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Home Attualità

Il Nobel ai bambini di Gaza e la compassione a senso unico

di Kishore Bombaci
12 Agosto 2026
In Attualità
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gaza
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Il Nobel ai bambini di Gaza e la compassione a senso unico

Gira da qualche giorno questa proposta avanzata da alcune associazioni e ripresa dal quotidiano Avvenire di conferire il premio Nobel per la pace ai “bambini di Gaza”.

Inziativa cui vari esponenti della sinistra si sono buttati a corpo morto ormai persuasi che dalla guerra e dall’ostilità nei confronti di Israele si possa lucrare qualche voto .

Cinici e bari! L’iniziativa è folle, sbagliata, parziale e faziosa e si stenta davvero a credere che possa trovare cittadinanza nel pubblico dibattito. Ma ormai, quando si parla di Gaza ci si abitua a tutto, anche al condensato ipocrita del doppio standard perennemente praticato da chi sostiene la cosiddetta “causa palestinese”

Il punto, naturalmente non sta nella pietà per i bambini palestinesi che in quanto vittime di indottrinamento prima e guerra poi, è sacrosanta.

Il problema nasce quando la pietà diventa selettiva, quando il bambino smette di essere una vittima e diventa un’icona politica, quando il suo dolore viene utilizzato per costruire una narrazione nella quale esiste un solo colpevole, una sola vittima e una sola verità ammessa.

La candidatura dei “Bambini di Gaza” al Premio Nobel per la Pace è l’ennesimo esempio di questa deriva.

La domanda è semplice: perché Gaza? E perché Gaza soltanto?

Se il criterio è dare voce ai bambini vittime della guerra, dove sono quelli ucraini? Quelli sudanesi? Quelli siriani? Quelli yemeniti? Quelli congolesi? Quelli perseguitati dall’ISIS e da altri gruppi jihadisti?

E soprattutto: dove sono i bambini israeliani massacrati, rapiti e traumatizzati dal 7 ottobre?

Gaza ha concentrato l’attenzione di tutti solo su quel campo di battaglia condensando ogni umano sentimento verso i palestinesi e dimenticando al contempo tutte le guerre al momento sul pianeta con il loro carico di bambini innocenti che ne scontano le conseguenze .

Il problema è il doppio standard: alcune vittime diventano simboli universali, altre rimangono quasi invisibili.

E quando c’è Israele di mezzo, Gaza diventa improvvisamente l’ombelico del mondo umanitario

C’è poi una parola che nella narrazione pro-Gaza sembra comparire troppo poco: Hamas.

Gaza non è stata colpita da una catastrofe naturale. Questa guerra è iniziata dopo il massacro del 7 ottobre, con l’uccisione di civili israeliani, molti dei quali bambini (che tuttavia pare non meritino il premio Nobel), e la presa di ostaggi

Ed esiste un solo colpevole:

Hamas

Le Nazioni Unite hanno documentato rapporti sull’uso di scudi umani da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi. E un fatto assodato ma nella narrazione mainstream non si può dire.

Cancellare Hamas dal numero dei soggetti che portano la responsabilità nella sofferenza dei palestinesi non protegge i bambinii. Li trasforma in strumenti di una narrazione politica.

E c’è una contraddizione evidente: dire “i bambini sono innocenti” dovrebbe portare a ricordare che sono vittime anche delle decisioni di chi ha scelto di trasformare Gaza in un campo di battaglia.

Rimanere sul piano della logica dovrebbe condurre a queste conseguenze. E invece…..

Per questo stupisce (ma non troppo) la presa di posizione del quotidiano Avvenire che rende impossibile non interrogarsi anche sul ruolo di una parte del mondo cattolico.

Pregare per i bambini di Gaza è cristiano. Chiedere aiuti umanitari è cristiano. Condannare la morte dei civili è cristiano.

Ma le gerarchie vaticane dovrebbero evitare di avere vittime preferite.

Un bambino palestinese merita compassione. Uno israeliano anche. Uno ucraino anche. Uno sudanese anche.

Quando invece la sofferenza palestinese viene continuamente trasformata in una campagna politica, mentre Hamas, gli ostaggi e il 7 ottobre diventano elementi secondari, è legittimo chiedersi se non si sia passati dalla solidarietà umanitaria alla militanza politica

Si mostra una fotografia, un volto, una tenda, una maceria. E improvvisamente non si può più discutere. Israele è il cattivo, i palestinesi le povere vittime.

Chi ricorda Hamas viene accusato di cambiare argomento. Chi difende Israele viene accusato di non avere compassione.

È un ricatto morale che va rifiutato. La Chiesa è chiamata a ricordarci il valore della vita umana: la vita umana di tutti; non ad avallare iniziative faziose.

Si può e si deve guardare un bambino palestinese e dire che la sua sofferenza è intollerabile senza accettare una narrazione politica costruita attorno a quella sofferenza.

Anzi: proprio perché è innocente, è vergognoso che venga trasformato in un’arma di propaganda.

C’è infine una questione elementare

Se vogliamo creare un grande riconoscimento internazionale per i bambini vittime dei conflitti, facciamolo. Sarebbe un’iniziativa nobile.

Ma facciamolo per tutti.

Altrimenti il messaggio non è universale. È politico e fazioso.

Se davvero vogliamo portare l’attenzione sui bambini, allora bisogna pretendere che anche i fratellini Bibas – strangolati a mani nude dalle belve palestinesi – ricevano il premio Nobel. Va preteso che sia consegnato alla memoria dei bimbi cristiani uccisi dalle organizzazioni jihadiste in diverse parti del mondo ma che non vengono mai menzionati.

Va preteso che ogni bambino non venga armato ( come i bimbi palestinesi) e possa vivere il proprio diritto all’infanzia

Questo sarebbe universalismo. Questo darebbe senso al Premio Nobel.

Il resto rischia di essere soltanto teatro politico.

Perché quando il dolore dei bambini viene selezionato e utilizzato per costruire un’accusa contro un solo Paese, non siamo più davanti soltanto alla compassione.

Stiamo trasformando la sofferenza in propaganda.

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Tags: GAZAIN EVIDENZAISRAELENOBELPALESTINA
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