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Il vicolo cieco della Lega e la clessidra del Nord

di Alessandro Scipioni
1 Giugno 2026
In Politica
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Zaia
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Il vicolo cieco della Lega e la clessidra del Nord: perché la svolta territorialista è solo questione di tempo

I segnali che arrivano dal Veneto e dalle colonne dei giornali non sono semplici sfoghi estivi, ma scricchiolii strutturali di un modello che ha esaurito la sua spinta propulsiva.

L’uscita di Luca Zaia, che evoca per la Lega un futuro da partito federalista sul modello della Cdu/Csu tedesca, traccia la linea di un fossato ormai incolmabile tra la segreteria nazionale e la base produttiva del Settentrione.

Per via di Matteo Salvini il tempo stringe: la scommessa di trasformare il vecchio Carroccio in una destra nazionalista e identitaria si sta scontrando con la dura realtà dei numeri e della credibilità politica.

Il paradosso Vannacci: l’inseguimento a destra che svuota il partito

Sondaggi alla mano, la strategia del “più a destra di tutti” non sta pagando. La rincorsa retorica verso le posizioni del generale Roberto Vannacci sta producendo un effetto paradossale e politicamente letale per Via Bellerio. Il Generale si muove ormai stabilmente nei pressi del 5%, mentre la Lega vede lo spettro concreto di scendere sotto la soglia psicologica del 6%.

A conti fatti, sui temi ultra-identitari e di destra radicale, il Generale è percepito dall’elettorato come un interprete nettamente più credibile e non contaminato dal pragmatismo di governo

Invece di drenare voti a destra, la Lega rischia di fare da incubatore e regalare terreno a Vannacci, preparando il terreno per un clamoroso ed umiliante sorpasso interno o esterno. La via della destra pura è sbarrata: per la Lega non può esserci riscossa su quel terreno. L’unica alternativa di sopravvivenza politica resta il ritorno a casa, verso un partito strutturalmente regionalizzato e territorialista.

Il sindacato del Nord: meno voti totali, più peso specifico

Certo, guardare alla prospettiva del “partito del territorio” significa accettare un bagno di realtà. Tornare alle percentuali d’oro del Salvini “nazionale” (quello del 34%) sarà quasi impossibile. L’autonomismo e il federalismo nel Mezzogiorno esistono, ma sono storicamente fenomeni minoritari e faticano a fare breccia. Abbandonare il meridionalismo d’importazione significa accettare un ridimensionamento geometrico dei consensi.

Tuttavia, meno voti non significano meno potere. Tornando a fare il “sindacato del territorio”, la Lega può ricostruire il rapporto – oggi logorato – con i tessuti produttivi più importanti del Paese, le piccole e medie imprese del Nord, e garantire una vera mediazione territoriale.

L’obiettivo non è più l’egemonia nazionale, ma la creazione di una nicchia di influenza insostituibile: un blocco di voti compatto e radicato al Nord, senza il quale nessuno, all’interno della coalizione di centrodestra, potrà mai pensare di governare il Paese.

Il nodo della leadership e la trappola della legge elettorale

Prima o poi, inevitabilmente, il problema della leadership di Salvini dovrà essere affrontato. Per il “Doge” Luca Zaia, probabilmente, non è ancora il momento del passo d’addio da Venezia o del guanto di sfida frontale. Ma a stringere i tempi ci penseranno i meccanismi della nuova legge elettorale.

Con la scomparsa dei collegi uninominali stabili, la golden share sulle liste e sulle future elezioni rischia di rimanere blindata nelle mani del segretario nazionale. Di fronte al rischio di vedere azzerata la rappresentanza dei territori a Roma, i governatori – Zaia in primis – saranno costretti a muoversi. La priorità immediata non sarà la rimozione traumatica di Salvini, bensì l’imposizione di un forte controllo di garanzia sul partito per limitarne fortemente l’arbitrio nelle scelte strategiche e nelle candidature.

L’anticamera del cambio della guardia

Questa limitazione dei poteri della segreteria sarebbe l’anticamera naturale di un futuro e inevitabile cambio della guardia. Una transizione che, gestita così, potrebbe avvenire col tempo e in maniera molto più indolore rispetto a una resa dei conti traumatica a ridosso delle scadenze elettorali.

Ciò che è certo è che la Lega ha un disperato bisogno di un respiro politico più ampio e profondo, capace di aprirle autostrade di consenso oggi precluse.

Senza questa sterzata verso le proprie radici e verso una serietà istituzionale “alla tedesca”, il destino è segnato: restare il fanalino di coda della coalizione, scavalcati stabilmente dagli alleati e, beffa suprema, persino dalla destra personale di un generale scissionista.

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Tags: IN EVIDENZALEGAMATTEO SALVININordZAIA
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