GLI ERRORI DI TRUMP CONSEGNANO IL CONGRESSO ALLA SINISTRA. L’EUROPA FAREBBE BENE A PREOCCUPARSI

elezioni presidenziali

GLI ERRORI DI TRUMP CONSEGNANO IL CONGRESSO ALLA SINISTRA. L’EUROPA FAREBBE BENE A PREOCCUPARSI

Le elezioni americane di metà mandato consegnano un verdetto difficilmente fraintendibile: Donald Trump ha subito una sconfitta politica pesantissima, contribuendo con una serie di errori strategici a riconsegnare ai Democratici il controllo del Congresso e quindi ad azzoppare se stesso. Tutto questo ha scatenato patetiche ondate di gioia nella sinistra mondiale, compreso quella italiana.

Ma, a mio giudizio, v’è ben poco da gioire

Perché dietro la vittoria democratica si intravede un fenomeno che dovrebbe preoccupare non soltanto i conservatori americani, ma anche l’Europa: la crescente influenza di una sinistra radicale, socialista e filomusulmana, che trova nell’universo politico di Bernie Sanders uno dei propri principali riferimenti.

Trump ha indubbiamente responsabilità enormi

E lo dico da estimatore del Presidente americano nel quale avevo visto la possibilità di un argine rispetto alla deriva di questa sinistra il cui obiettivo è quello di decostruire in ogni modo la società tradizionale per come la conosciamo facendosi alfiere di battaglie di nicchia spacciate per grandi emergenze sociologiche. Purtroppo, le scellerate politiche avverso l’Iran, rimaste a metà tra la guerra totale e gli accordi di pace hanno avuto conseguenze economiche catastrofiche in USA e non solo provocando l’aumento del costo della vita, dei carburanti, e l’incertezza nella middle class statunitense.

A questo si aggiunge una comunicazione politica troppo spesso costruita sulla provocazione permanente, incapace di distinguere tra la necessità di mobilitare la propria base e quella di rassicurare un Paese profondamente diviso

Trump ha commesso l’errore di ritenere che il consenso personale potesse sostituire una strategia politica di lungo periodo. Ha trasformato queste elezioni in un referendum sulla propria presidenza, finendo per trascinare il Partito Repubblicano in una sconfitta che avrebbe forse potuto essere contenuta.

Ma se Trump ha perso, chi ha realmente vinto?

Formalmente il Partito Democratico. Politicamente, però, emerge anche il rafforzamento della sua componente più radicale, quella che guarda a Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib come riferimenti ideologici e culturali.
La vittoria in Michigan di Abdul El-Sayed, sostenuto da Sanders e dalla sinistra progressista, rappresenta uno dei segnali più significativi di questa trasformazione. El-Sayed, destinato a diventare il primo musulmano al Senato americano, ha costruito una campagna su posizioni fortemente progressiste e duramente critiche nei confronti di Israele, sostenendo anche l’interruzione degli aiuti militari allo Stato ebraico.

Dopo il musulmano Mamdami quale Sindaco di New York l’islamismo trionfa anche in Senato

Naturalmente, il tema non è la religione professata in privato ma quanto questa diventa motore per le politiche valoriali e pubbliche, e quando, come nel caso americano, la vicinanza con l’islam equivale a un’ostilità intransigente con Israele fino a sfociare nel pieno antisemitismo.

Se dunque l’Islam – che è già una religione politica in re ipsa, si fa istituzionale, e lo fa in piena convergenza con settori della sinistra socialista, non vedere il problema è miope (nel migliore dei casi) e complice (in quello peggiore)

Se dunque chi va a rivestire ruoli pubblici si sente guidato non dalla legge dello Stato, ma dalla legge religiosa il sistema democratico liberale entra in crisi, posto che la laicità e i principi dello Stato di diritto quali noi li conosciamo sono del tutto incompatibili con determinati precetti religiosi: la libertà religiosa, la parità tra uomini e donne, i diritti individuali e il contrasto a ogni forma di fondamentalismo iniziano a non essere più certi.

Insomma, l’islamismo radicale unito al socialismo sono un problema per l’Occidente e se questa deriva non trova argine nemmeno nelle componenti riformiste della sinistra mondiale, vien da pensare che il famoso “scontro di civiltà” di cui palrava Samuel Huntington non sia così lontano

Ed è qui che la riflessione deve necessariamente spostarsi sull’Europa.
La storia degli ultimi decenni insegna che le grandi trasformazioni politiche e culturali americane finiscono frequentemente per attraversare l’Atlantico. È accaduto con i movimenti identitari, con la cultura woke, con le nuove forme di radicalizzazione del confronto politico.

Non vi è ragione di escludere che dinamiche analoghe possano interessare anche l’Italia

Anzi, oserei dire che il processo ampiamente cominciato, sebbene molti si rifiutino di vederlo.
In Europa e in Italia assistiamo a una crescente polarizzazione sul conflitto israelo-palestinese, accompagnata talvolta da inquietanti manifestazioni di antisemitismo e da una difficoltà sempre più evidente nel distinguere la solidarietà verso il popolo palestinese dalla giustificazione dell’estremismo.

La destra europea deve dunque trarre una duplice lezione dal voto americano: non ripetere gli errori di Trump, che ha sacrificato la capacità di governo alla conflittualità permanente, e non sottovalutare la trasformazione culturale in corso all’interno della sinistra

La difesa dell’Occidente non può ridursi agli slogan. Richiede credibilità, competenza, capacità di governo e soprattutto una difesa coerente dei principi della democrazia liberale contro ogni totalitarismo, compreso quello di matrice islamista. La tradizione identitaria deve coniugarsi con una visione liberale della nostra democrazia senza indulgere in pericolosi errori di valutazione. Perché certi fenomeni passano sopra la singola diatriba politica e persino sopra il singolo Stato o la singola campagna elettorale.

Ciò che accade oggi negli Stati Uniti potrebbe diventare domani una questione politica europea

E quando certi fenomeni arrivano anche in Italia, spesso è troppo tardi per fingere di non averli visti.

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