Il sangue sul sagrato: la Battaglia di Firenze e i “franchi tiratori” nelle parole di Curzio Malaparte
Oggi iniziava, nel 1944, la Battaglia di Firenze, con i c.d. “franchi tiratori” che dai tetti della città del Granducato, sparavano alle forze anglosassone, tenendole impegnate con gran filo da torcere fino al 23 agosto dello stesso anno, certi di andare a morte non si sottrassero a quella che ai loro occhi era la difesa della patria.
I piccoli borghesi non si capaciteranno, in quanto imbevuti di propaganda martellante partigiana impregnata di feticismo antifascista costituzionale (per usare l’espressione defeliciana) e incapaci di contestualizzare il punto di vista del “sangue dei vinti”, per usare un’altra espressione di un intellettuale di sinistra Giampaolo Pansa
Ma tant’è, riporto un testo di Curzio Malaparte, all’epoca dei fatti non solo testimone oculare, ma anche facente parte delle forze partigiane.
I FUCILATI DI FIRENZE, da LA PELLE di Curzio Malaparte.
“I ragazzi seduti sui gradini di S. Maria Novella, la piccola folla di curiosi raccolta intorno all’obelisco, l’ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa, coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffè della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista “ Potente “, armati di mitra e allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l’uno sull’altro, parevano dipinti da Masaccio nell’intonaco dell’aria grigia. Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso, tutti tacevano, immoti, il viso rivolto tutti dalla stessa parte. Un filo di sangue colava giù per gli scalini di marmo.
I fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni, dai capelli liberi sulla fronte alta, gli occhi neri e vivi nel lungo volto pallido. Il più giovane, vestito di una maglia nera e di un paio di calzoni corti, che gli lasciavano nude le gambe dagli stinchi magri, era quasi un bambino
C’era anche una ragazza fra loro: giovanissima, nera d’occhi, e dai capelli, sciolti sulle spalle, di quel biondo scuro che s’incontra spesso in Toscana fra le donne del popolo, sedeva col viso riverso, mirando le nuvole d’estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia, quel cielo pesante e gessoso, e qua e là screpolato, simile ai cieli del Masaccio negli affreschi del Carmine.
Quando avemmo udito gli spari, eravamo a metà via della Scala, presso gli Orti Oricellari. Sboccati sulla piazza, eravamo andati a fermarci ai piedi della gradinata di Santa Maria Novella, alle spalle dell’ufficiale partigiano seduto davanti al tavolino di ferro
Al cigolio dei freni delle due jeep, l’ufficiale non si mosse, non si voltò. Ma dopo un istante tese il dito verso uno di quei ragazzi, e disse:
– Tocca a te. Come ti chiami?
– Oggi tocca a me – disse il ragazzo alzandosi – ma un giorno o laltro toccherà a lei.
– Come ti chiami ?
– Mi chiamo come mi pare…
– O che gli rispondi a fare a quel muso di bischero, gli disse un suo compagno seduto accanto a lui.
– Gli rispondo per insegnargli l’educazione, a quel coso – rispose il ragazzo, asciugandosi col dorso della mano la fronte madida di sudore. Era pallido, e gli tremavano le labbra. Ma rideva, con aria spavalda guardando fisso l’ufficiale partigiano.
A un tratto i ragazzi presero a parlar fra loro ridendo
Parlavano con l’accento popolano di San Frediano, di Santa Croce, di Palazzolo.
L’ufficiale partigiano alzò la testa e disse:
– Fa presto. Non mi far perdere tempo. Tocca a te.
– Se gli è per non farle perdere tempo – disse il ragazzo con voce di scherno – mi sbrigo subito –
E scavalcati i compagni andò a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra, accanto al mucchio di cadaveri, proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato
– Bada di non sporcarti le scarpe ! – gli gridò uno dei suoi compagni, e tutti si misero a ridere.
– Jack e io saltammo giù dalla jeep.
– Stop! – urlò Jack.
Ma in quell’istante il ragazzo gridò: – Viva Mussolini ! – e cadde crivellato di colpi di mitra.
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