Ieri ho Ieri ho avuto modo di presentare in Palazzo Medici Riccardi a Firenze, grazie a un lavoro organizzativo del professor Domenico Del Nero, insieme allo storico Domenico Savini, ala presenza dell’autore Fiorenzo Baini un volume davvero interessante: Il mio nome è Alighieri…. Dante Alighieri; La Vela Editore.
Purtroppo, a causa dei miei impegni istituzionali e del fatto che il volume mi è stato recapitato soltanto di recente, non ho avuto il tempo di leggerlo con la dovuta calma. Ho dovuto farlo in formato elettronico e in modo molto veloce; anzi, vi confesso che scorrere Dante su uno schermo luminoso mi ha fatto pensare che, se il Sommo Poeta avesse dovuto scrivere la Commedia su un tablet con il correttore automatico, probabilmente oggi al posto del “fiero pasto” del Conte Ugolino leggeremmo di un “pranzo di lavoro”, e Paolo e Francesca si sarebbero scambiati un semplice “like”!
Battute a parte, ci tenevo comunque a condividere con voi alcune riflessioni che mi hanno profondamente colpito. Leggendo queste pagine, emerge con forza una straordinaria e suggestiva narrazione in prima persona: è Dante Alighieri stesso che parla, offrendoci uno sguardo inedito e intimo non solo sulla sua opera, ma anche sulla sua dimensione umana, psicologica e politica. Ciò che ho trovato straordinariamente interessante è come il testo ripercorra i grandi temi della Commedia smontando l’immagine del Dante “monolite” e accademico, restituendoci un uomo fatto di passioni, dubbi e perfino di autoconsapevolezza rispetto ai propri limiti, come la superbia, peccato che lui stesso ammette di aver dovuto espiare a lungo.
Nel testo ci sono diversi passaggi chiave che, da rappresentante delle istituzioni, ma anche da semplice lettore, trovo di fulminante modernità. Penso, ad esempio, alle riflessioni iniziali sulla gravità del tradimento, dove si spiega che chi si fida affida la propria vita nelle mani di un altro. Il tradimento verso i fratelli o verso la patria viene descritto come l’atto più orribile proprio perché non distrugge solo una persona, ma un intero mondo.
Allo stesso modo, emerge un richiamo politico straordinario quando si parla di Firenze e dell’illusione della città natale di Dante, che pensava di migliorare la vita dei cittadini moltiplicando continuamente le leggi. Il testo ci ricorda, attraverso il Purgatorio, che la proliferazione normativa spesso nasconde la mancanza di un’autorità superiore capace di farle rispettare, scivolando così nell’illegalità, un monito che risuona incredibilmente attuale per chiunque si occupi di cosa pubblica.
È altrettanto affascinante il modo in cui il libro fa dialogare Dante con i suoi studiosi moderni, come Jorge Luis Borges o Jacqueline Risset. Quest’ultima viene citata per aver intuito la profonda “meccanicità” del Lucifero dantesco, un’intuizione che trascende il Medioevo per anticipare, purtroppo, le impersonali fabbriche della morte del Novecento
Accanto a queste riflessioni così profonde, il libro è disseminato anche di aneddoti deliziosi tratti dal quotidiano, come gli scherzi di cattivo gusto subiti da Dante alla corte di Cangrande della Scala a Verona, ai quali il Sommo Poeta rispondeva con l’arguzia e l’orgoglio che lo contraddistinguevano.
In conclusione, questo libro non si limita a commentare la Divina Commedia, ma compie l’operazione opposta: permette a Dante di commentare la storia, la teologia, la letteratura e persino noi stessi, con gli occhi fissi sull’Eternità e sul Bene
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