Il pensiero di Elly Schlein e la politica del Campo Largo

Il pensiero di Elly Schlein e la politica del Campo Largo
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​In ogni grande transizione della sinistra italiana ricorre un dilemma identitario mai pienamente risolto.

E’ la diretta conseguenza della distinzione cruciale tra il concetto di rappresentanza numerica e quello di egemonia culturale e programmatica

Un partito può costituire la forza d’attrazione principale di un’alleanza in termini di voti e seggi, ma trovarsi al contempo a rincorrere le iniziative tracciate da alleati numericamente più piccoli.

​È dentro questo perimetro che va analizzata l’evoluzione della leadership di Elly Schlein al vertice del Partito Democratico

Lontano dai toni dell’invettiva quotidiana o dai resoconti superficiali delle schermaglie parlamentari, emerge una questione squisitamente politica. Il partito di maggioranza relativa sta rinunciando ad azionare appieno il proprio potere contrattuale, lasciando che siano altre forze, segnatamente il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, a dettare l’agenda, i temi di scontro e la linea di demarcazione ideale della coalizione.

​Per comprendere il pensiero e l’azione politica di Elly Schlein, occorre muovere dalla sua premessa fondativa

La riorganizzazione dell’opposizione, per la segretaria PD, e’ un dovere sistemico per garantire la competitività dell’alternativa di governo. Nella sua visione la frammentazione storicamente patita dal centrosinistra rappresenta la ragione primaria della stabilità del centrodestra.

​Di conseguenza, la costruzione di quello che è stato ribattezzato “Campo largo” viene elevata da semplice architettura elettorale a vera e propria direttrice etica e politica

Tuttavia, questo approccio porta con sé un vincolo strutturale. Elevare l’unità a valore prioritario, significa sottrarre al PD lo strumento d’interdizione più efficace, che comprende quella di spezzare il tavolo negoziale.

​Quando un leader dichiara implicitamente che l’alleanza si farà “a prescindere”, il margine di manovra strategica sui contenuti si riduce drasticamente. È precisamente in questo spazio di flessibilità che si è inserito Giuseppe Conte.

​Il Movimento 5 Stelle opera all’interno della coalizione con la spregiudicatezza tipica delle forze che non portano il peso istituzionale dell’assetto tradizionale

Conte affronta il dibattito pubblico imponendo aut-aut tematici precisi, dal supporto militare all’Ucraina alla spesa per la difesa, fino alle politiche energetiche e alle primarie di coalizione.

​Laddove il M5S persegue una strategia di distinzione marcata, quali la polarizzazione dell’elettorato su posizioni nette e spesso di rottura, il PD di Elly Schlein tende ad adottare una postura d’inclusione mediatoria

Il risultato di questo sfasamento metodologico è visibile sul piano della percezione pubblica.

​L’iniziativa tematica viene spesso assunta dall’alleato pentastellato, che traccia i confini del dibattito interno all’opposizione mentre il coordinamento di ripiego viene assunto dal PD, costretto periodicamente a riassorbire le scosse analitiche e a ricucire gli strappi per preservare il perimetro della coalizione

​Si determina così una situazione particolare. Il partito più votato dell’opposizione, accreditato di un consenso che supera il doppio di quello dei suoi principali interlocutori, finisce per esercitare un ruolo d’inseguimento teorico, anziché formulare in autonomia la sintesi politica dell’intera alleanza.

Il problema di fondo della gestione Schlein non risiede nell’incapacità di generare consenso interno o elettorale (le consultazioni europee e amministrative hanno mostrato la tenuta della base democratica), quanto piuttosto nella difficoltà di tradurre quella forza in autorevolezza nei confronti degli alleati.

​Un grande partito a vocazione di governo non si limita a raccogliere le istanze presenti sul campo, ma modella il linguaggio e le priorità del proprio campo politico

Se la linea internazionale, le scelte industriali e la metodologia per la selezione della leadership potenziale della coalizione vengono continuamente filtrate dal vaglio di altre forze politiche, la funzione del PD rischia di essere ridotta a quella di un grande contenitore organizzativo e logistico.

​Questa dinamica riflette un tratto caratteristico della cultura politica della segretaria

Si basa sulla convinzione che la convergenza sui temi sociali fondamentali (salario minimo, sanità pubblica, lavoro precario) sia sufficiente ad assorbire le divergenze di fondo su geopolitica e visione dello Stato. Ma la prassi dimostra che sui nodi strategici la continua mediazione cede il passo all’egemonia di chi pone condizioni rigide.

​Il percorso verso la maturazione di un’alternativa credibile al governo in carica richiede il superamento di questa asimmetria tra peso elettorale e capacità di indirizzo politico

​Finché la leadership del partito maggiore verra’ percepita come reattiva anziché proattiva di fronte ai diktat degli alleati minori, la coalizione continuerà a manifestarsi come una somma algebrica di forze difensive potenziali piuttosto che come una proposta politica omogenea e trainante.

​L’impegno che attende la segreteria Schlein non riguarda soltanto la difesa dei margini democratici del partito o la rivendicazione formale del proprio peso percentuale.

Riguarda la capacità di esercitare quella che gli storici della politica definiscono “egemonia propositiva”, che significa stabilire le regole del gioco e guidare l’alleanza con la consapevolezza che chi rappresenta la quota maggioritaria del consenso ha il dovere, oltre che il diritto, di indicare la rotta

​Solo effettuando questo passaggio teorico e pratico, il PD potrà trasformare la propria centralità numerica in una vera e propria leadership di sistema, restituendo chiarezza al campo dell’opposizione e offrendo al Paese una alternativa di governo coerente.

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