneggiare gli istituti durante le occupazioni è una contraddizione che non si può nascondere sotto il tappeto.
La città ha investito e continua a intervenire sull’edilizia scolastica: questo non significa che ogni problema sia risolto, ma impone una discussione seria sui risultati, non una gara a chi urla più forte. La sindaca, che amministra la città e ne conosce gli interventi, dovrebbe essere la prima a pretendere questa distinzione
Quanto alla guerra, colpisce la selettività di certe piazze: una mobilitazione che pretende di parlare di pace dovrebbe saper guardare a tutti i conflitti e a tutte le vittime, senza trasformare la solidarietà internazionale in una bandiera esclusiva. Le cause possono essere diverse, le responsabilità vanno esaminate caso per caso, ma una pace credibile non può dipendere dall’appartenenza politica delle vittime.
Quinto: anche il bilancio dello Stato meriterebbe qualcosa di più della propaganda
La spesa per la difesa non può essere raccontata come una cifra sottratta arbitrariamente alla scuola o alla sanità per capriccio del governo. La sicurezza europea è diventata una questione concreta e l’Unione ha previsto strumenti di flessibilità fiscale per consentire maggiori investimenti nella difesa, nel rispetto di condizioni e limiti.
Questo non rende intoccabile ogni spesa militare e non impedisce di discutere le priorità. Significa, però, che la questione è più complessa dello slogan «meno armi, più scuola». L’Italia è ancora sottoposta alla procedura europea per disavanzo eccessivo: il deficit è sceso dall’8,1% del PIL nel 2022 al 3,1% nel 2025, ma il debito pubblico resta elevatissimo. La Commissione europea stima inoltre che la spesa per gli interessi abbia raggiunto il 3,9% del PIL nel 2025.
Sono vincoli reali, non invenzioni propagandistiche. Il governo deve fare i conti con essi, così come qualsiasi alternativa di governo dovrebbe spiegare con quali risorse intende finanziare le proprie promesse
E qui c’è una domanda che riguarda anche il campo largo: quanto della difficile situazione dei conti pubblici è legato alle scelte del passato, compresi il Superbonus e le misure assistenziali introdotte dai governi precedenti? Il confronto politico è legittimo, ma deve poggiare su numeri verificabili e responsabilità ricostruite, non su una narrazione in cui ogni problema nasce con l’avversario di turno.
Infine, la questione più elementare: che cosa significa governare una città?
Significa difendere il diritto di manifestare, certo. Ma significa anche proteggere chi lavora, prevenire i rischi, stare dalla parte di chi subisce danni e pretendere che le regole valgano per tutti. Non soltanto quando la tensione è alta e le telecamere sono puntate, ma anche il giorno dopo, quando le paratie vengono tolte e la tentazione di archiviare tutto diventa irresistibile.
La sindaca Funaro non deve essere chiamata a condannare una manifestazione perché critica il governo. Deve essere chiamata a chiarire quale sia la sua posizione davanti a una mobilitazione che, almeno in alcuni suoi sviluppi, ha prodotto scontri e messo a rischio la sicurezza pubblica. E deve spiegare dove finisca la legittima difesa del dissenso e dove cominci la legittimazione politica di una piazza che rischia di essere strumentalizzata.
Perché una cosa è sostenere il diritto di protestare. Un’altra è inseguire politicamente una protesta quando il pericolo sembra passato, recuperandone le parole d’ordine e lasciando sullo sfondo i problemi che ha provocato
E poi c’è il punto decisivo, quello che una democrazia dovrebbe considerare ovvio: se si vuole mandare a casa un governo che ha ancora un mandato elettorale, la strada normale è batterlo alle urne. Si costruisce un’alternativa, si convincono gli elettori, si presentano programmi credibili e si chiede il loro voto. Non si tenta di trasformare ogni piazza in una prova di forza permanente, né si alimenta l’idea che la legittimità di un governo dipenda dalla capacità di mobilitare la protesta contro di esso.
Le elezioni sono il luogo in cui si misurano le maggioranze. La piazza è il luogo in cui si esercita il dissenso. Confondere i due piani non rafforza la democrazia: la indebolisce.
Firenze, per fortuna, ha evitato conseguenze peggiori. Ma la fortuna non è una strategia di sicurezza e il sollievo non può diventare un alibi politico.
La sindaca ha tutto il diritto di difendere le ragioni di chi manifesta pacificamente. Ha però anche il dovere di non perdere di vista quelle di chi lavora, paga le tasse, rispetta le regole e pretende di vivere nella propria città senza dover blindare il negozio per paura di una manifestazione
La responsabilità istituzionale non consiste nel dire la cosa giusta prima che accada il peggio e poi tornare alla politica di sempre quando il peggio, per fortuna, è stato evitato. Consiste nel trarre le conseguenze da ciò che è accaduto. Anche quando quelle conseguenze sono politicamente scomode.
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