Gli sfascisti, le statue e le giustificazioni dei radical chic

SFASCISTI

Ma quale motivazione spinge gli sfascisti a distruggere statue, monumenti e toponomastica? Proviamo a scavare sotto la furia iconoclasta che si abbatte sulla storia e sui grandi del passato, partendo dalle giustificazioni migliori che ho letto in questi giorni. Una, di Ezio Mauro su la Repubblica, sostiene che “le statue sono fisse mentre la storia è in movimento” e dunque l’accanimento contro i monumenti è l’applicazione pratica e simbolica del necessario revisionismo storico.

L’altra di Adriano Sofri sul Foglio difende le statue ma con una motivazione doppia che le rende bersagli mobili: “anche le statue muoiono” e in fondo servono perché ogni generazione deve abbattere i totem e i tabù. Se vogliamo, è la trasposizione del parricidio rituale: devi uccidere tuo padre se vuoi diventare adulto. Parafrasando Pavese “Una statua ci vuole anche per il gusto di buttarla giù”. E poi, se come diceva Marx le idee dominanti sono le idee della classe dominante, anche le statue riflettono e consacrano una dominazione. I vincitori e i dominatori impongono le loro idee e i loro monumenti.

La premessa implicita di ambedue le tesi è che la tradizione non serva e non valga, che la continuità sia nociva, che i simboli di una civiltà vadano processati, confutati e cambiati; non ci sono punti fermi, la storia non è più giustificatrice, come pensava Croce, ma giustiziera; anzi giustiziata.

L’elogio del revisionismo e della frattura però s’interrompe davanti a temi, personaggi, epoche considerati come il Male assoluto: ci sono storie e regimi su cui è vietato a priori ogni revisionismo storico; è un reato, comunque da condannare anche quando si esprime nella sua forma più civile e ragionata, quella del saggio storico, della ricerca documentata, delle memorie comparate. Non tutti i vinti della storia, non tutte le vittime, sono perciò da riabilitare, e non tutti i vincitori sono da criticare; alcuni vanno dannati o glorificati per sempre. Manicheismo progressista.

Il residuo di superstizione progressista che anima queste tesi è che il figlio ne sa più del padre, il moderno è più saggio dell’antico, il contemporaneo è il punto più elevato di osservazione, non solo storica ma morale, civile e intellettuale. C’è un precedente religioso a questa revisione: le cento volte e più che Papa Woytila chiese scusa per le pagine nere nella storia della Chiesa. Voleva essere un atto di umiltà, un mea culpa, ma finiva con l’avallare la tesi che il presente debba ergersi a giudicare la millenaria storia della Chiesa e scusarsi al suo posto.

C’era una volta il tribunale della storia, impietoso arbitro che giudicava i fatti e i personaggi della vita. Ora è il contrario, è la vita presente che si erge a tribunale e giudica la storia passata, disponendone la condanna o la cancellazione. La storia non è più magistra vitae ma la vita è magistra historiae, ovvero è l’oggi che insegna al passato come avrebbe dovuto comportarsi. E di conseguenza punisce chi ha violato il Canone attuale: pena retroattiva, abominio giuridico. Coi codici odierni condanni Il passato.

Le statue, i testi e i musei sono le impronte dirette che lascia la storia del suo cammino; poi ci sono le opere compiute che restano tracce di un periodo storico, una dominazione, un’epoca passata. Città, teatri, edifici, strade, leggi e codici.

La storia non è una tela di Penelope che puoi disfare ogni notte; la storia monumentale e antiquaria di cui scriveva Nietzsche è una necessaria cristallizzazione che rende durature le civiltà; tocca alla ricerca ripensare la storia in modo critico, situandola però nel suo tempo. Si dirà che l’età liquida rigetta le statue e i riferimenti stabili; ma proprio una società mobile e labile ha più bisogno di punti fermi.

La prevalenza assoluta del presente sul passato è la malattia del nostro tempo; prevalenza morale, etico-ideologica. Il dominio del presente sul passato è l’essenza della società dei consumi; la fruizione immediata, l’egocentrismo di massa, il dominio della merce e della finanza su ogni bene duraturo. Tutto è deperibile nella società dei consumi, tutto scade, comprese le statue. Ma il primato del presente è anche la religione laica del nostro tempo, il bigottismo politically correct che corregge ogni epoca, ogni valore, ogni civiltà, col suo metro ideologico e morale d’oggi.

Ambedue sono frutti estremi del progressismo: oggi è per definizione meglio di ieri, la storia accelera e migliora col tempo; le promesse di emancipazione e di liberazione convergono a sancire la superiorità del presente sulla memoria, la storia, la tradizione. L’aberrazione ulteriore è che il progressismo vale nei confronti del passato ma s’interrompe davanti al futuro; non è possibile oltrepassare e rimettere in discussione i “valori” oggi vigenti; il futuro è solo la prosecuzione indefinita del presente e dei suoi canoni; anzi la sua realizzazione. I valori odierni si fanno eterni e assoluti.

Siamo alla fine della storia ma non nel senso hegeliano e nemmeno in quello del suo più modesto epigono, Francis Fukuyama: non finisce la storia nel mondo, non cessano gli eventi e i conflitti; finisce la storia per gli abitanti del presente, il pregiudizio odierno cancella la storia, la sua scandalosa difformità rispetto ai canoni d’oggi comporta la sua damnatio e la sua rimozione forzata. La storia ridotta a un cimitero d’infami e d’infamie. Si salvano solo le sue vittime. I prossimi monumenti saranno dedicati a loro, singoli o per generi. A patto che siano vittime dalla parte giusta, conformi al Precetto Vigente.

MV, Panorama

 

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