I danesi hanno coniato un termine: «arbejdsglaede» che significa letteralmente felicità sul lavoro, e non riguarda né stipendi né benefit concessi sempre di più dalle aziende per corteggiare i lavoratori. «Ci fanno sentire soddisfatti, se sono giusti, ma rischiano persino di renderci infelici se non sono adeguati» ha spiegato al «Genuine happiness at work» di Bologna, organizzato da People3.0, Alexander Kjerulf che di lavoro fa proprio il Chief Happines Officer.

Dagli Stati Uniti infatti si sta affermando questa figura che non è altro che il manager della felicità. Il suo compito? Garantirla per tutti i dipendenti o per lo meno fare in modo che l’ambiente di lavoro possa contribuire a rendere i lavoratori felici e soddisfatti. Perché? Perché la felicità rende più creativi, empatici, efficienti, fa in modo che i gruppi di lavoro siano più coesi ma soprattutto più produttivi. Kjerulf lo ha dimostrato a Bologna nei giorni scorsi davanti a una platea di aziende italiane, società di consulenza e direttori delle risorse umane, mostrando un semplice grafico: la crescita di fatturato delle aziende inserita nella classifica «Fortune 100 best company to work for» è nettamente superiore a tutte le altre.

Non è un caso che Kjerulf, pur arrivando dagli Stati Uniti, abbia origini danesi: come ha spiegato lui stesso in un pezzo su Fast Company, nel suo Paese non solo i dipendenti escono presto dall’ufficio la maggior parte dei giorni, ma fanno anche tra le 5 e le 6 settimane di ferie all’anno, oltre ai giorni di festa nazionale e hanno fino a un anno di congedo parentale. «Una volta — ha spiegato — ho chiacchierato con un americano che aveva ottenuto un lavoro come manager in un’azienda danese. Si stava giocando tutte le sue carte, voleva dimostrare il suo impegno e ha fatto quello che aveva sempre fatto fino ad allora in qualunque altra azienda americana: lavorava dalle 60 alle 70 ore settimanali. Dopo un mese, il suo manager lo ha invitato a un incontro. Si aspettava di essere elogiato per il suo duro lavoro, ma invece gli è stato chiesto “Perché lavori così tanto? Qualcosa non va? Hai un problema nel delegare? Cosa possiamo fare per risolvere questo problema?»

Il sociologo danese Geert Hofstede ha misurato che la distanza gerarchica tra dipendenti e capi delle imprese danesi è minima: 18 punti contro i 40 degli Stati Uniti. Inoltre i sussidi di disoccupazione sono molto generosi quindi anche perdere il lavoro non è un dramma. Ma, quello che conta in particolar modo, è che si dà molto valore alla felicità. «Arbejdsglaede per noi vuol dire che sei contento di andare al lavoro — spiega Irene Nielsen 35 anni, danese che vive in Italia dal 2009 — che non è un peso per te andare in ufficio perché sei felice di farlo, ha senso, ti dà energia, carica positiva. Non vuol dire che hai un lavoro super o fai cose particolarmente speciali ma che quello che fai di soddisfa, che la tua vita d’ufficio e i colleghi che vedi tutti i giorni ti fanno stare bene». In alcune aziende si è proprio diffusa la figura del Cho (Chief happines officer) che non fa altro che valorizzare l’atmosfera e i sentimenti positivi tra lavoratori.

«Per anni ho sentito spesso al lavoro frasi e domande — spiega Anna Piacentini, amministratore delegato di People 3.0 — come “I top performer saranno premiati con un bonus straordinario!” “Il tuo premio sarà direttamente legato ai tuoi risultati!”. Poi a un certo punto del mio percorso professionale la domanda che mi sono fatta è stata: che effetto ha su di me questa cultura? Mi spinge a dare il mio meglio? È quello che mi motiva a dare il mio meglio? Bene la mia risposta è sempre stata: no». Nel 2008 Piacentini era responsabile di filiale in una società di consulenza che oltre a un buono stipendio le dava un certo numero di benefit: non era felice. Ha lasciato tutto e si è messa in proprio lavorando sulla consulenza organizzativa sul modello «Happiness at Work». La felicità, oltre all’amore, può essere una cosa semplice.