La separazione delle carriere: una riforma Innocua per lo stato di diritto, oltre le polemiche ideologiche
In un contesto politico sempre più polarizzato, la riforma sulla separazione delle carriere in magistratura continua a dividere l’opinione pubblica italiana
Eppure, analizzando i fatti al di là delle etichette partitiche, emerge un quadro chiaro: questa misura non rappresenta alcuna minaccia per la separazione dei poteri o per le garanzie dello stato di diritto
Al contrario, si tratta di un principio di buon senso giuridico, già adottato in gran parte del mondo democratico senza compromettere i valori fondanti della democrazia.
La separazione delle carriere è una riforma “garantista” che imbarazza la sinistra, ma che trova radici storiche trasversali, dal direttore de l’Unità Piero Sansonetti al nonno antifascista di Elly Schlein, Agostinino Viviani, che la sosteneva apertamente criticando gli abusi dei pm.
Una pratica globale: i paesi con e senza separazione delle carriere
Per comprendere l’innocuità della separazione delle carriere, basta guardare al panorama internazionale. Secondo dati della Commissione Europea per l’Efficienza della Giustizia (CEPEJ) e analisi di fonti autorevoli come Pagella Politica, in Europa su 27 Paesi UE, ben 22 hanno adottato la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con vari gradi di indipendenza dall’esecutivo.
Tra questi figurano democrazie consolidate come la Germania, dove il pm è un funzionario statale nominato dall’esecutivo ma con garanzie di autonomia; la Spagna, con una separazione formale ma efficace; il Portogallo, dove la riforma post-rivoluzione del 1974 ha creato carriere parallele senza sottoporre i pm al potere esecutivo; e i Paesi Bassi, Austria, Regno Unito, Svezia, Norvegia e Danimarca, tutti con sistemi che distinguono nettamente le funzioni requirenti e giudicanti
Fuori dall’Europa, la separazione è la norma in ordinamenti liberali come gli Stati Uniti, il Canada e il Giappone, dove giudici e procuratori seguono percorsi distinti fin dalla formazione, garantendo un giudice terzo e imparziale senza intaccare lo stato di diritto.
Questi Paesi non solo mantengono alti standard democratici – basti pensare alla Germania al 5° posto nel Rule of Law Index 2024 del World Justice Project, o alla Francia al 22° – ma spesso superano l’Italia (al 32° posto) in termini di efficienza giudiziaria e fiducia pubblica nella giustizia.
Al contrario, i Paesi senza una separazione netta sono pochi e non rappresentano modelli di arretratezza democratica. Oltre all’Italia, solo la Grecia mantiene un sistema unitario simile, con carriere unite per pm e giudici
In casi come Belgio, Francia e Spagna, la separazione è “solo formale” ma comunque presente, con un corpo unico ma funzioni distinte e possibilità di passaggio limitato.
Questi ordinamenti – Francia al 22° nel Rule of Law Index, Spagna al 25° – non sono affatto meno democratici di quelli con separazione piena: entrambi i gruppi includono nazioni con forti garanzie costituzionali, libertà civili e indipendenza giudiziaria.
Anzi, Paesi come Italia e Grecia, pur democratici, affrontano sfide comuni come tempi processuali lunghi e percezione di politicizzazione, che la separazione potrebbe mitigare senza alterare l’equilibrio dei poteri.
Propaganda a parte, associare i sistemi unitari a regimi autoritari come Russia, Cina o Iran è fuorviante: questi ultimi hanno problemi strutturali ben oltre la struttura delle carriere, legati a mancanza di indipendenza reale dal potere esecutivo.
In sintesi, la separazione delle carriere non mina lo stato di diritto: i Paesi che l’hanno adottata non sono “meno democratici” di quelli che non l’hanno, e spesso eccellono in indici globali di giustizia e democrazia. L’Italia, come eccezione europea, potrebbe allinearsi a un modello prevalente senza rischi, rafforzando anzi l’imparzialità del giudice
L’onestà intellettuale di Paola Concia e le giravolte della sinistra
Un esempio lampante di come la discussione sia stata ideologizzata emerge dal dibattito interno al Partito Democratico.
Anna Paola Concia, ex deputata PD e figura nota per il suo impegno sui diritti civili, ha dimostrato onestà intellettuale nel sottolineare le incoerenze della sinistra su questo tema. In recenti dichiarazioni, Concia si è schierata a favore della riforma, ricordando come nel 2019 lo stesso PD, attraverso una mozione congressuale firmata da Maurizio Martina e sostenuta da esponenti come Debora Serracchiani (allora e oggi responsabile Giustizia del partito), considerasse la separazione delle carriere “ineludibile” per garantire un giudice terzo.
Quando Concia ha fatto presente a Serracchiani questa proposta passata – che la deputata aveva sottoscritto – ha evidenziato un cambio di posizione che sembra dettato più da opportunismo politico che da convinzioni giuridiche.
Oggi Serracchiani definisce la riforma un “pericolo per la democrazia”, sostenendo che la separazione esiste già dalla legge Cartabia del 2020, ma ignora che quella era una misura parziale, non costituzionale come l’attuale
L’intervento di Concia smaschera questa giravolta, invitando a un dibattito basato su fatti, non su allarmi ideologici.
Il problema più profondo: la retorica vuota della sinistra
Ma dietro queste incoerenze c’è un problema più profondo, che va oltre la giustizia e tocca l’essenza della politica italiana. La sinistra, in particolare il PD sotto Elly Schlein, ha fatto della retorica costante su fascismo, antifascismo, razzismo e “attentati alla Costituzione” il suo unico collante.
Ogni riforma del centrodestra viene dipinta come un pericolo esistenziale per la democrazia, nascondendo un vuoto profondo di proposte alternative credibili. Invece di articolare programmi concreti su economia, welfare o transizione ecologica, si identifica l’avversario come “inaccettabile” e “dittatoriale”, serrando i ranghi contro un nemico immaginario per riempire il vuoto programmatico
Questa strategia non solo polarizza inutilmente il dibattito – come nel caso della separazione delle carriere, bollata come “fascista” nonostante radici trasversali – ma erode la credibilità della sinistra stessa. Figure storiche come Viviani, nonno di Schlein e partigiano che sosteneva la riforma, rischiano di essere etichettate come “di destra” per mera convenienza.
È tempo di superare questa retorica sterile: la separazione delle carriere è una misura neutra, innocua e potenzialmente benefica, che merita un’analisi oggettiva al di là delle barricate ideologiche. Solo così l’Italia potrà avanzare verso una giustizia più efficiente e imparziale, senza paure infondate.
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